Ricerca educativa e meditazione

Caravaggio - St Jerome, 1605
di Antonio Ricci

Ci vorremmo tutti vincenti ma in fondo siamo solo dei poveretti che possono tentare di attraversare la loro esistenza con dignità, certi solo del fatto che ogni cosa, per quanto magnifica, sia solo transitoria e che abbiamo solo questa vita a disposizione, liberi di farne ciò che vogliamo: un’inconsapevole tirar a campare, un lungo lamento angosciato oppure un’opera d’arte. Cerchiamo certezze, precisione, dati esatti e verificabili, controllo e previsione e abbiamo dimenticato che la nostra comprensione della vita deve essere conforme alla realtà oltre che esatta logicamente. La logica può essere corretta ma al contempo irreale, quindi illusoria. Quante volte confondiamo ciò che è logico con ciò che è reale? Le due cose non sono sempre sovrapponibili. È un dato di realtà che l’uomo, a differenza degli animali, sia dotato di una coscienza che può consentirgli di trascendere il puro aspetto biologico. Nel superamento dell’istinto c’è coscienza, fatto che si esprime nella libertà di scelta e capacità di dominio sull’impulso. Per diventare reali bisogna recuperare l’esperienza semplice, tornare alla base della conoscenza in profondità e ampiezza attraverso la propria solitudine, estrarre significati da ciò che siamo e ciò che agiamo nel rapporto con il mondo e con gli altri, perciò educare, in tal senso, assume il significato di ricerca di contatto con la realtà attraverso il primato dell’esperienza sull’idea di un mondo in sé.

Sviluppare coscienza è uno sforzo volontario rivolto verso la crescita per il quale sono necessari strumenti adatti: azione, relazione, riflessione, meditazione.

L’azione radica nel mondo, è il nostro intervento per modificarlo, trasformarlo, mangiarlo, dargli forma, attraversarlo, goderlo o soffrirlo; è ciò che determina la nostra presenza e testimonia le nostre convinzioni. La relazione è la condizione che ci determina: noi siamo relazione ed esistiamo in virtù di essa. La riflessione è il dato di coscienza che emerge dall’impatto con il mondo, filtrato dall’unicità della persona, elemento che è fatto di pensiero e parola; essa è l’energia che anima l’azione e la riveste di senso. La meditazione è sia il punto d’appoggio, sia l’arnese da scavo sia la torcia che illumina la profondità dell’essere; essa è sia un aiuto per comprendere l’essere, sia un mezzo per coltivare la coscienza.

La meditazione è lo strumento pratico più semplice per lavorare sugli strati più basilari della nostra esperienza. Quali significati può assumere nella ricerca educativa?

Partiamo dal primo dato d’esperienza: la realtà è sempre in movimento. Come prendere contatto con essa e con ciò che stiamo per vivere? Come osservare la natura del nostro rapporto con quell’esperienza? Per prima cosa è necessario riflettere sul tempo e sullo spazio. La nostra azione è sempre orientata nel tempo e nello spazio, non può prescindere da essi. Legata per sua essenza alla corporeità l’azione ha sempre una sua posizione definita in rapporto al tempo e allo spazio. La corporeità è essa stessa costitutiva del tempo e dello spazio vissuti. La corporeità dell’azione e la durata dell’esperienza hanno sempre una triplice direzione: presente, passato, futuro. Il presente vissuto è l’istante della mia azione reale o della mia azione concepita come possibile. Come dato d’esperienza esiste solo il presente; come vissuto interiore esistono tutti e tre i tempi. Tempo reale e tempo vissuto quindi in che rapporto stanno? Facciamoci aiutare da Agostino D’Ippona. Egli afferma: il presente è sempre il presente del presente, il passato è sempre il passato di un presente e il futuro è un futuro di un presente. Questi tre tempi esistono nell’animo, segnalando quindi l’esistenza di una coscienza capace di trascendere l’immediatezza del presente, nel superamento del vincolo e del condizionamento che esso genera, come invece accade per ciò che è puramente natura: presente del passato nella memoria; presente del presente nella visione; presente del futuro nell’attesa.[1] Memoria, visione e attesa sono i primi segni di una coscienza che può esprimere la sua azione più elevata nella speranza quando c’è attesa, nel perdono quando c’è memoria, nella presenza quando c’è visione. Esiste una memoria quindi che agisce e un corpo che stabilisce la presenza di una persona, così come esistono tre contemporanee direzioni temporali nell’azione, non sempre coscienti e visibili. La ricerca di presenza e di consapevolezza di un “hic et nunc”, devono perciò tenere conto della complessità del dato di coscienza temporale perché esso assuma un senso compiuto, reale e profondo.

