Operare nella relazione d’aiuto: motivazioni e insidie

di Federica Angriman *

Questo breve scritto mi è stato stimolato dalla lettura dell’articolo “Per un’askēsis Normodinamica”. Vuole presentare il mio punto di vista, come psicologa clinica, relativamente alla relazione d’aiuto, a partire da tre domande: che mestiere è il nostro? Quali sono le insidie? Come ci si tutela? Sono domande nate da un dialogo vivo, e ancora in corso, condotto all’interno del contesto di supervisione e aggiornamento che stabilmente mi vede impegnata, assieme ai miei colleghi, e con la guida di Antonio Ricci, in un’attenta osservazione del mio operato. Ciò che riporto sono frammenti di discorsi più ampi attorno ai quali ho voluto dipanare la riflessione, per tracciare una mia linea di senso e tentare di dare quindi alcune prime risposte.

Il concetto di ‘sé’ tra corporeità ed esperienza relazionale

In ambito normodinamico due sono i principi che qui ci interessa particolarmente approfondire e che guidano il lavoro di chi opera nella relazione d’aiuto, che sia l’educatore, lo psicologo o lo psicoterapeuta: il primo è l’inscindibilità del binomio mente-corpo; il secondo, che s’innesta sul primo, è la formazione e l’auto-formazione continua come valore imprescindibile. Questa continuità formativa serve a ripulire lo sguardo verso sé e verso l’altro, nel tentativo di una maggiore comprensione del significato e delle motivazioni che orientano la persona alla relazione d’aiuto. Questo significa che la formazione dell’educatore e terapeuta deve includere la dimensione analogica-corporea? Come si applica nella pratica il principio dell’inscindibilità mente-corpo? Quale sguardo va coltivato in primis verso se stessi per cogliere i modi d’essere nel mondo e di abitare il corpo?

Per tentare di rispondere vorrei partire da una sintesi relativa al concetto psicologico di “sé”: “Il sé, nella sua definizione più generale, è costituito dal corpo e dalle sue funzioni, molte delle quali operano sotto il livello della coscienza. Con il corpo possiamo avere un duplice rapporto: sentirlo direttamente e averne un’immagine. L’io si forma un’immagine cosciente del corpo la quale, in una persona sana, coincide con quella realmente esistente e presuppone quindi che nel corso della crescita il senso di sé sia stato accettato ed integrato. Quindi l’io osserva il corpo, la cui percezione dipende dalla connessione con i bisogni del sé, così come il corpo stesso informa la mente dei suoi bisogni, fornendo lo scopo e orientando l’azione. Tanto più sarà esatta la rispettiva percezione e maggiore sarà la coerenza tra l’immagine di sé e la consapevolezza del sé corporeo, condizione che consentirà un’espressione sana e integrata della persona nel rapporto con la realtà. Quando invece l’immagine mentale non corrisponde alla realtà del sé corporeo, assisteremo all’insorgere di disturbi di personalità diversi la cui gravità sarà proporzionale al grado d’incongruenza esistente tra le due identità”.[1]

Per meglio comprendere quanto descritto ritengo sia opportuno approfondire alcune questioni appena accennate, quali il concetto di “sé”, di “sanità” e di “disturbo di personalità” alla luce della psicologia clinico-dinamica. Nella sua definizione generale il sé viene descritto come “costituito dal corpo e dalle sue funzioni”.  Cosa implica? Comprendo quanto il piano corporeo, per il principio citato sopra, sia l’espressione più immediata del “chi sono”. Possiamo ipotizzare che il corpo sia l’espressione visibile del sé, il quale comprende anche gli aspetti non visibili della persona, il suo mondo interiore, quello che in misura varia è conosciuto a se stessi e quello che sfugge ad ogni comprensione (inconscio, lato ombra, abisso, mistero…). Il modo di essere, di abitare il corpo parla del sé nella relazione; è qualcosa d’altro dal puro sistema fisiologico e organico osservabile da una posizione neutra ed esterna, quale può essere quella di un anatomista. Il corpo è un evento vivo, agente nella realtà e relazionato a chi lo coglie. Potremmo affermare che conosco l’altro e me stesso in virtù di quel corpo con cui m’incontro e di ciò che mi accade e percepisco in quell’incontro. Nella mia formazione normodinamica sono stata aiutata ad integrare in forma non concettuale, bensì esperienziale, tutto ciò. La pratica corporea non disgiunta dall’atto riflessivo e dalla personale ricerca fornisce elementi fondamentali per la comprensione.

