A proposito di “guarigione” e “conversione”

di Federica Angriman *

Come persona che ha intrapreso degli studi psicologici e pratica la sua attività terapeutica, credo sia importante rimanere aperta alla domanda sul significato profondo della parola “guarigione”. Se una persona molto competente nel campo dell’umano, che si incontra costantemente con il disagio psichico e le difficoltà relazionali  nonché con il bisogno spirituale e di cambiamento delle persone, afferma che: «Perché possa esserci una reale guarigione, deve esserci una conversione; non c’è guarigione senza conversione»; non posso non raccogliere l’invito a chiedermi cosa questo significhi per me stessa e nel mio approccio alla persona che chiede di stare meglio.

Quest’affermazione è di Antonio Ricci[1], psicopedagogista con il quale lavoro e mi sono formata, emersa nel corso di una supervisione. Per prima cosa mi ha fatto tornare alla mente le parole di  Carl A. Whitaker[2]: «Credo quindi che l’obiettivo principale di qualsiasi psicoterapia sia quello di liberarsi del passato e del futuro, buoni o cattivi che siano, per cominciare semplicemente ad essere. Questo significa imparare a sviluppare la propria capacità di vivere, di essere una persona, di essere ciò che si è, in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. È un processo durante il quale, grazie ad una profonda esperienza emotiva, un individuo riorganizza tutto il suo stile di vita. Assomiglia a ciò che Franz Alexander chiamava ‘l’esperienza emotiva correttiva’ o al vecchio termine religioso ‘conversione’». Aggiunge che questo «spostamento esistenziale nel presente» si manifesta con una qualità di presenza che ha queste caratteristiche:

  • l’essere consapevoli di se stessi;
  • l’entrare in sintonia immediata con l’altro;
  • l’essere orientati verso una direzione precisa.

Potrebbe sembrare una faccenda attraente nonché semplice nella sua realizzazione, l’attitudine di fondo di chiunque persegua il proprio benessere e l’espressione di sé, in aderenza con l’individualismo che governa la nostra cultura occidentale. Va pertanto detto che lo stesso Whitaker  affermava di aver incontrato poche persone realmente «presenti» nel corso della sua esperienza di vita e professionale. «Lo spostamento esistenziale consiste – egli dice – proprio in questo: restringere il proprio mondo fino a concentrarlo nel presente». Aggiungo come riflessione personale che questa affermazione, lungi dal significare un non occuparsi, un taglio, una negazione di quanto ci appartiene del passato e quanto realisticamente ci possiamo attendere dal futuro, significa aver ben guardato in quella memoria e in quelle proiezioni, e proprio grazie alla graduale integrazione che ne consegue, potersi liberare dalla zavorra delle illusioni e disillusioni che sovraccaricano il nostro mondo interno e il nostro organismo. Questo processo attiene per l’appunto al processo terapeutico. Quali sarebbero quindi i segnali concreti di questa «conversione»?

Whitaker dice che il primo cambiamento è quello del linguaggio, con la scomparsa del condizionale, la scomparsa del mitologico vorrei che fosse, penso che avrebbe dovuto essere, di tutti i dovrebbe, vorrebbe, potrebbe, bisognerebbe che, bisognerebbe che non…: «La persona orientata verso il presente lascia semplicemente fluire il suo inconscio, mettendosi in contatto con la parte analitica e verbale tramite il corpo calloso, solamente per comunicare. Non è programmata per adeguare il proprio comportamento a convinzioni passate, schemi concettuali, ingiunzioni genitoriali, esigenze culturali e cosi via». Nel leggere questo può sorgere automatico il giudizio critico: «Non corrispondo a tal persona, non sono orientato al presente…dovrei esserlo…».  Impossibile uscire dal loop del dovrei essere – quindi? Lungi dal biasimarci per questo, è più utile fare buon uso di queste indicazioni di percorso e comprendere che la strada verso la conversione è quella che insegna a riconoscere e ad usare come carburante tutto quello che non va, che non serve (lamento, autosvalutazione, diffidenza, critica sterile, illusioni…), imparando a nutrirci di buon cibo ad ogni livello, a distinguere, e a scegliere. Come un bravo artigiano, come un appassionato artista, dovremmo apprendere l’arte dell’esercizio continuo e incessante.

Un altro segnale è infatti la comparsa della creatività. Tutti artisti quindi?

