Per una paideia normodinamica

di Antonio Ricci

Estratto dell’intervento alla “Giornata di Studi della Società Italiana di Normodinamica”, Roma 27 ottobre 2018, in occasione del ventennale della morte di Paolo Menghi

Una nota personale a mo’ d’introduzione

Sono passati venti anni dalla morte di Paolo Menghi.
A lui penso spesso ed è spesso nei miei sogni; sogni belli e brutti.

A volte mi viene chiesto che rapporto avessi con lui, e spesso me lo chiedo anche io, ma è difficile per me fare una valutazione univoca, che non sia superficiale. Ho conosciuto Menghi nel 1987, avevo 23 anni, studente in crisi di psicologia, in cerca di un senso e di una direzione di vita che intravedevo appena. È stato il mio terapeuta, il mio formatore, il mio datore di lavoro, la mia guida. L’ho seguito fino al 1998, anno delle sua morte, e visto che il legame con lui continua tutt’ora ad interrogarmi, qualunque giudizio definitivo mi sembrerebbe oggi troppo riduttivo. Posso invece dire che, come ogni relazione significativa, contiene luci ed ombre, molte della quali ancora da svelare; contraddizioni appassionate, errori, incomprensioni, e momenti di estrema gioia e profondità. Posso sicuramente dire che siamo stati un’occasione reciproca di conoscenza e crescita, seppure ci fossero evidenti differenze di bisogni, età, potere e competenza. Per il resto, come ritengo sia giusto fare per ogni mio rapporto importante, preferisco proteggere con la riservatezza ciò che la curiosità di alcuni, o la propria vanità, vorrebbe fosse raccontato. 

Continuo quindi a dialogare con lui, chiedendomi a volte cosa avrebbe detto o fatto oggi, anche se credo sia più semplice dire cosa abbia io ancora da dire a lui e ad altri, a parole e nei fatti.

È evidente che la sua impronta di ricerca in campo umano sia ancora molto profonda, che il suo insegnamento sia un campo fertile che continua a dare moltissimi frutti e a stimolare domande e riflessioni originali, insegnamento utile per chi vuole indagare il campo dell’umano e della coscienza, libero da definizioni filosofiche e religiose precostituite. È un pensiero fra molti altri altrettanto autorevoli, che però chiede di essere appreso e praticato nell’unione concreta di idea e vita, cosa che a volte può scoraggiare.

Ecco perché ho scelto di chiudere questa giornata di studi parlando di paideia alla luce della mia esperienza normodinamica, proprio per la sua duplice natura di “fatto pratico” e di “principio orientante” e perché è ciò che ha caratterizzato il mio lavoro di questi ultimi venti anni.

Sarà uno sguardo introduttivo molto sintetico, volutamente asistematico, perciò spero mi si perdonerà l’aprire argomenti così complessi che richiederebbero maggiori approfondimenti, che per ragioni di tempo oggi non potrò fare, ma credo sia importante intanto avviare una riflessione che evidenzi l’ampiezza della dimensione paidetica della Normodinamica, nella convinzione che essa sia profondamente radicata in tutto il nostro lavoro 

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Per una paideia Normodinamica

“Nessuno può dire di se stesso in modo veritiero di essere una merda. Perché, se lo dicessi, potrebbe anche essere vero in un certo senso, ma non potrei essere intriso di quella verità: poiché in tal caso dovrei impazzire, oppure cambiare me stesso.” L. Wittgenstein – Pensieri diversi

“La missione di ognuno è di portare a buon fine la menzogna che incarna, di giungere a non essere altro che un’illusione esaurita”. Cioran – Confessioni e Anatemi

Socrate rivela ad Alcibiade che l’età adulta consiste nel passaggio dall’essere desiderato ad essere desiderante. Due movimenti dell’anima ben diversi il cui motore è l’eros e la cui meta è la relazione. Chi cerca si muove verso, chi vuole essere solo cercato, rimane fermo lì dov’è. L’età adulta per Socrate è un tempo nel quale donarsi, passando dall’attesa passiva di essere esauditi da qualcuno, che può diventare pretesa, alla condizione progettante del desiderio che diventa volontà. È il tempo in cui si esce di casa, tentando di comprendere come il bisogno di entrambe le cose ci condizioni; cercando un sano equilibrio quindi tra l’essere desiderato e l’essere desiderante, certi che la caduta esclusiva nell’una o nell’altra sfera faccia ammalare.

