I volti e le vertigini dell’amore (prima parte)

Caravaggio Amor Vincit Omnia
di Giuseppe Esposito *

Pubblichiamo la prima parte di un contributo di Giuseppe Esposito, tratto dal seminario “I volti e le vertigini dell’amore” tenutosi a Capri l’11 ottobre 2014.

Innumerevoli sono i modi in cui si parla dell’amore. Amore è una delle parole più usate ma anche tra le più abusate dagli uomini. In questo nostro tempo, viene sempre più snaturato di senso e perde quel significato e quel sentimento generativo che connota l’amore come quella forza che costruisce connessioni tra differenze, tra libertà e tra i diversi modi di essere degli uomini. Spiegare cos’è l’amore è impresa impossibile. L’amore ha uno statuto enigmatico, è un mistero. Proveremo qui a delinearne qualche confine e a mostrarne alcuni volti, rispettosi e consapevoli della complessità e dei molteplici significati, interpretazioni e intendimenti che sono connessi a questa parola.

L’amore non si mostra con il solo volto del bene ma anche con quello della ferocia, con il volto del male, con gli innumerevoli volti che mostrano la sete di possesso, di dominio, di prevaricazione, di violenza e di distruttività di cui l’uomo è capace. Dante Alighieri, nella Divina Commedia, lo canta in versi come “L’amor che muove il sole e l’altre stelle…” (Divina Commedia, Paradiso XXXIII, 145). Per Dante è l’amore che muove il sole e le stelle e la stessa divina volontà. Egli colloca l’amore prima della volontà di Dio, come una pre-potenza che sta ancor prima della stessa volontà di Dio. L’amore vince su tutto, anche sulla stessa divina volontade. “Omnia vincit amor et nos cedamus amori” (l’amore vince tutto, anche noi cediamo all’amore) recita Publio Virgilio Marone. L’amore è elemento costitutivo dell’esperienza umana. Per Dante “(…) rappresenta un peso che solleva lo spirito verso la propria origine, come il fuoco che tende verso l’alto seguendo l’idea naturale del desiderio” (Remo Bodei). E Petrarca, con i versi “lì vidi il ghiaccio, e lì stesso la rosa” (F. Petrarca, Triumphus Temporis), ci mostra un’immagine struggente, il volto dell’amore come connessione, quello che nella sintesi di un’indissolubile bellezza tiene insieme gli opposti, dove il due è compreso e si rende visibile nell’uno. Solo i poeti, ed a loro dobbiamo necessariamente rivolgerci, sanno cogliere, nella bellezza e nella sintesi dell’arte della parola, essenza e significati universali, laddove dotti trattati non riescono o risultano insufficienti. C’è qualcosa che la ragione non può cogliere. Solo uno sguardo luminoso e indefinibile può attingere nel profondo e nella inesauribile ricchezza di cui è connotato il mondo e l’animo umano.

Sono tanti i modi d’intendere e di declinare l’amore: si ama per amore, si tradisce per amore, si uccide per amore, si cura per amore, si genera, si distrugge, si educa per amore, si fa a botte per amore, si esporta la democrazia per amore, si condanna e si uccide per amore di Dio, si pensa addirittura di fondare partiti per amore, si compiono le peggiori nefandezze e delitti in nome dell’amore, si perdona e si crea per amore, si giustifica tutto per amore. L’amore è spesso inteso dall’uomo come una coperta lunga con la quale coprire e tendere a giustificare ogni cosa, nel bene e nel male. L’amore appare essenzialmente come una forza, come ci dice Dante, una potenza che spinge, muove e smuove l’universo, che edifica, distrugge e rigenera, permettendo all’uomo di tracciare e delineare le più svariate forme e traiettorie al suo destino.

Il volto dell’amore come desiderio di riconoscimento

Il desiderio e la parola dell’Altro hanno la funzione di accogliere, di permettere e di determinare l’entrata dell’essere umano nel consorzio umano facendo sì che il cucciolo dell’uomo possa iniziare la sua avventura nella vita umana. E’ attraverso il desiderio, come quello di una madre e di un padre che hanno il compito di incarnare non la sola presenza ma una presenza di desiderio, che la vita dell’uomo può accedere ed entrare nel percorso di umanizzazione. Un bambino, nella sua evoluzione, cerca nella relazione con la madre e il padre la risposta ad una domanda ed il tipo di risposta che riceverà influenzerà, in un modo o nell’altro, il suo destino. La domanda che pone gli consentirà di sentire che la sua esistenza sta entrando in un senso e questo senso passa, necessariamente e strutturalmente, attraverso il rapporto con l’Altro Materno e con l’Altro Paterno ai quali chiede: “Mi hai voluto”? Ma non solo, “Mi hai desiderato”? “È nel tuo desiderio ed attraverso di esso che troverò il mio senso?”. E ancora: “Che collocazione ho nella tua esistenza di soggetto desiderante?”. “Il senso che sarò in grado di dare alla mia vita sarà in qualche modo connesso e vincolato al significato ed al senso che io avrò avuto per te?”.

