Una storia tutta umana (prima meditazione)

di Antonio Ricci

È il crepuscolo. Qualcosa di tragico e irreversibile si è appena compiuto. Un uomo cammina da solo. Poco lontano, due uomini camminano insieme, vanno a passo lento verso il loro villaggio: parlano tra loro di ciò che è accaduto, con il capo chino e lo sguardo mesto. Qualcosa è andata perduta per sempre ed è stata strappata loro con violenza: un sogno, una speranza, un’illusione, un amore, la possibilità di una salvezza.

L’uomo li vede e si avvicina; loro lo scorgono appena. Si fermano al suono della sua voce, rispondono intontiti e seri. Ad un viandante non si nega mai il saluto. Vorrebbero proseguire, non sono in vena di chiacchiere e temono che alla tristezza, con la notte che si avvicina, potrebbe sostituirsi la disperazione. Ma lui non cede il passo, si aggrega deciso. È un ospite inopportuno che fa domande, che vuole sapere il perché di tanta tristezza. Solo uno straniero può non sapere cosa sia accaduto, visto che se ne parla ovunque. Un uomo è stato ucciso. Un uomo buono e potente. Aveva promesso molto: pace, libertà, speranza. Forse troppo. Ora è morto e non può più mantenere alcuna promessa. Era il loro maestro.

Gli uomini accolgono lo straniero per proseguire tutti insieme. Volentieri rispondono e gli rivelano i motivi della loro tristezza, gli parlano dei loro sogni infranti, della disperazione incipiente. Lui li ascolta attento, comprende il loro dolore, ma c’è qualcosa che non lo convince, qualcosa che non riesce ad accettare in quel loro raccontare. Conversano a lungo poi le strade devono dividersi. Il tempo sembra essersi fermato, la pena affievolita, gli sguardi si sono aperti e l’ascolto si è fatto profondo. Sono uomini illuminati dalla sofferenza, uomini interi che parlano di sentimenti con la stessa delicatezza e profondità di una donna e la semplicità di un bambino. Eppure non si sono accorti che l’uomo di cui parlano è lo stesso al quale stanno parlando: non lo hanno riconosciuto e lui non si è rivelato. Infine egli fa come se dovesse andare più lontano ma non vogliono più lasciarlo: c’è qualcosa in lui che infiamma il cuore. Insistono perché li segua a casa loro“Resta con noi, perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. (Lc 24,29).

Questa è una storia tutta umana: racconta della speranza e della genesi della coscienza. Racconta di persone che, dopo aver vissuto anni con una speranza di salvezza, hanno visto svanire ogni loro certezza all’improvviso, hanno visto la dignità umana calpestata con indifferenza e derisa con gusto da chi fa ben altri conti ed usa altri mezzi per sopravvivere e prevalere. La verità e il bene non s’impongono per loro natura. Al contrario per gli uomini sembra essere più attraente e contagioso il male. Perché? Difficile rispondere ma sicuramente fare il male è più facile.

Qualcos’altro ancora colpisce: perché non hanno riconosciuto colui che piangevano?

Se questa è una storia tutta umana, racconta quindi qualcosa di profondamente vero ma non così evidente. Una cosa è certa: narra anche di ognuno di noi. Troppo spesso si crede di vedere e di capire stando a debita distanza, di poter essere degli spettatori inopportuni e nascosti della vita degli altri, anche della conversazione tra quei tre uomini, di quel dolore, di quella disillusione, di quell’angoscia. Si pensa di poter prendere solo ciò che serve, riservandosi di fare poi le proprie valutazioni psicologiche, politiche, dottrinali, esegetiche. Si arraffa il proprio pezzo di conferme per ciò che basta, il resto sono solo scorie. Ma se la verità non s’impone per sua natura ed è nascosta ad occhi e cuori non pronti ad accoglierla, essa vuole anche essere presa tutta intera e non a pezzettini predigeriti e preconfezionati. Quegli uomini in questa storia, al contrario di chiunque altro, hanno rischiato d’amare fino in fondo ma qualcosa è andata storta e tutto infine è andato perduto. Almeno così a loro è parso. Tutte le loro certezze si sono frantumate nell’arco di pochi giorni e un angosciante non senso si è sostituito a quella che credevano essere la loro ultima speranza. Un dono era già stato offerto loro ma non potevano ancora vederlo.