Sono movimenti d’individuazione, cioè la linea più aperta e lontana dell’orizzonte evolutivo; è la paideia, la dimensione di perfettibilità umana.
 Il termine viene da paideuo, nutrire, allevare e, secondo Edda Ducci: “indicò e indica, in modo raffinato e appropriato, la dimensione di perfettibilità dell’uomo, quel suo enigmatico poter diventare ciò che è, la capacità di raggiungere quella misura che è sua ma che nessuno può da fuori, prevedere, oggettivare, o, tanto meno, stabilire, in una parola quel fascio di energie che costituisce il suo mistero e il suo dramma. Per questo il termine paideia impone rispetto e genera stupore. […] Con una certa libertà lo si può rendere con educabilità. Cosa saggia è lasciarlo nella sua forma originaria”.

Paideia quindi come possibilità concreta data ad ognuno di conquistare un’umanità a tutto tondo, una normalità inconsueta che non distilla i suoi riferimenti invertendo i concetti di patologia, ma che pone la persona al centro della propria ricerca, senza negare nulla della sua realtà, anche nei suoi tratti più ambigui, misteriosi e contraddittori. Tale possibilità di cambiamento è insita nella condizione umana, che ha nelle crisi, e nella sofferenza che ne consegue, nuove possibilità di espressione dell’umano, in quanto esse sono considerate tentativi di rinnovamento del proprio rapporto con il reale, tentativi di integrazione di polarità e di risoluzione di contraddizioni.

Il senso della sofferenza

Le persone che soffrono a volte non vogliono farsi domande sul perché accada, e temono chi le fa. Preferiscono rimanere in una condizione d’ignoranza, che è spesso essa stessa causa di sofferenza.
 Aristotele afferma che tutti gli uomini aspirano per natura alla conoscenza, il cui fine è la verità. Ma sarà poi vero? A volte sembra che accada proprio il contrario: tutti gli uomini aspirano per natura all’ignoranza, il cui fine è la menzogna. Forse la verità, direbbe ancora una volta Aristotele, sta nel mezzo: chi cerca conoscenza dovrà inevitabilmente combattere con la propria tendenza a non voler sapere, e non tutti sono disponibili a pagarne il prezzo

Partiamo da un dato di realtà: nessuno sceglie la sofferenza, piuttosto ognuno cerca di superarla a modo suo e non c’è ragione al mondo che possa aiutarci a giustificarla. Il dolore psichico rimarca l’urgenza e la serietà di trovare un senso, il proprio, quand’esso sfugge di fronte all’esperienza di qualcosa d’intollerabile, incomprensibile o disgustoso. Togliere questa possibilità di comprensione alla persona significa danneggiarla intimamente nella sua umanità e nella sua necessità di crescita. Ben vengano quindi il disorientamento, l’angoscia, la vergogna, i sensi di colpa: sono sentimenti reali dei quali occuparsi ed occasioni per comprendere e comprendersi.

Individuazione, differenziazione e unione

Paolo Menghi definisce il processo terapeutico, nella sua linea più ampia, come un tentativo di aiutare la persona ad individuarsi all’interno delle sue relazioni nella dialettica tra differenziazione e unione. Equipara inoltre il processo d’apprendimento a quello terapeutico, in particolare nella formazione dell’educatore e del terapeuta, rintracciando in esso la stessa esigenza d’individuazione, dapprima nella relazione con i propri colleghi e familiari, poi con i propri studenti e pazienti. Nell’ottica Normodinamica “aiutare” assume quindi il significato di individuare se stessi nella relazione, facendo molta attenzione a ciò che accade a sé nell’incontro con l’altro. L’invito è quello di entrare e lasciar entrare, accogliere, osservare e riconoscere le variazioni del proprio equilibrio fisico e psichico. Aiutare implica trasformare se stessi e la relazione, vuol dire operare in modo costante, attivo e consapevole, per trasformare e ristabilire l’equilibrio nella relazione a partire da sé, con l’intento di mantenere il contatto e il rapporto con l’altro.