Senso del sé, intersoggettività e disturbo narcisistico

Il riconoscimento dell’altro significativo; l’appartenenza ad una rete di affetti che consenta di vivere una risonanza e una comunicazione emotiva coerente a partire dalla primissima infanzia sono elementi fondamentali alla costruzione del senso di sé nel bambino. Ciò dimostra l’essenza intersoggettiva e relazionale dell’essere umano. La fiducia rispetto al proprio sentire, alle proprie percezioni, l’interesse verso l’esplorazione del mondo, la volontà di comunicare con il ‘non-io’ mettono radici nel terreno delle prime relazioni. A proposito della genesi evolutiva del sé, gli studi di Daniel Stern, noto psichiatra e psicanalista, evidenziano benissimo la precocità di tali interazioni.[2]  Quindi, “l’espressione sana e integrata della persona nel rapporto con la realtà” dipende da queste radici, come anche dagli eventi della vita e dalle trasformazioni che conducono fino al presente. Il disagio psichico può essere guardato da questa prospettiva, ponendo l’attenzione sul fatto che la persona è espressione della complessità della sua rete di relazioni passate e presenti. È lecito quindi affermare che Il disturbo di personalità abbia motivo di essere definito tale solamente quando è possibile parlare effettivamente di personalità, dopo cioè che l’esperienza relazionale ha già avuto modo di portare i suoi contributi, favorevoli o avversi al processo di integrazione. Quali sono quindi le motivazioni profonde che ogni educatore e psicologo deve essere disposto ad esplorare in sé? Quali le insidie se tale consapevolezza viene rifuggita? È sufficiente attenersi ad un codice deontologico professionale? Quali domande vanno necessariamente sostenute e quali percorsi intrapresi?

Relativamente al tema della competenza emotiva e relazionale dell’educatore e del terapeuta, il disturbo narcisistico di personalità ritengo necessiti di un approfondimento specifico, proprio perché si tratta di una dimensione psichica che credo rischi di celarsi, più spesso di altre, dietro l’ambigua e non esplorata disponibilità a comprendere i bisogni altrui ­e la pretesa di risolverne le difficoltà. Ponendo l’accento sulla dimensione corporea e relazionale dell’individuo, possiamo approfondire la questione evidenziando il fatto che: “Il narcisismo è una forma distorta di rapporto con se stessi e con il mondo, e si esprime in due modi: la negazione dell’esperienza immediata corporea e dei propri sentimenti; la creazione di un’immagine di sé artefatta, invulnerabile, compiacente e seduttiva. Alla base di ciò, come afferma Lowen,[3] c’è un’esperienza infantile penosa di rifiuto, umiliazione, impotenza, seduzione e asservimento.  In questo circuito c’è un bambino che ha bisogno delle cure di un adulto, e un adulto psichicamente immaturo che usa il bambino per rispondere a propri bisogni insoddisfatti. L’adulto narcisista teme l’intimità e cerca potere nella relazione per evitare il rischio di essere nuovamente abusato, umiliato, danneggiato proprio nel suo bisogno di relazione. Questa ricerca di potere sarà anche la prova del suo essere ‘speciale’ che dovrà trovare espressione in modi molto precisi”.[4]

Relazione con il mondo, falso sé, paura dell’intimità, ricerca di potere nella relazione: questi sono i temi che terrei di sottofondo, provando a fare un ulteriore passo di comprensione: Operare nella relazione d’aiuto, sia essa educativa o terapeutica, non è una missione speciale fatta da persone speciali, è piuttosto un mestiere molto delicato e difficile, il quale assieme a specifiche competenze professionali, richiede l’impiego, e quindi la formazione, di forze mentali, emotive e relazionali particolari, proporzionate alla complessità che si vuole gestire. Incontrare l’altro significa essere disponibile ad accogliere ciò che c’è, vuol dire rendere significativo quel momento. Perciò è importante saper gestire in modo ottimale i propri stati mentali, emotivi ed energetici, occupandosi quindi della propria salute fisica e mentale, se si vuole aiutare altri a fare altrettanto. È un fatto ovvio, spesso dimenticato; è un passaggio obbligato, spesso saltato”.[5]