La verità è un uomo che cerca verità e chiede di conversare, di essere accolto, compreso. La verità è il volto di un uomo e di una donna che chiedono di essere visti. Si può riconoscere solo ciò che si è già conosciuto. Non aver riconosciuto quel volto nei giorni del dolore, a ritroso afferma che non lo si era conosciuto nemmeno nei giorni della gioia, quando si credeva d’aver compreso, di aver molto voluto e molto amato, di aver lottato, confermato e promesso.

È una storia completamente umana. Per vedere qualcuno tutto intero nella sua verità dobbiamo rinunciare a molto di noi. La coscienza di un istante può far vedere quanto spesso inventiamo gli altri, da noi accolti o rifiutati prima ancora di esserceli resi presenti. È vero: c’è bisogno di occhi e cuore pronti per accogliere qualcuno per com’è e non per come vorremmo che sia.

Bisogna lasciare che entri in noi, che stia con noi e che possa essere per noi qualcuno. Bisogna lasciare che ci tocchi.

La coscienza è frutto di una perdita dolorosa accettata, di molte perdite e di molte rinascite. Quell’uomo diceva che doveva morire perché finalmente lo vedessero ma non ha mai detto che voleva morire. Bisogna davvero amare molto per accettare questo. Ma doveva morire anche la loro falsa speranza affinché nascessero nuovi occhi e un cuore di carne. Una cosa quell’uomo non accettava: che coloro che aveva molto amato, e che altrettanto avevano rischiato di fare, affondassero nella disperazione più nera, rinnegando infine ciò che c’era di più prezioso: la loro relazione. Chiede una ragione della loro disperazione non una versione di fatti. Dona loro una domanda e li costringe ad alzare lo sguardo dal loro dolore. Da quella delusione avrebbero potuto finalmente vedere lui e il loro reale rapporto, avrebbero potuto conoscere la verità nella libertà. Ma c’era bisogno di silenzio, di uno spazio vuoto, di disperazione sottile e amore per la vita. Li aveva condotti fin lì, alla sconfitta totale, ad accettare di perdere tutto.

Non li avrebbe lasciati soli ma era necessario che vedessero e accettassero la loro solitudine. Dovevano infine essere loro a chiedergli di seguirli per offrigli un riparo, per continuare a camminare insieme senza aspettarsi ancora miracoli: non più maestro ma viandante sconosciuto, solitario e straniero. Dovevano chiamarlo senza volere nulla in cambio, invitarlo ad entrare nella loro casa per dividere il pane, bere il vino e conversare nella speranza, senza più chiedere che venisse tolta loro la malattia, il dolore e la fatica di vivere. Speranza come presenza reale e relazione d’amore tra persone intere che colmasse il giorno e accogliesse la notte.

La paura svanisce e una pace scende su di loro nel momento in cui vedono l’uomo e accettano il mistero.

Con lui avevano compreso di essere capaci d’amare. Per lui avevano accettato ogni ferita d’amore. In lui avevano compreso di essere degni d’amore. Non li aveva mai lasciati soli e da sempre stava tenendo fede alla sua promessa, anche se non capivano e non lo vedevano.

Quando la fiducia diventa fede?

Questa è una storia completamente umana: narra di rapporti che da millenni non si arrestano mai; rapporti che hanno intessuto, e continuano ad intessere, una trama preziosa, forte e viva.

La voglia di verità è la sua forza motrice, la veglia etica la sua protezione.

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