Nell’attività clinica, nei trattamenti terapeutici (ma anche nei processi educativi ed evolutivi) si rende necessario, nel procedere, il dover sciogliere i nodi connessi al che cosa si è stati nel e per il desiderio dell’Altro, nodi intorno ai quali si strutturano, si annodano, si attorcigliano, si tracciano, si delineano e si arroventano i legami e il modo di intendere e vivere le relazioni, determinando così i destini degli individui nonché svariati disturbi, sintomi e problematiche comportamentali.

Un bambino interroga l’Altro, ma non lo interroga solo come semplice presenza ma come presenza dotata di desiderio. E’ nel luogo dell’Altro, per meglio dire, è nel luogo del desiderio dell’Altro che facciamo la nostra prima esperienza d’amore, in quanto oggetti del desiderio dell’Altro e del suo sguardo d’amore. E’ nel luogo dell’Altro che iniziamo a strutturare e delineare la nostra soggettività in relazione al due. E’ nel luogo dell’Altro materno che iniziamo a fare esperienza di transito e di passaggio dall’uno al due. Per la costituzione della soggettività umana, non sono sufficienti, come ci insegna la psicoanalisi ed in particolare l’insegnamento di J.Lacan, le sole cure dell’Altro, la presenza dell’Altro e l’accudimento dell’Altro materno.

Questi, da soli, non sono sufficienti, come invece continua a credere una certa psicologia evolutiva ed una psicanalisi legata alla teoria delle relazioni oggettuali e dell’attaccamento materno. L’accudimento materno, anche se fondamentale e necessario, da solo non è sufficiente al progresso evolutivo del bambino. Il bambino non entra in contatto solo con “la madre delle cure” ma entra in contatto soprattutto con un terzo: il desiderio materno (e poi l’interdizione paterna). L’Altro materno rappresenta una madre che “non è solo madre delle cure ma è anche un soggetto desiderante“, e la presenza materna è lì a testimoniare soprattutto questo: che l’essere umano è soggetto di desiderio (il desiderio è qui inteso come nella psicoanalisi, vale a dire come desiderio del soggetto dell’inconscio). Il bambino non si nutre solo di accudimento materiale, ma si nutre del Segno del desiderio dell’Altro materno. Il desiderio della madre nutre il bambino tanto quanto gli oggetti materiali di nutrimento come il seno. Il bambino deve poter cogliere e sentire di essere per la madre “un oggetto di un interesse particolare”, di sentire non solo di “appartenere” ma anche di “mancare” alla madre, così come deve anche poter sentire che egli non è tutto per la madre (la madre deve saper donare al bambino anche la sua mancanza e non solo la sua presenza). Deve poter sentire di essere un oggetto desiderato, di essere in una posizione di oggetto agalmatico nei confronti della madre (è l’oggetto collocato e depositato nel luogo dell’Altro che è causa di desiderio). Il bambino deve poter sentire e interpretare la presenza della madre non solo come una presenza che presta cure ma come una presenza che lo desidera per la sua particolarità. E’ necessario che la madre si offra anche come dono di mancanza e non solo come presenza accudente. Il bambino deve poter sentire che la madre non si soddisfa solo di lui, che non si soddisfa pienamente solo del legame con lui. Questo è il dono d’amore che l’Altro materno, con attaccamento-separazione e dono di mancanza, deve saper dare. “In sostanza non c’è buon attaccamento alla madre senza contemporanea separazione da essa (assicurata dall’azione di limitazione che deve svolgere la funzione paterna). La presenza dell’una senza l’altra (così come il suo inverso) è da considerarsi una contingenza esistenziale in grado di incidere negativamente sullo sviluppo psichico del bambino” scrive F. Lolli (La priorità del registro paterno nell’insegnamento di J. Lacan, 2014).