Il disturbo narcisistico trova comunemente espressione attraverso una somma di espressioni della personalità che sono: la grandiosità, il senso di importanza personale e d’onnipotenza, l’irragionevole aspettativa che tutto sia dovuto, lo sfruttamento dell’altro per i propri scopi, l’inconsapevolezza e la negazione di sentimenti d’invidia, o la massiccia proiezione di questa emozione sugli altri, l’assenza di sintonizzazione affettiva e di capacità riflessiva intorno ad essa. Si evidenziano una necessità di essere al centro dell’attenzione e una insensibilità di fondo ai bisogni dell’altro. Nella forma più comune di narcisismo, quella definita come “inconsapevole[6], l’altro è colui che deve fungere da “pubblico”, da “auditorio”; nella forma invece meno vistosa del “narcisismo ipervigile”[7] e ipersensibile al giudizio altrui, l’altro è una minaccia da tenere costantemente sotto controllo, colui che può ferire e umiliare. In entrambi i casi lo sbilanciamento relazionale è verso il proprio mondo interno, dove il mondo emotivo dell’altro non trova spazio né risonanza. La vita di relazione del narcisista è una lotta per mantenere una stima di sé sempre precaria, per impressionare gli altri e/o per apparire “come si deve”. Una stato psichico labile ed estenuante ed una condizione esistenziale che Ferdinad Ebner, maestro elementare e filologo dialogista, ha definito “vita di rappresentazione” contrapponendola alla “vita autentica”. [8]

Coltivare la consapevolezza di sè

Domande, considerazioni sociologiche ed esistenziali emergono quasi ovvie. Questa inautenticità interessa solo chi è affetto da un disturbo di personalità grave? Ci si può definire del tutto immuni da questa disposizione? È forse più adeguato immaginare di trovare una collocazione in un punto del continuum sanità-sofferenza psichica, o meglio ancora interezza-scissione? Si può tentare un’autodiagnosi? È utile a coltivare consapevolezza?

Ebner parla di vita autentica da una prospettiva esistenziale dialogista, in quanto realtà accessibile all’uomo. Io penso che tale principio possa accostarsi, dal punto di vista psicologico, con il processo d’integrazione del sé, con il diritto di poter riconoscerne la necessità e di essere aiutati a perseguirla, anche se è necessario evidenziare la differenza sostanziale della visione ebneriana: essa apre ad una dimensione pneumatologica ed è uno slancio verso la dimensione spirituale e cristiana dell’uomo intero. Rispetto all’importanza della sintonizzazione affettiva, che abbiamo visto essere carente o del tutto assente nelle personalità narcisistiche, essa avviene nella contingenza della relazione attraverso un riconoscimento interiore dei sentimenti propri e dell’altro, distinti e correlati tra loro, connessi al sentire corporeo. Il saper dare una risposta sintonizzata e adeguata al contesto implica un passaggio d’integrazione, un’apertura e la capacità di sostenere un contatto, nella chiara differenziazione interiore del proprio Io.

Avere compreso e accettato la propria condizione di solitudine come dato di realtà psichica fondamentale è un passaggio di maturità relazionale che sottende una disposizione contrapposta a qualunque forma di potere, di abuso e di ambiguità. L’accettazione della solitudine chiarisce meglio la funzione d’aiuto e sostegno assunta dall’educatore o dallo psicoterapeuta. Da quella solitudine può emergere un sano desiderio d’incontrare l’altro, sul quale può radicarsi la volontà e svilupparsi la consistenza necessaria per sostenere i processi lunghi e complessi che possono condurre ad un vero incontro. Vero perché rispettoso della volontà di ciascuno e per la libertà di ciascuno. Fare chiarezza su questo punto significa fare i conti con quanto di equivoco e pernicioso può aggirarsi intorno al concetto di “relazione educativa”.

