Educare all’autonomia nella relazione

di Antonio Ricci *

Riuscire a parlare in modo qualificato di autonomia relazionata è un compito arduo, soprattutto se si vuole rintracciare una prassi educativa che la realizzi. È un tentativo che tuttavia va fatto, sia per l’importanza di ciò che si vuole realizzare, sia per il periodo storico che stiamo vivendo. Il problema della ricerca di giusta relazione tra uomini attraversa i tempi e la storia, e le forme che le diverse risposte (o silenzi) hanno assunto sono sempre state indicative del livello di civiltà raggiunto. L’unica entità reale di qualunque società è la persona, e dal modo come organizza e stabilisce le sue relazioni se ne può dedurre il livello evolutivo. Ciò che realmente evolve o si inabissa è la coscienza che sembra procedere per salti discontinui e seguire propri tempi e proprie leggi, senza alcuna progressione lineare. La storia ci può aiutare a ricordare che il progresso tecnologico non è mai stato indice di civiltà quanto piuttosto l’uso che viene fatto della conoscenza: per elevare o distruggere l’umano. Le ideologie totalitarie del ‘900, nel loro tentativo di «togliere Dio da dentro l’uomo», hanno realizzato abissi di orrore e ampi progressi organizzativi e tecnologici, segnando un limite distruttivo mai raggiunto prima, laddove il medioevo, periodo ancora erroneamente considerato buio e arretrato, «anelava alla conoscenza, creava opere grandiose, compiva gesti audaci ed elaborava ordini e strutture sociali di validità somma».[1] Certo non va dimenticato che la coscienza medioevale, al suo opposto, esprimeva un’idea di mondo che implicava un continuo «cortocircuito religioso» fino al punto di sovraccaricare di significati metafisici l’assoluto e spogliando così del suo giusto valore la temporalità, il finito. Lo sguardo che poneva sulle cose  e sugli uomini, era parziale e pre-critico, mentre nella cultura moderna si è approdati ad una diversa considerazione dell’uomo, della natura, della cultura, attribuendo un senso di obbligazione all’onestà e all’obiettività. La cultura moderna, afferma Guardini, «si risolse a prendere il mondo come realtà e a non assottigliarne la consistenza con l’immediato transito nell’assoluto. Essa ebbe coscienza che questo mondo è stato posto, in modo insieme grande e terribile, nelle mani dell’uomo e si dispose a non indebolire il senso di questa responsabilità con il ricorso alla  religione, ma a considerare questo stesso senso come un compito religioso».[2]

Quindi questa responsabilità, che può essere evitata solo a caro prezzo, eleva la vita a compito da realizzare esistendo. Ciò che facciamo di questo mondo e di noi stessi ricade sulle nostre stesse esistenze, responsabilità che non possiamo delegare ad alcuna dimensione trascendente. Ma la coscienza si espande proprio attraverso l’esistere nella convivenza, consapevoli della responsabilità che ciò comporta. Di conseguenza sorgono domande importanti: chi è l’altro e come mi rapporterò ad esso? Come voglio che si rapporti a me oggi e per costruire quale futuro? Ma solo una valutazione reale inserita nel tempo può darmi la giusta risposta, ad evitamento di una metafisica della convivenza.

Non sfugge ad uno sguardo attento quali forme stia attualmente assumendo la relazionalità: sempre più asettiche e virtuali, prive di corporeità e sempre più lontane dalla pregnanza del volto vivo. Forme che aumentano il senso di isolamento e di disperazione, che annullano i tempi soggettivi e la profondità della comunicazione. Forme che, nella ricerca affannata di contatto, hanno l’effetto paradossale di scindere il pensiero dall’azione e di impedire ai corpi ogni possibilità di vero incontro. Sono corpi che diventano in tal modo oggetti estranei e abusabili. La corporeità disincarnata esalta la scissione, esige falsità espressiva e un contratto eterno con il tempo, obbliga ad una lontananza dai sentimenti e dalla parola. Ciò che appare quindi sono intimità forzate o inventate spacciate per incontro, in un «sordomutismo mentale» disperante: si dice ciò che non si pensa, si agisce ciò che non si vuole, si pensa ciò che non si agisce. Quando l’altro scompare dall’orizzonte della propria coscienza, anche la sessualità assume forme acorporee esasperate e autistiche, seppure nel contatto dei corpi essa prende forme perverse nella loro anonimia e violenza profonda: sono modalità disperate nella loro illusione di piacere e di contatto, disperate nel tentativo di ritrovare nell’eccesso e nell’abuso, un corpo reale e vibrante. Straniero a se stesso e agli altri, come ci insegna Ferdinand Ebner, l’io esiliato dal tu umano e dal suo vero Tu, rimane solo in mezzo agli altri in perenni soliloqui, nella frantumazione dei pensieri e dell’anima. Quando la vita solo rappresentata si sostituisce alla vita reale, non la si può più conoscere né riconoscere nell’altro, la dignità, il mistero e il rispetto s’inabissano, e tutto diventa artefatto, superficiale, affrettato. Quando non si riconosce la vita nell’altro non la si trova nemmeno in sé e tutto, nel bene e nel male, diventa virtualmente possibile.

La profondità dell’interazione per il tempo esclusivo che essa richiede, diventa così un intralcio perché obbliga a prendere troppo sul serio la vita di chi ci fronteggia. Non c’è tempo per il singolo ma solo per un’anonima collettività standardizzata. Sembra importare solo la quantità. «Non c’è tempo» è un vissuto ricorrente ma per andare dove e per fare cosa? Le risposte a queste domande sono spesso avvilenti, sia per la loro crudele superficialità, sia per l’evidente disattenzione all’umano che esse mostrano. È una superficialità inconsapevole che produce danni nel tempo, danni subdoli che intaccano le strutture profonde della coscienza e della fiducia nella relazione. Danni che ledono la speranza, che esplodono come mali e che, nel peggiore dei casi, possono diventare stile di vita e ideologia. La convivenza con il disagio può far sembrare immutabile e normale una realtà disperante, al punto che è difficile dire se sia più sano sviluppare tolleranza per ciò che tollerabile non è, oppure esprimere tutto il proprio dolore e dissenso, anche se a volte può assumere forme inappropriate. Chi non arriva mai a sofferenza della propria condizione di vita perché dovrebbe voler cambiare? Ma perché arrivare al danno per cercare un rimedio che spesso risulta insufficiente? Si confida ancora troppo nella cura piuttosto che nella costruzione e nella prevenzione, e l’educativo si colloca in quest’ultima frontiera.

Perciò è importante tornare a riflettere sui problemi primi dell’educativo e sul valore ontologico della relazionalità.

Educare alla relazione richiede di sostenere la persona sin dai suoi inizi.

Educare è aiutare l’altro a diventare ciò che è, con la relazione, per la relazione, nella relazione.

(*)
Antonio Ricci, psicopedagogista, presidente e fondatore del Centro Studi Educativi e Pedagogici Periagogè


[1] GUARDINI, ROMANO, Mondo e Persona, Morcelliana, Brescia, 2007, pg. 32

[2] GUARDINI, ROMANO, ibidem, pg. 37.