L’invito è quello di raggiungere e di lasciarsi raggiungere.
 Ciò può esser fatto solo tenendo conto dell’unicità di ogni rapporto a partire da due domande: “chi sono io di fronte a te?”; “chi sei tu di fronte a me?”.

Ecco che parlare di paideia in una prospettiva normodinamica, assume un valore specifico rispetto all’essere, dove il “cosa si sa” non può essere disgiunto da “chi si è”; vuol dire portare all’altro se stessi e la propria battaglia per essere reali e autentici, nell’evidente fatica che ciò comporta, sgomberando il campo da ogni tentativo di cambiare l’altro. Significa portare all’altro la propria solitudine per provare ad incontrarlo proprio su questo limes, ricordandoci che il potere trasformativo nella relazione deriva soprattutto dalla capacità di essere reali.

Nella paideia il “cambiamento” è ricerca di senso per vivere come si vuole, assumendo la responsabilità della propria vita e fissando confini più appropriati per se stessi. Vive come vuole chi ha smesso di accusare gli altri e responsabilmente paga il prezzo delle proprie scelte, in buona compagnia dei suoi demoni e dei suoi angeli.

Paideia è il tempo della differenziazione nella piena accettazione che l’altro abbia una vita psichica indipendente dalla propria. Ma praticamente cosa vuol dire?
 Se esploriamo la vita di coppia vuol dire, per esempio, smetterla di pretendere che l’altro sia accessibile a comando, sempre a disposizione per la propria sicurezza, il proprio godimento o conforto; vuol dire riconoscergli il diritto di scegliere, a suo piacere, se essere molto intimo o al contrario inaccessibile emotivamente; se essere sessualmente disponibile, non attratto o non attraente a fasi alterne. Differenziazione significa che l’altro non sarà mai ciò che io voglio ma ciò che lui, o lei, vuole, coscienti che quando ciò non accade il livello della sofferenza s’innalza, sovente nella reciproca sensazione che la causa di ogni male risieda nell’altro.

Apprendere dall’esperienza

Siamo occasione di crescita l’uno per l’altro e al contempo possiamo farci molto male reciprocamente.
 La crescita non procede linearmente e non è una sommatoria di competenze, forze, intelligenza o potere ma è un processo di continua ristrutturazione della realtà e del nostro rapporto con essa, che nasce dalla cooperazione di tre forze dell’esperienza: integrazionedestrutturazione e conservazione.
 È proprio su questa soglia che si colloca il difficile compito educativo normodinamico: operare perché tali forze emergano e affinché la cooperazione tra esse si attui. Il problema non è quello di definire i contenuti e le azioni, che devono rimanere fondamentale prerogativa della persona e della sua libertà, ma di attivare e sostenere il processo d’individuazione e, qualora ce ne fosse bisogno, ripararlo se danneggiato o riattivarlo se bloccato.


Questo “apprendere dall’esperienza” è paideia.

Apprendere dall’esperienza vuole dire dare un senso personale a ciò che ci capita e a ciò che facciamo, cogliendone il significato interiore, traendone indicazioni per se stessi, per le proprie relazioni e su come si preferisce vivere. Non basta “fare” o “sapere” per cambiare ma è necessario che entrambe le possibilità procedano contemporaneamente, in una buona cooperazione. In ciò credo risieda il valore della proposta normodinamica: tentare di dare significato alla propria esperienza interiore e relazionale, per generare etica e conoscenza, per vivere come si vuole coerentemente con i propri valori.  In tal senso il problema ultimo della coerenza non si pone in termini normativi, cioè di un dover essere all’interno di regole prefissate, ma si pone piuttosto in termini esistenziali, cioè nella capacità di trarre indicazioni dalla propria esperienza, per il proprio agire nel mondo.

C’è un sapere che non serve a nulla, se non a riempire sacchi di parole, costruire muri impenetrabili di certezze, o darsi un bel vestito; c’è un sapere profondo che può muovere, con delicatezza e forza insieme, le nostre azioni conferendo loro potere, senso e ulteriore conoscenza.