Per uno sviluppo in senso evolutivo del bambino, è importante che la forma del legame di attaccamento si realizzi all’interno di un dispositivo simbolico che viene regolato dall’azione regolamentatrice ed equilibrante delle funzioni paterne che debbono essere in grado di stabilizzare gli eccessi, a volte devastanti, del desiderio materno. Nel percorso di umanizzazione, una vita necessita di doversi riconoscere nel desiderio dell’altro, più precisamente di essere nel desiderio del desiderio dell’altro. Che questa esperienza si compia adeguatamente per tutti non è affatto scontato. L’umanizzazione si realizza ricevendo il dono della parola del riconoscimento dell’Altro: “Sei mio figlio! Ti ho desiderato! Ti ho voluto!”. L’essere umano si nutre di parole. Non si nutre di soli oggetti materiali, ma necessita della parola dell’Altro che ha una funzione di nutrimento tanto quanto gli oggetti materiali. In amore, l’amante chiede sempre come segno d’amore il segno della parola, chiede, domanda una parola che sia segno di mancanza, che gli dia il segno di mancare all’Altro: “Mi ami? Ti manco? Mi desideri?”. Vuole sentire le parole, vuole sentirle dire, perché della parola ci si nutre e si gode. Il mondo dell’amore senza la prospettiva dell’altro, senza l’esperienza del due non esiste, non ha senso, come afferma il filosofo francese A. Badiou: “L’amore è la costruzione di una verità molto precisa: cos’è il mondo quando se ne fa esperienza a partire dal due e non dall’uno? (A. Badiou, Elogio dell’amore, 2013). Nell’esperienza d’amore si genera il passaggio dall’uno al due, si apre un altro mondo, si vuole un altro mondo (si desidera stare nell’amore perché si desidera entrare nel mondo del due), si genera la costruzione di un altro mondo in cui non saremo più gli stessi di prima.

Questo è un miracolo dell’amore! Ciò attrae ma nello stesso tempo spaventa. Per questo motivo il nevrotico, attraverso le difese inconsce, si tiene distante dall’amore. Ha paura che l’incontro con il mondo del due dell’amore possa generare cambiamenti che non è in grado di reggere e non ha nessuna voglia di esporsi al desiderio dell’Altro che l’incontro d’amore comporta, esige e richiede (per questo il lamento dello stare soli di molti nevrotici in realtà nasconde una paura inconscia di reggere un possibile vero incontro con l’altro). Saper stare dentro un legame richiede la capacità di saper riconoscere la propria vulnerabilità e soprattutto la propria insufficienza, e l’accettazione di questa verità consente di riconoscere la propria naturale, ma anche necessaria, dipendenza dall’Altro. Non può esserci nessuna autonomia, nessuna libertà senza riconoscere, nel contempo, la necessità di una dipendenza strutturale dall’Altro.

L’esperienza dell’amore ci decentra, ci sposta dal qui del nostro Io al nel luogo dell’Altro, ci apre al mondo dell’Altro, al mondo della differenza. Si viene immessi in un registro a doppia valenza, quello di esistere senza l’Altro, immessi in una cornice che ci differenzia dall’Altro e che ci rende soli e unici, e quello di esistere con l’Altro stando dentro una cornice che necessita di permeabilità poiché senza lo specchio speculare dell’Altro non si è, non si può, non si sa, non è possibile esistere. La bellezza dell’amore sta proprio nell’impossibilità di poter fare uno (anche se il desiderio allucinato e impossibile degli amanti è proprio quello di poter fare uno). La bellezza che ci offre il due è di stare continuamente in rapporto con la differenza dell’Altro, in rapporto con una alterità a cui ci sentiamo uniti ma che nel contempo ci sfugge e vogliamo e desideriamo quell’alterità proprio perché ci sfugge. I sentimenti, le modalità relazionali che si è in grado di riprodurre nella vita adulta saranno l’effetto di uno scambio e anche della singolare esperienza soggettiva che si sarà costruita nella continua reciprocità relazionale con l’Altro della vita infantile. Se siamo stati amati è probabile che saremo capaci di amare e di ricevere amore e così via, anche se l’avverarsi di questa formula non è affatto scontata.

* Giuseppe Esposito, psicoterapeuta, psicologo, fondatore e presidente Associazione Anìstemi-Connessioni, Centro studi e Ricerche. Referente Area Clinica Periagogé-Centro Studi educativi e pedagogici.

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