Esiste un tempo soggettivo e un tempo cosmico al quale sono chiamato a partecipare; un tempo che inizia con la mia nascita e termina con la mia morte, che misuro al suo passare ed esaurirsi nell’azione, ed un tempo che trascende ogni mia azione, che segue sue leggi, che esiste prima della mia nascita e che andrà oltre la mia morte. Quest’ultimo è un tempo la cui misura è così ampia, misteriosa e incommensurabile da poterla sperimentare come inafferrabile, infinita ed eterna. Impermanenza ed eternità s’incrociano quindi come dati di coscienza nella loro sostanziale contemporanea verità, generando in tal modo un ossimoro irrisolvibile  il cui elemento costitutivo sta nella mutazione: la realtà è sempre in movimento. 

La struttura dello spazio nel quale mi sento vivere effettivamente, le sue dimensioni sono le direzioni dei miei movimenti e in particolare delle mie azioni reali o concepite come possibili. In questo spazio primario vi sono cose grandi e piccole  in rapporto al mio corpo e alle sue possibilità d’azione. Lo spazio si riempie della mia azione, agire significa partecipare volontariamente a questo movimento e influenzarne la direzione. ma prima è necessario discernere e comprendere il fenomeno. La fuga nella disperazione è l’abbandono della realtà e dell’azione, cioè della possibilità rischiata di poter incidere sul reale, in rapporto ai nostri desideri che divengono volere. La nostra presenza è corporea, spaziale e temporale: io sono qui, ora; io sarò da qualche parte dopo; io sono stato da qualche parte prima. Presenza mentale significa consapevolezza su quattro livelli: stato fisico, sentimenti, contenuti della mente e del cuore, contenuti delle leggi universali che regolano il mio essere nel mondo. Che cos’è quindi l’assenza? Morte in tutte le sue possibili forme: del corpo, dell’agire interiore, della memoria, del volere, della speranza, del pensiero, dell’azione sul mondo. La continuità della presenza è data quindi sia dalla consapevolezza del “dove sono?” sia dalla continuità dell’agire interiore. Esso è lotta e travaglio dello spirito che tenta di adattarsi alla presenza nel mondo che impone limiti ma dispone anche delle necessarie risorse materiali e spirituali per vivere. Qualcosa ci dice che il mondo ha un suo senso e che nasconde significati che vanno svelati esistendo. La bellezza e la partecipazione sono due di essi. Per includere più mondo al proprio interno è necessario creare spazio, ma per incontrare il mondo bisogna uscire di casa, uscire dalla propria zona di sicurezza e protezione fatta di improbabili certezze e pretese di controllo. La presenza mentale ci consente di essere là dove dobbiamo essere, ci permette di scorgere le cose così come veramente sono, immediatamente e direttamente, con la freschezza e l’immediatezza dell’attenzione. Può accadere allora di essere toccati dal quotidiano e da ogni manifestazione della realtà, può accadere di percepire il legame tra le cose, riuscendo a discernere il superfluo dal fondamentale, rispondendo in modo adeguato a ciò che il quotidiano mi chiede, cosa esso esige da me, libero dagli obblighi della vita pulsionale. Si può scegliere quindi anche di rimanere là dove si è anche se qualcosa non ci è chiara, mollando la presa spesso ostinata sulla paura, rinunciando alla soluzione immediata e al controllo, avendo fiducia nella continuità della propria attenzione. Si diventa responsabili. L’azione può procedere anche se feriti, anche se non c’è sollievo immediato, tentando di sottrarre energia al lamento e all’autocommiserazione. Questo è spirito di libertà nella connessione con il mondo. Si sperimentano la partecipazione e la bellezza.