Federica Cervini[3] in occasione di un suo recente seminario ha così approfondito il significato del termine: «La creatività è un fattore primario e autonomo del processo di sviluppo: è una modalità di pensiero che non riproduce ciò che è già dato nelle precedenti esperienze di vita, bensì crea ex novo. La creatività viene osservata non come talento o abilità, ma come condizione attraverso la quale l’individuo si apre al mondo ed esprime le proprie potenzialità, amplia i propri contenuti mentali, conferisce senso all’esperienza. Creatività come ricerca continua e dinamica di una sintesi armonica tra le esigenze della vita sociale e l’aspirazione alla libertà individuale». Creatività è ad esempio scegliere di aggiungere un tocco di colore alla propria vita, di portare un cambiamento, di rompere una routine, nel momento in cui cogliamo la spinta e la maturazione interiore di un desiderio, capaci di essere in ascolto quindi di noi stessi, senza negare la nostra connessione con il mondo che ci circonda, ma senza chiederne il permesso, liberi da comportamenti reattivi e ribelli, o da conformismi e accondiscendenze passive.  Non accade certo per magia, e neppure per moda o infatuazione passeggera. Si tratta di un processo che si dispiega per gradi,  pur  manifestandosi talvolta come un giorno di disgelo inatteso. A proposito di creatività Whitaker afferma che essa richiede tempo e solitudine. Questa solitudine con cui capita di non sentirci  molto confidenti, può essere incontrata proprio grazie ad una buona relazione con qualcuno.  In una relazione di fiducia e sufficientemente differenziata, come ad esempio quella terapeutica, si può iniziare a provare ad essere se stessi, senza il timore di perdere la relazione. Il cammino verso la conoscenza di sé è fatto di percorsi talvolta scomodi e confusi, desertici e bui, e può rivelarci aspetti di noi che non corrispondono alla nostra idea di noi stessi, mettendo in serio dubbio la nostra volontà di proseguire. «Il primo passo consiste nell’imparare ad ascoltarsi: avere il coraggio di aspettare quando non succede nulla, aspettare che qualcosa accada dentro di noi, non fuori di noi, non grazie a qualcun altro diverso da noi»[4]. La mia esperienza a questo punto mi porta a parlare di meditazione. Questa può essere descritta come un metodo di raccoglimento per divenire consapevoli del dialogo possibile tra parti diverse e differenziate (pensiamo ai due emisferi cerebrali),  che si connette strettamente a quella ricerca di presenza a se stessi di cui abbiamo detto all’inizio. «Sappiamo che meditare è dedicarsi venti minuti al giorno o il sapere che un amico è qualcuno col quale si può stare in silenzio. Così aspetta e ascolta te stesso. (…) Bisogna essere consapevoli che qualsiasi cosa esca dall’Io è l’inizio di un esercizio concettuale che è importante di per sé»[5].

Tornando all’affermazione che mi ha stimolato questa riflessione, trovo un ulteriore nesso con uno scritto di Paolo Menghi: «Meditare è un punto di partenza e un punto di arrivo che si chiama inizio: è l’inizio del bisogno di verità.  (…) un inizio che nasce da una ‘conversione’. Conversione significa fare dietro front, smettere di dare energia ai soliti circuiti e cambiare l’attitudine con cui ci si muove tutti i giorni; vuol dire invertire la direzione della propria vita: andare verso la verità, invece che verso la finzione. Chi vuole ora può sinceramente desiderare di comprendere, di vedere, di conoscere; conoscere non è obbligatorio, ma se si vuole si può, perché la verità è un diritto di tutti, un diritto di nascita. E’ possibile lasciare lo spazio a una vera domanda che sia stabile, costante e che formi il calibro umano necessario affinché l’antenna cominci a innalzarsi. Occorre un certo calibro per tenere il punto con determinazione, per rimanere aperti interiormente senza riempirsi subito di belle risposte. (…) Se la nostra domanda è reale, emergeranno dubbi reali. Se la domanda è falsa emergeranno falsi dubbi, falsi problemi. I dubbi reali sono ostacoli necessari, mentre i dubbi falsi sono soltanto ostacoli. (…) La risposta non verrà da qualcosa di nuovo che potremo vedere, ma dalla continuità dei tentativi fatti per cercare di vedere nonostante non vedessimo affatto».[6]

