Una riflessione sulla “RES-PUBLICA” e il 4° articolo della Costituzione

di Antonio Ricci

“Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per i soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere”.  Italo Calvino

Ho ascoltato con attenzione la lezione di Roberto Benigni (ndr. Programma RAI del dic. 2012) sulla nostra Costituzione e credo sia servito a molti ricordare i principi sui quali si basa la nostra Repubblica, se non addirittura conoscerli per la prima volta. Il fatto che lo abbiano ascoltato oltre dieci milioni di italiani è un segno importante. L’educazione civica, quando frequentavo le scuole medie, era considerata una delle materie «minori» ed era poco apprezzata da noi alunni per la noia con la quale veniva proposta, oggi invece sembra essere ciò di cui abbiamo più bisogno. Il tema è la convivenza civile qualificata, la comunanza, l’appartenenza e la protezione dei beni naturali, artistici, storici, economici e spirituali. Parlare di educazione indica però che è necessario esercitarsi per apprendere come diventare cittadini responsabili e perché emerga un comportamento giusto nella gestione della cosa pubblica, la res-publica.

Non posso scordare l’ultima riforma scolastica e l’insulsa propaganda delle «tre I»: informatica, inglese, impresa. Nella scopiazzatura del peggiore stile di vendita americano, quello che vuole codificare, semplificare, ridurre tutto a slogan per attrarre l’attenzione degli istinti di «pancia» e non stimolare il pensiero, ecco che all’improvviso l’uomo che produce, calcola e vende, preferibilmente in inglese, è l’uomo migliore, l’uomo delle «tre I»: formiamo i nostri figli come imprenditori pronti al profitto ad ogni costo, il resto non importa. Fa ancora male la frase stonata di un indifferente ministro del Tesoro che, alle critiche di chi era preoccupato della mancanza di sostegno del governo alla scuola, all’arte, alla cultura, alla formazione spirituale delle persone, dichiara con tono sprezzante «immangiabili» i libri e la cultura. Il sorrisetto a labbra serrate dell’uomo ottuso e grezzo, che ritiene però di saperla più lunga di tutti sui conti della spesa, usa spesso tali argomenti tra il banale e l’idiota, ma si spera non diriga una nazione. Ci risiamo perciò, il peggior pensiero antiumanista diventa l’ideologia dell’uomo che produce, ciò che conta è ancora una volta l’efficacia e la produzione, la materia contrapposta al pensiero, l’uomo che fa contrapposto a quello che crea e pensa, come se l’utilità dell’uno eliminasse quella dell’altro. Sono cose già viste e sentite purtroppo.

Viene un brivido sfogliando qualche buon libro di storia moderna se non si è pronti a dimenticare cosa produce il mettere l’efficacia prima dell’autenticità e dell’etica. Emana cattivo odore. Se l’azione avrà la sua misura unicamente nell’efficacia, c’insegna Mounier, riterrò ogni mezzo che riesca buono e buono tutto ciò che riesce, e fin qui potremmo essere superficialmente tutti d’accordo, ma se all’opposto l’azione avrà la sua misura e il suo fine nell’autenticità e nell’etica, diverrà importante sia come faccio ciò che voglio, sia ciò che divento facendolo. Il piano si sposta dagli oggetti e dalla quantità alla dignità della persona e al suo diritto di divenire tale. La follia collettiva della Germania nazista ha cominciato ad esprimersi nel suo zelo distruttivo non con la shoa, ma nell’uccisione metodica di gente del loro stesso popolo, malati mentali, handicappati e anziani disabili in quanto persone palesemente “improduttive” quindi inutili e parassiti dello Stato, con il consenso compiacente di medici e psichiatri. Ai loro occhi un atto di pietà che qualcuno doveva pur compiere per il bene di tutti, nonché un’azione tecnica di alta finanza e di efficace gestione economica; ai nostri occhi un gesto orrendo e incomprensibile. Per fortuna. Ma bisogna stare attenti a non cadere nella tentazione del privilegio personale e del tornaconto immediato, perciò bisogna ritornare a valori fondanti e tracciare un confine invalicabile oltre il quale a nessuno è consentito andare: la dignità della persona.

I mezzi di comunicazione da qualche anno ci martellano con la stessa identica notizia che genera angoscia in molti: sono tempi difficili e di crisi. In che senso però dobbiamo cogliere questa informazione? Di quale crisi si parla? In che modo posso e devo rispondere? La cultura della produzione senza termine, dell’efficacia e del profitto senza regole ha insito in sé un seme distruttivo senza il quale non riuscirebbe ad imporsi: ciò che si produce deve essere continuamente cambiato ed eliminato anche se è ancora valido o in buono stato, nella falsa idea che il nuovo è sempre meglio, che si tratti di cose o di persone non fa alcuna differenza. Lo sappiamo tutti ma tendiamo a dimenticarlo. Perciò non è possibile parlare di «sviluppo sostenibile» se non si rivede l’intero sistema di valori e la natura dei bisogni che sostengono quello attuale. Un risultato positivo però mi sembra stia emergendo, anche se non credo durerà a lungo, ed è una rivalutazione della sobrietà, finalmente ciò che è davvero necessario lo si valuta con maggiore attenzione.

La sobrietà come stile di vita chiede un’attenta valutazione dei nostri bisogni reali, della nostra capacità di rinunciare a ciò che è effimero, richiede discernimento e autonomia di pensiero, necessita di una chiarissima scala di valori in ordine di priorità ed una mente ferma e saldamente ancorata a ciò che davvero importa. È l’uomo delle pulsioni contrapposto a quello responsabile, quest’ultimo l’unico in grado di desiderare un ethos e di impegnarsi per uno «sviluppo sostenibile». Paul Ricoeur parla di ethos come auspicio di una vita compiuta con e per gli altri, all’interno d’istituzioni giuste. Auspicio: possa io vivere nell’orizzonte di una vita compiuta e in questo senso felice. Con e per gli altri: nella reciprocità, nella sollecitudine del sé verso l’altro e nel riconoscimento. All’interno d’istituzioni giuste: giustizia distributiva dove beni e merci, diritti e doveri, obblighi e impegni, vantaggi e svantaggi, responsabilità e onori rispondono ad un potere che ne valuta e tutela l’equa distribuzione tra tutti. Ecco che emerge sia la necessità d’impegno sia di dovere come virtù della durata che trovano la loro continuità nella fedeltà alla direzione scelta.

Il quarto articolo della nostra Costituzione recita: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».

Concorrere al progresso materiale e spirituale della società è la definizione più alta di ciò che una società civile può creare, mettendo sullo stesso piano ciò che è necessario per vivere materialmente e ciò che sostiene l’interiorità della persona quindi arte, cultura, sapere, riposo, preghiera, gratuità del gesto, dono, affetti e amicizia. Materiale e spirituale s’incontrano nella dignità del lavoro e la buona produzione la si valuta infine su ciò che nobilita la persona e non su ciò che la «ingrassa» oltre misura. Perciò è necessario combattere perché il lavoro di tutti possa avere tale forza, perché significa combattere per la dignità della persona.

Vorrei quindi augurare a tutti di rimanere fermi nella propria ricerca di sobrietà materiale e spirituale e di ciò che è autentico, con l’invito a coltivare l’interiorità come bene primario e indispensabile per una vita etica nella convivenza.

Che ognuno faccia quindi il bilancio delle proprie «fedeltà» e tenti di riconoscere quale sia il luogo autentico della propria speranza.