A tale proposito Ricci sostiene che: “Il rapporto educativo non è una forma, a lungo termine e a buon mercato, di maternage sostitutivo, né una vasca d’attingimento di affetti a richiesta o, al contrario, un deposito perenne delle proprie perversioni o sofferenze. I mestieri educativi e terapeutici non credo possano essere svolti da persone con poca consapevolezza corporea ed emotiva, da persone disattente ai propri processi interni e relazionali; non credo siano mestieri che possano essere svolti da chi è relazionalmente invischiante e invischiabile, da chi è ancora scarsamente differenziato dalla propria famiglia d’origine. Se poi vogliamo andare a fondo rispetto alle competenze “umane” richieste a chi svolge funzioni educative e curative, appare evidente la fatica che dovrebbero fare, per mettersi nella condizione migliore per svolgere bene il loro lavoro, tutte quelle persone con spiccate attitudini manipolatorie, vulnerabili a collusioni e triangolazioni. Nel nostro campo conta ciò “che sai” tanto quanto ciò “che sei”, il che non vuol dire essere privi di problemi o di tratti nevrotici, piuttosto rimarca la necessità di una ininterrotta ricerca d’interezza e autenticità e definisce una forma costante di vigilanza verso i propri meccanismi mentali e relazionali, una forma di presenza mentale da coltivare con esigente fermezza. È un problema sia di onestà personale e professionale, sia di tutela nei confronti di chi chiede aiuto. Nel processo formativo è importante ricordare che alcune cose possono essere trasformate e altre no, e molto dipende anche dalla volontà di chi si forma. Tutto ciò sembrerà ovvio a chiunque, come dire che per essere piloti d’aereo non si deve soffrire di forte depressione, claustrofobia o attacchi di panico, anche se si è bravissimi al simulatore di volo, eppure da questo punto di vista esiste ancora molta confusione anche tra addetti ai lavori, in particolare sui processi di formazione, aggiornamento e verifica. Tutti sanno bene la differenza tra un sapere puramente cognitivo, appreso sui libri, e un sapere profondo frutto di studio, esperienza, disciplina e conoscenza, ma come lo si conquista e misura e come lo si mantiene? Si parla molto di cambiamento, di sapere e saper essere, di intelligenza emotiva e relazionale, di gestione della complessità e del conflitto, sono parole d’ordine che si fa presto ad apprendere per non essere tagliati fuori dal mercato, utili forse per fare qualche brillante seminario teorico, ma chi ha davvero tali competenze e come le ha formate? Chi sa farlo e chi vuole farlo? Chi tutela i clienti dalla possibile inconsapevolezza del terapeuta e dell’educatore, dal loro possibile “imbroglio” narcisistico, se non sono loro a farlo? D’altro canto, se penso all’attitudine iniziale di alcuni clienti, credo che sia di fatto assurdo chiedere a qualcun altro di gestire la propria vita. È un incastro relazionale che deve potersi sciogliere implicandosi direttamente, per poi conquistare reciprocamente nome, volto, storia e dignità umana, senza rinnegare i bisogni, le differenze e le funzioni, ma al contempo, senza accettare troppo a lungo la funzione “salvifica” attribuita e l’iniziale delega indifferenziata. A nessuno serve un sostegno fasullo, una sorta di “prostituta psicologica” alla quale chiedere di svolgere a comando una funzione distorta. Non serve a nulla e genera risentimento. In questo campo non si può imbrogliare per troppo tempo senza generare danni davvero enormi”.[9]

Ciò può valere anche per la relazione d’aiuto psicologica e clinica. La funzione di contenimento del terapeuta, di stampella temporanea, è concessa fintanto che l’io del paziente non ha maturato, nella fiducia della relazione, sufficienti competenze, capienza e consistenza psichica per permettersi di lasciar andare alcune difese massicce e contattare, riconoscere, ed integrare le parti più sofferenti e scisse del proprio sé. Si può intuire che un disturbo narcisista di personalità in colui che opera in una relazione d’aiuto, per quanto lieve, porti con sé una probabile distorsione di significati rispetto alla funzione educativa e terapeutica. Questa non potrà che disattendere il compito di sostenere un processo di individuazione e differenziazione, dovendo rispondere in primis ai bisogni psichici del terapeuta e garantire la sopravvivenza del suo falso sé. Un incastro a due al cui comando operano istanze inconsce e pulsionali tutt’altro che evolutive.