Sviluppare presenza per diventare presenza non risolve il dolore e la fatica dell’esistenza piuttosto li colloca all’interno di essa, dona loro il posto che gli spetta, conferendo senso e ampiezza. Nascono così accettazione e accoglienza.

Nella meditazione quindi si osserva e si va in profondità per rimanere aperti e per essere.

Si osserva con attenzione e senza giudizio per cercare un rapporto autentico con i mutamenti del nostro corpo sviluppando saldezza, stabilità e concentrazione. Si osservano i dolori e i piaceri fisici, il respiro, gli stati emotivi e mentali. Si osserva per comprendere cosa sta realmente accadendo nel presente con il fine di sviluppare continuità d’attenzione.

Rimanere aperti ha il significato di schiudersi al processo vitale in sé e per sé,  di scorgere e quindi accettare i sentimenti e gli stati che generano i nostri particolari blocchi, impedimenti, nodi emotivi e mentali irrisolti. Porta comprensione e quiete ma induce ad andare più in profondità per tentare di capire cosa fa muovere la nostra mente, cercando di andare al nucleo della sua natura pensante e desiderante. Il tentativo è quello di passare dall’attenzione ai contenuti, cioè oggetti deconnessi tra loro mai inseriti nel fluire temporale e che tendono ad assumere senso in sé, al processo inteso come struttura  che si trasforma nel tempo e che lega un pensiero all’altro, un sentimento all’altro, un’immagine all’altra. L’attenzione si rivolge ai significati emergenti, alla qualità, al movimento e al divenire. Si aprono domande sui percorsi per giungere al senso e ai significati; si cercano le radici, gli elementi sorgivi e quelli che decadono; si osserva cosa accade e come accade, cosa produce e come si trasforma.

Se l’educativo persegue lo sviluppo della coscienza e la generazione di un sano rapporto con la realtà, la meditazione può diventare quindi un sano strumento per coltivare alcune qualità umane fondamentali in questa direzione di ricerca: il lavoro, l’amore, la contemplazione e l’autenticità.

Il lavoro. Esso definisce il nostro essere nel mondo, la nostra azione e il nostro impegno, il nostro rapporto con il potere e la capacità di trasformare le forze e la materia. Perciò è importante penetrarne il significato profondo per cogliere il valore del lavoro ben fatto. Chiudere ciò che si è aperto; portare a termine ciò che si è cominciato; andare a fondo a ciò che si è trovato e scelto; usare i frutti del proprio lavoro, dei propri errori e successi; saper lasciar andare quando il lavoro termina ed infine imparare a ricominciare un’opera nuova quando qualcosa finisce. Tutto questo per imparare a dirigere i propri sforzi affinché nel proprio lavoro si possano coniugare il bello e l’utile.

L’amore. Esplorare le leggi dell’amore in tutte le sue manifestazioni. L’amore è azione e relazione con l’altro, con il mondo con se stessi; servizio e gratuità sono le sue manifestazioni. Ne siamo tutti bisognosi e tutti siamo chiamati a confrontarci con la sua realtà, la sua forza e il suo mistero.

La contemplazione. Il mondo ci appartiene, noi apparteniamo al mondo. Guardare la sua realtà per parteciparvi, cogliere il valore e il potere della natura e di tutti i suoi fenomeni. La coscienza si eleva e si amplia nel momento in cui l’io si decentra e il senso d’importanza personale si sgonfia. L’io è necessario per il nostro rapporto con il mondo ma il suo eccessivo accrescimento ingombra, fagocita tutto, occupa spazi illeciti e impedisce ogni visione d’ampiezza. Solo l’irrompere di una forza che lo trascenda e ne evidenzi l’illusoria potenza può ricondurre la natura dell’io al suo originario senso, ridimensionandolo. Si tratta di una resa e di una lotta, di un affidarsi e di una scelta.