Le difficoltà che le persone portano al terapeuta sono riconducibili a dei conflitti interni per i quali ci si attende una specie di magica conciliazione. Alcuni di questi conflitti  fonte di tensione e dolore sono tentativi spesso inconsapevoli di evitare di mettere mano alle proprie contraddizioni e ai propri  compromessi  (voglio questo e anche quello, voglio questo senza pagare il prezzo, ecc…), laddove un passaggio evolutivo significherebbe il coraggio di scegliere, di lasciar andare una finzione, di accettare un po’ di realtà. Altre volte si tratta di fare spazio ad una maggiore complessità, contro la tendenza a semplificare, a ridurre lo spazio visivo, per chiusura, rigidità, paura.[7] Come dice Whitaker  «E’ impossibile cercare una soluzione alla vita, come se si trattasse di un problema da risolvere. Affrontare la dialettica della vita è un processo senza fine, senza soluzione, che conosciamo poco»[8]. L’illusione di poter raggiungere il definitivo equilibrio delle polarità dell’esistenza (ad es.: bisogno di sicurezza e bisogno di movimento, di esplorazione; bisogno di appartenenza e bisogno di differenziazione; di solitudine e di relazione) contraddice il principio della vita stessa che è flusso, confronto e dialogo; che chiede il continuo dischiudersi al nuovo, al mutamento di forma. La vita si afferma sempre, non può essere piegata, zittita e messa sottovuoto. Allo stesso tempo ci offre infinite occasioni per accorgerci di quando siamo con lei e quando invece remiamo in direzione contraria ad essa. Liberi sempre di scegliere.

Ancora una volta indagare l’etimologia di un termine, nella scelta di andare alla fonte, all’origine, apre la mente, permette connessioni. Conversione deriva dal latino “con-vértere”, ossia voltarsi, volgersi. Il corrispondente termine greco, mutuato dall’insegnamento platonico, è “περιάγειν – periaghein”, da cui il sostantivo “Periagoghè”, il “voltarsi con tutta l’anima”. Ritorno quindi ancora una volta alla definizione iniziale: «Perché possa esserci una reale guarigione, deve esserci una conversione; non c’è guarigione senza conversione». Voltarsi con tutta l’anima verso dove? E dove si era diretti prima di volgersi? Obiettivo principale della nostra scuola, che opera nel campo educativo, formativo e clinico, è quello di sostenere la richiesta di cambiamento della persona. Richiesta che può originare da uno stato di sofferenza, di crisi, dalla rottura di un equilibrio interiore e/o relazionale. Altre volte invece può nascere da un desiderio di ampiezza, di conoscenza di sé e dei propri modelli relazionali per una migliore qualità di vita, relazionale e professionale, meno omologata e più consapevole. Qualunque sia la spinta, si inizia così ad intraprendere un cammino nella solitudine della propria scelta, che avviene grazie alla relazione. Il cambiamento profondo e qualitativo della persona sotteso con il termine “Periagoghè” è frutto infatti di una relazione “maieutica”. La maieutica è il metodo socratico con cui il filosofo greco aiutava i suoi discepoli a “portare alla luce la verità”, a partorire la loro verità, grazie ad un processo di autoeducazione, ossia di maturazione interiore intenzionale, sostenuto appunto dall’educatore (terapeuta, formatore) orientato in tal senso. Il maieuta è colui che conosce l’arte del portare alla luce e che, accomunato all’immagine della levatrice, ha a cuore e si occupa sia della madre che del bambino. Nascere alla propria verità è l’equivalente quindi di “conversione”, di “periaghein”. Non c’è bisogno di approfondire la metafora per sapere che la nascita è evento cruciale, grandioso, critico, doloroso, sconvolgente, forse il più misterioso e tremendo della vita dell’uomo insieme alla morte. Questo può giustificare la contemporaneità di attrazione e fascino, opposizione e sospetto suscitati da un percorso che vede strettamente accomunati i due termini: guarigione e conversione.

(*)
Federica Angriman, psicologa clinico-dinamica, è responsabile del coordinamento didattico e fa parte dell’equipe didattica e clinica del Centro Studi Educativi e Pedagogici Periagogè.


[1]           Psicopedagogista, insegnante e formatore di Normodinamica. fondatore e presidente del Centro Studi Educativi e Pedagogici Periagogè.

[2]           Carl A. Whitaker, Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio, Roma, 1990, pag. 72.

[3]           Insegnante e formatrice di Normodinamica. Fondatrice e vicepresidente del Centro Studi Educativi e Pedagogici Periagogè.

[4]           Carl A. Whitaker, op. cit., pag. 69.

[5]           Ivi, pag. 70.

[6]           Paolo Menghi, Trasformare la mente – Seminari di normodinamica, Astrolabio, Roma, 2009, pag. 73-74.

[7]           Cfr. Giuseppe Cavion, La ricerca della semplicità, blog Manuale Inapplicabile, 4 aprile ’13.

[8]           Carl A. Whitaker, op. cit., pag. 70.