Essere dalla parte di se stessi. Considerazioni sulla creatività

di Federica Cervini *

“Creatività significa aver portato a termine la propria nascita prima di morire” (E. Fromm)

Ciascuno di noi si è trovato a porsi, almeno una volta nella vita, la domanda: sono una persona creativa?

Quali sono i segni esteriori della creatività? E’ possibile definire le caratteristiche della personalità creativa?

La storia delle interpretazioni del processo creativo risale agli inizi del Novecento, e i vari indirizzi hanno focalizzato l’indagine su aspetti differenti, giungendo a conclusioni diverse e talvolta inconciliabili in relazione al punto di partenza, alla struttura, alla dinamica del processo creativo stesso. Nell’approccio normodinamico, consideriamo la creatività non solo come talento o abilità, bensì come condizione attraverso la quale l’individuo, partendo da un contatto profondo e stabile con la propria interiorità, esprime le proprie potenzialità, amplia i propri contenuti mentali, conferisce senso all’esperienza. Creatività come ricerca continua e dinamica di una sintesi armonica tra le esigenze della vita sociale e l’aspirazione alla libertà individuale, cioè il sentirsi liberi di tentare di dare alla propria vita la forma dinamica che più ci rappresenta, momento dopo momento e fase dopo fase: “Nell’arte del vivere, l’uomo è insieme l’artista e l’oggetto della sua arte”. (E. Fromm)

In quale fase del processo di sviluppo si comincia ad essere creativi? Il pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott considera la creatività come un fattore primario e autonomo nel processo di sviluppo, di cui la filogenesi ha dotato gli esseri umani. Essa è secondo lui il prodotto della sintonia tra madre e bambino: una mente umana può svilupparsi solo all’interno della relazione con un’altra mente che comprende i suoi bisogni di interazione, li anticipa a partire da una sua propensione all’empatia, e crea un campo relazionale in cui le fantasie e le percezioni si incontrano, dando luogo ad una successione di eventi dotati di senso.

“L’impulso creativo, come nessun’altra cosa, dà al bambino il senso di essere vivo [….]è qualcosa che è presente quando chicchessia – poppante, bambino, adolescente, adulto, vecchio – guarda in maniera sana una qualunque cosa o fa una qualunque cosa deliberatamente [….] così che il suo impulso creativo possa prendere forma e il mondo possa esserne testimone”. (D. Winnicott, 1973)

“[….] un fanciullo che non sa giocare, sarà un adulto che non saprà pensare”. (J. Chateau, 1950)

Non è possibile pensare una crescita senza gioco. Nel gioco il bambino reinventa se stesso, appaga i suoi desideri, dà un assetto al mondo rendendolo più accettabile, più sintonico con le proprie esigenze: ma soprattutto sperimenta che ogni configurazione è reversibile, che è possibile esplorare modalità altre di essere, per poi tornare se stesso. Ed in questa oscillazione egli consolida il suo nascente senso di identità.

Il gioco è un momento di distacco volontario, nel quale si entra in un mondo non deterministico in cui ogni cosa può diventare altro da sé; uno spazio non completamente definito a priori, in cui i propri significati, le proprie immagini, animano le cose, gli oggetti, che in questo modo diventano vivi e significativi.

“Il bambino che gioca sente una sorta di “fare anima”, cioè di partecipare sentendosi vivo, non eccitato né violentato dalla massiccia e ingombrante realtà” (A. Gennaro, G.Bucolo, 2006). Il gioco libero e simbolico è uno spazio di esistenza autentica, sgombro di “dover essere”, che infine attiva funzioni in grado di ottenere un migliore adattamento alla realtà.

Se siamo stati bambini capaci di giocare, in che cosa quindi si è trasformata quella capacità? Nella vita adulta, la creatività ha a che fare con la capacità di meravigliarsi e di sentirsi artefici dei propri atti. La personalità creativa implica scelta, direzione, progettualità, coraggio di sperare, di elevarsi al di sopra dei limiti, libertà di accettare il rischio e l’errore. La creatività dell’adulto può esprimersi inoltre nella relazione e se si è genitori, insegnanti o educatori attenti ai bisogni dell’altro, ha il significato di garantire e di generare spazi e tempi non ingombri di oggetti e attività, adatti ad essere modellati dall’altrui attività creatrice.

Creatività implica soprattutto capacità di ascoltare: noi stessi, l’altro, il mondo.

È importante quindi verificare con attenzione se la nostra organizzazione di vita contiene ancora spazi vuoti, a cui dare forma con i nostri significati e le nostre azioni. Così come è molto importante, nella relazione con altri adulti, valutare fino a che punto siamo in grado di percepire e rispettare i significati specifici e personali che fluiscono dall’altro, quando e se nasce l’impulso a dover definire tutto noi o, all’opposto, se sentiamo di non avere diritto di definire alcunché, finendo per subire la definizione altrui.

Nel nostro workshop, partendo da alcune considerazioni sul significato di “creatività”, tenteremo di ricondurle all’esperienza di ognuno e alle diverse forme che essa ha preso e può prendere, riflettendo attorno alle domande che emergeranno attraverso il dialogo, la pittura e la scrittura.


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Insegnante e formatrice di Normodinamica. Didatta nei percorsi di Analisi Normodinamica – Meditazione Relazionale. Si occupa dello studio della biografia secondo il modello Normodinamico, attraverso la consulenza individuale e di gruppo. Conduce gruppi di lavoro sulle tematiche di genere attraverso le fiabe.