Forse l’esperienza del sacro sta proprio in questa resa, cioè l’accettazione di una sconfitta e di una lotta. Far finta di essere delle pecorelle mansuete aiuta solo a meglio nascondere il desiderio egocentrico di essere sempre vittoriosi, diventando piuttosto pavidi e cinici e all’occorrenza anche molto violenti. Quel desiderio infantile di totale soddisfazione di ogni bisogno, che non tollera limiti ed alcuna frustrazione, che non vuole mai essere messo alla prova, se prevale influenzerà ogni ambito dell’esistenza, generando sofferenza in se stessi e negli altri. Cercare amore è ben diverso dal cercare di essere commiserati, e quando interiormente si assiste al fallimento di un proprio progetto egocentrico infantile, avendo  collaborato affinché accadesse, emerge la persona adulta e intera. L’evoluzione della coscienza passa inevitabilmente attraverso continue sconfitte. È il senso d’importanza personale che perde, il quale ribellandosi genera angoscia di fronte alla scoperta di essere impotenti, vulnerabili, inconsistenti, impermanenti, fragili. È la coscienza che vince generando autenticità e senso d’interezza di fronte ad un dato di realtà inoppugnabile: non siamo immortali.  L’espandersi dell’esperienza di vita la rende più ricca, esperire il mondo in modo più profondo e ampio genera apertura e la speranza di essere più gioiosi, nell’accettazione della condizione umana che include piacere e sofferenza, solitudine e lotta. Il conflitto basilare umano si gioca tra il desiderio di essere maturi, quindi capaci di sostenere la solitudine e di giungere alla piena autonomia, e quello di non essere soli. Desiderio di solitudine e bisogno di relazione. L’illusione risiede nel credere di poter avere entrambi contemporaneamente quando invece è una dialettica polare da vivere piuttosto che da risolvere.

Essere reali e autentici è l’obiettivo principale di un processo di coscienza. Essere reali e autentici con l’altro nella reciprocità, è l’obiettivo della vita di relazione. Essere reali e autentici è possibile realizzarlo solo nel confronto con l’altro e con il mondo. L’educativo rivolto ai processi di crescita degli adulti, in quest’ottica assume quindi molti significati. Premesso che non è possibile evitare le questioni difficili dell’esistenza, l’azione educativa deve muoversi nel solco della realtà e al tempo stesso aiutare l’altro a sollevarsi al di sopra di essa e del dolore, aiutarlo a tollerare l’ansia e la frustrazione, a godere di tutto ciò che rende reale la vita, mostrando anche l’assurdo dell’esistenza stessa. A questo proposito Pascal, per superare l’illusione del controllo e della certezza, invitava a travailler pour l’incertain,[2] e a fare bene comunque il proprio lavoro. L’ironia e l’autoironia hanno radici profonde in tale consapevolezza, sono forze evolute che con la quieta allegria di una risata aggrediscono ogni senso d’importanza personale, e quindi di permalosità propria e altrui, forze ben diverse dal sarcasmo cinico e distruttivo. La scelta di vivere da svegli, in piena presenza fisica e mentale, nel tentativo di dirigere lo sforzo sempre verso la crescita e l’edificazione procede nella direzione opposta del bisogno di essere sedati. Su questo fronte si gioca una battaglia che vede contrapposte forze impari  e il cui premio sta nel diventare veramente umani, quindi reali e autentici, creativi, liberi interiormente, fuori dal lamento e dalla recriminazione.

Il premio sta nel diventare responsabili della propria vita.

[1] Cfr. Agostino D’Ippona, Le confessioni.

[2] Cfr. Blaise Pascal, Pensieri.