L’ “askēsis Normodinamica” nella direzione dell’individuazione nella relazione e dell’interezza

Quale può essere quindi il processo formativo e autoformativo che funge da verifica e monitoraggio dell’attitudine del professionista d’aiuto? Secondo Ricci: “Affinché possano esserci quindi veri contesti di apprendimento e di cambiamento è necessario che vengano continuamente riconosciute, affrontate e trasformate sia le forze conservatrici, sia quelle distruttive, a garanzia che i processi creativi, integrativi e di trasformazione rimangano attivi. Ciò vale per la continuità di qualunque organismo vivente e per qualunque aggregazione di persone unite da uno scopo; continuità rappresentata da forze che uniscono e separano; unione che non è un “per sempre” e “ad ogni costo”; separazione che non è rifiuto e abbandono.  Se si fa bene il proprio lavoro quindi, cosa che in ambito normodinamico abbiamo detto coincide con il tentativo d’individuarsi nella relazione, sarà più facile accogliere e comprendere l’altro che ci fronteggia, condizione ottimale per aiutarlo a trasformare la paura dell’abbandono e del rifiuto in forze capaci di separazione; a trasformare il bisogno d’amore e accettazione in forze capaci di unione. Solo quando abbiamo la libertà di non appartenere ha significato unirsi a qualcuno, come libero atto di volizione”.

Alla luce di quanto detto fin qui, credo che assumere l’impegno a coltivare la propria askēsis[10] parta dalla consapevolezza di una necessità umana e professionale d’interezza e dall’assunzione di una responsabilità come diretta evoluzione di questa. Significa capire di quale nutrimento si ha bisogno; significa mettersi nella condizione scomoda di rendere manifesti aspetti di sé che si preferirebbe non vedere e non mostrare; significa allenarsi ad uno sguardo e ad un sentire verso sé e verso l’altro che non scindano il corpo, il comportamento e l’agire, dal pensiero, dalla parola e dalla riflessione; significa orientarsi verso un’integrazione delle diverse parti del sé, dei ruoli, e dei contesti di vita in cui si vive, attraversando e accogliendo le incongruenze e le contraddizioni, sostenendo i tempi del dubbio, della non risposta e quelli della trasformazione.

Assumere l’impegno a coltivare la propria askēsis, nell’ottica normodinamica, può quindi valere anche per il difficile e importante mestiere dello psicologo, in quanto anch’esso ambito di “formazione dell’umano” mai scevro dai rischi sopra descritti, intriso di relazione e per la relazione. Assumere l’impegno a coltivare la propria askēsis, in tal senso significa accettare la responsabilità della propria vita e delle proprie scelte con serietà, leggerezza e senso di realtà.

(*)
Federica Angriman, psicologa clinico-dinamica.

 

[1] A. Ricci, Appunti di studio, “Gruppo Avanzato di Normodinamica – Supervisione e Aggiornamento”, 2015.

[2] Cfr. D. Stern, Il mondo interpersonale del bambino, Bollati Boringhieri. Nell’articolo “La malattia spirituale e le radici della violenza” si può trovare un accenno alla teoria dello sviluppo del sé secondo Stern.

[3] Cfr. A. Lowen, Il Narcisismo, l’identità rinnegata, Feltrinelli.

[4] A. Ricci, Appunti di studio, “Gruppo Avanzato di Normodinamica – Supervisione e Aggiornamento”, 2015.

[5] Cfr. A. Ricci, Per un’askesis normodinamica – parte prima, blog Manuale Inapplicabile.

[6] Cfr. G.O. Gabbard, Psichiatria psicodinamica, Raffaello Cortina.

[7] Cfr. ibidem

[8] Cfr. F. Ebner, Parola e amore, Rusconi.

[9] A. Ricci, Appunti di studio, “Gruppo Avanzato di Normodinamica – Supervisione e Aggiornamento”, 2015.

[10] Cfr A. Ricci, Per un’askēsis normodinamica, blog Manuale Inapplicabile.