In un appunto del marzo 1992, Menghi dichiara: «Nel profondo ogni uomo sa che l’immagine di sé è un artefatto. Di lì nasce una sana e giusta insicurezza. Un’insicurezza sulla propria identità. Ma invece di dar credito a quell’insicurezza e iniziare di lì una ricerca, quasi tutti spendono la propria vita affannandosi a coprire in un modo o nell’altro questa insicurezza, cercando di migliorare o camuffare l’immagine di sé. Questi continui tentativi rendono quell’immagine sempre più grande e rigida. La stessa competizione con gli altri è un modo per convincersi ancora di più della validità di quell’immagine. Una validità che si “rinforza” con il confronto e con la critica all’immagine degli altri».

Il diventar vero di un contesto evolutivo risiede quindi nella possibilità che a nuove comprensioni facciano seguito azioni coerenti con esse; significa che da ogni esperienza possa nascere nuova conoscenza, in un circolo virtuoso dove le forze trasformative e di apprendimento rimangono sempre attive. La conoscenza di sé è la condizione sine qua non per prendersi cura di sé, anche se molte persone si fermano a questo primo stadio: sanno molte cose su di sé ma non hanno alcuna intenzione di prendersene cura.
 Di quale sapere si ha bisogno quindi?

Costruire la realtà

Cerchiamo certezze, precisione, dati esatti e verificabili, controllo e previsione e abbiamo dimenticato che la nostra comprensione della vita deve essere conforme alla realtà oltre che esatta logicamente. La logica può essere corretta ma al contempo irreale, quindi illusoria. Quante volte confondiamo ciò che è logico con ciò che è reale? Le due cose non sono sempre sovrapponibili. Credo che abbiamo perso l’abitudine all’incertezza, alla contraddizione e alla sfumatura, vogliamo capire tutto e subito, vogliamo essere rassicurati che “là fuori” i pericoli siano lontani e che non ci toccheranno, perciò siamo più propensi ad accettare come vera una volgare e monolitica nudità, perché più semplice e prevedibile, piuttosto che una velata trasparenza la quale, al contrario, non si dichiara per intero, rimane incerta e invita a completare da sé i significati e le forme che stanno in ombra; velatezza che ci aiuta a ricordare che quel completamento è ciò che ci dice che siamo vivi e dotati di coscienza; che quel completamento è ciò che facciamo sempre, anche se spesso non ce ne accorgiamo.

Viviamo in mondo di significati a cavallo tra ciò che s’impone direttamente ai sensi e ciò che costruiamo a partire dalla nostra esperienza. Una vita di rappresentazione nella quale siamo continuamente al lavoro per costruire la realtà, in un rapporto dialettico con essa.
 Il filo narrativo che ci suggerisce di seguire la Normodinamica è a più dimensioni, una narrazione di sé che ci riconsegni una versione della realtà abitata sia dalle apparenti evidenze dei nostri sensi e dalla logica delle nostre convinzioni, sia dalle ombre profonde, a volte confuse e contraddittorie, del mondo inconscio.

Ciò che importa sono i significati che tutte queste cose assumono nella realtà soggettiva, e come operino nel nostro rapporto con la realtà esterna e nella costruzione dell’identità. Ciò che importa è la soglia, il punto di rottura tra ciò che riteniamo certo e tranquillizzante e ciò che sfugge e inquieta. È un invito a cercare il piacere nell’insicurezza. Tutto ciò per diventare reali. Questa è normodinamica. Tutto questo per diventare ciò che si è, kata dynamin cioè in accordo con il proprio potenziale. Questa è paideia.

Dice Cioran: “Non è grazie al genio ma grazie alla sofferenza, e solo grazie ad essa, che smettiamo di essere una marionetta”.

Ritrovo in un appunto inedito di Menghi del 1992, dei pensieri simili: “Ci vogliono anni di duro lavoro per portare una persona in contatto con una vera angoscia di base. Non sprecate il momento in cui questo si verifica. Perché altrimenti ritornerete alla condizione precedente, dove eravate soltanto burattini mossi da reazioni automatiche. Eravate profondamente stupidi. Vi trovavate in un sonno profondo per evitare l’angoscia del contatto. Ora che avete questa consapevolezza, non sprecatela”.

Photo by Periagogè

Antonio Ricci, psicopedagogista, cofondatore del Centro studi Educativi “Periagogè”.