Per diventare umani rimanendo sani dobbiamo essere vivi in quel dolore così specificamente umano che deriva dal «dono» della coscienza.
T. H. Ogden, Vite non vissute
Spesso nel corso degli anni mi è stato chiesto cosa volesse dire il termine “Normodinamica”, portando a volte alcune critiche sul suo senso e a ciò che, in prima battuta, esso evoca: il nomos, la legge, la normalità consueta, il prevalere del pensiero dei molti sulla libertà del singolo. Non fu nemmeno direttamente Menghi a inventarlo ma un anonimo studente, eppure a lui piacque. In effetti ho pensato spesso anche io che fosse inadatto per designare la materia di cui si occupa. Il concetto di “normalità” è un terreno scivoloso, non definibile univocamente e in modo assoluto, fonte di conflitti e pregiudizi, discorso mai esaurito e proprio per questo da lasciare aperto, esplicito, da problematizzare con serietà e costanza.
“Normodinamica” è un termine bruttino, è vero, che forse andrebbe cambiato, ruvido nella pronuncia, che induce equivoci, nel quale è difficile riconoscersi, ma per ora ce lo teniamo così, ruvido, imperfetto, brutto, ambivalente, sconosciuto, in fondo è più adatto a descrivere la nostra realtà. A. Ricci
Buona lettura
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Paolo Menghi ha chiamato il suo metodo «Normodinamica», nel tentativo di evidenziare, con questo neologismo, una sua diversa concezione della normalità e, di conseguenza, della malattia psichica, proponendo una rivalutazione attenta di ciò che possiamo considerare normale nel funzionamento dell’essere umano e cosa no, di quali siano gli strumenti adeguati a misurare tale normalità, nonché i metodi d’intervento più efficaci, e leciti, per aiutare la persona sofferente. Con questo proposito, Menghi ha preso in esame i concetti di guarigione e di cambiamento, e li ha riconsiderati alla luce di due domande: guarigione da cosa? Cambiamento verso quale condizione?
In molti passaggi del suo pensiero si possono evidenziare delle precise intenzioni epistemologiche tendenti a svincolare il concetto di normalità da categorie psichiatriche radicate in ideologie sociali, tendenti a patologizzare ogni sovvertimento dell’equilibrio psichico. Perciò egli suggerisce di aprire la valutazione delle crisi anche a categorie esistenziali e spirituali dell’essere, e di riporre al centro dello sguardo di chi cura la libertà di divenire della persona, nel suo rapporto dialettico con la necessità di adattarsi.
La relazione di cura diviene quindi un rapporto di reciproco cambiamento, utile perché possa emergere in chi chiede aiuto una direzione di vita, coerente con un’etica interiormente attinta. Non più quindi la rigida divisione tra sano e folle, tra chi cura e chi deve essere curato, tra normalità, socialmente e culturalmente approvata, e pazzia come espressione di forme pericolose e non lecite di esistenza, ma una critica competente, spietata e attenta ai limiti insiti nella psichiatria e nei metodi psicoterapeutici, e alle rigidità culturali, alle visioni dell’uomo e della vita che sostengono tali limiti.
Tutti abbiamo strutturato risposte inconsce al dolore, che dirigono la nostra realtà quotidiana e regolano i nostri rapporti, ma qualcuno più di altri può aver conosciuto troppo precocemente e per troppo tempo un dolore profondo, forse dapprima fisico, ma sicuramente poi psichico, senza avergli potuto conferire alcun significato; un dolore senza uscita o la cui risoluzione non era nelle sue mani. La patologia può essere vista anche come un tentativo, fallito, inadeguato e doloroso, di sperimentare altre vie per adattarsi, altri modi per esistere, alternativi a ciò che già esiste. Per Menghi la persona deve stare al centro, libera di realizzarsi per ciò che è destinata a diventare, responsabile per sé e per come vuole vivere. Detto ciò, forse il termine stesso «Normodinamica» può risultare inadeguato visto il possibile equivoco a cui rimanda, come se fosse una sorta di approvazione della dinamica di ciò che è aderente alla norma, abituale o ordinario. La Normodinamica, nel suo significato più ampio, in realtà si propone di studiare, e sostenere, le eccezioni, ciò che è singolare e atipico, fuori dalla norma consueta, che nella sua espressione può risultare strano e perturbante. La coscienza lo è; la persona nella sua fondamentale libertà interiore lo è; tutte le espressioni dell’unicità del singolo lo sono.
La Normodinamica, in questo senso, è quindi uno studio dell’uno sui molti, della dinamica di ciò che perturba e sovverte, della singolarità che deve realizzarsi, anomala in quanto unica e irripetibile, e delle forme di sostegno adeguate alla sua espressione.
Il discorso di Menghi quindi si farà pensiero e metodo, colmo di domande sottese alle quali ha cercato di dare risposta: siamo in grado di dialogare con la nostra e l’altrui follia? Sappiamo leggere il significato evolutivo della sofferenza, affinché possa estinguersi e la persona evolversi? Sappiamo accogliere la differenza di cui ognuno è portatore, e ascoltare il discorso unico e irripetibile dell’altro? Abbiamo sufficienti risorse per comprendere i moti della nostra coscienza, prima che davvero essa si ammali e muoia? […]
Menghi ha cercato nuove epistemologie, operato integrazioni tra sistemi di pensiero apparentemente incompatibili tra loro e ha creato nuovi metodi di lavoro per la cura di sé, sapendo di rischiare insuccessi, rifiuti e critiche feroci. Il territorio nel quale si muoveva non era ancora stato esplorato in modo esaustivo, non esistevano quindi mappe ben disegnate e riferimenti autorevoli, piuttosto ipotesi, teorie e prassi al loro inizio.
Quella di Menghi era una sperimentazione che continuava a cambiare forma, molto creativa, ma anche colma di contraddizioni, improvvisazioni e inesattezze; una ricerca radicale condotta con audacia che però, forse proprio a causa della sua giovinezza, non era ancora in grado di affrontare un confronto aperto con i mondi istituzionali della psicologia e della formazione. Il limite di tutto ciò stava probabilmente nella parzialità di sguardi che ogni sistema di pensiero ha al suo esordio; sguardi più connotati dalla passione, dall’entusiasmo e dal senso di apertura che non dalla necessità di sistematizzare o di evidenziare aspetti critici. Il bisogno sotteso era quello di aprire strade piuttosto che di erigere confini.
Tratto da “Scissione crisi e cura nel modello Normodinamico” di A. Ricci – Ed. Periagogè.
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