Riconoscimento e riconoscenza.

di Valeria Vicari e Valeria Grifasi *

Riprendendo tra le mani i testi del reading C’è una speciale provvidenza.. parte dell’evento Fedeltà alla terra. Immagini per frammenti,  tenutosi a Roma a marzo di quest’anno e che ci prepariamo a riproporre a breve a Verona e a Ragusa, ci soffermiamo su un aforisma di Emile Cioran, filosofo rumeno del novecento vicino al pensiero esistenzialista, per avviare la nostra riflessione:

Nessuno è sicuro di ciò che è, né di ciò che fa…siamo rosi dall’inquietudine e, per vincerla, non chiediamo che di essere ingannati, di ricevere approvazione ovunque e da chiunque. Se ognuno di noi confessasse il suo desiderio più segreto, quello che ispira tutti i suoi progetti e tutte le sue azioni, direbbe: “Voglio essere elogiato”. (1) 

Realtà imbarazzante, da un certo punto di vista, se consideriamo quanto la ricerca dell’elogio possa condizionare la nostra vita, quanto possa nascondersi tra le azioni di persone di ogni età il bisogno di sentirsi dire bravo, e quanto questo possa allontanare dai propri veri bisogni e desideri, se questi comportano il rischio della non approvazione. Imbarazzante, ancora, se facciamo lo sforzo di onestà di calare questa affermazione nella nostra immagine di adulti, professionisti, affermati nelle nostre posizioni lavorative.. e quanto ci sono familiari frasi del tipo: se non ci fossi stato/a io.., te l’avevo detto.., hai visto.., tu non sai cosa ho fatto io per arrivare a questa cosa di cui tu stai godendo.., te lo dico io come si fa.. e potrebbe essere un esercizio interessante continuare ad arricchire questo elenco..

Meno imbarazzante, a nostro avviso, se leggiamo le parole di Cioran secondo un altro tipo di bisogno, che è quello di essere riconosciuti, di essere visti, di essere accolti per ciò che si è, anziché aderire a un come si dovrebbe essere: il bisogno che venga riconosciuto il diritto alla diversità, e i diritti per il diverso, che non è altro che un prezioso unico, come ognuno nel mondo.

Senza addentrarci nella dimensione dello sviluppo armonico del bambino, che non compete a noi né a questa riflessione, ma solo accennando a quanto sia importante che venga riconosciuto nei suoi bisogni e nella sua specificità nei primi anni di vita, per la costituzione della sua struttura, ci interessa piuttosto riportare l’argomento nella dimensione adulta, e al livello intimo del rapporto con sé in cui ad ognuno di noi adulti, appunto, si presenta la necessità di porsi di fronte a un processo di riconoscimento delle proprie vere emozioni, dei propri veri desideri.
Come a dire: perché altri possano riconoscermi, devo io per prima/o riconoscere me stessa/o.

La capacità di comprendere chi sono mi darà la possibilità di riconoscere ciò che non sono e ciò che è altro da me: cioè di vedere l’altro, entrare in relazione, riconoscere quanto mi arricchisce il suo contributo, quanta complessità porta nella mia vita, quanta opportunità di crescere nel mio percorso di auto riconoscimento. D’altra parte, nella nostra esperienza, acquisire consapevolezza riduce, almeno in parte, il bisogno di riconoscimento da parte degli altri, trasformandosi magari in un legittimo desiderio di attribuire e/o appropriarsi di meriti, responsabilità e competenze.
E’ a questo punto che si può provare riconoscenza: cioè la capacità di riconoscere con gratitudine ciò che si riceve.
Interessanti i significati che leggiamo sul vocabolario:

riconoscenza – sentimento di gratitudine verso chi ci ha fatto del bene.
gratitudine – impegno affettivo verso chi ci ha reso un beneficio.
riconoscente  che serba grata memoria di un beneficio ricevuto.

Tutti e tre i significati parlano di una relazione tra persone e di un sentimento che nasce dal profondo e che dura nel tempo. E’ dunque la consapevolezza di essere in relazione, e quindi di ricevere e dare continuamente, che spinge e motiva a restituire, a ridare sotto altre forme, le proprie e uniche forme, ciò che si è avuto, a rimettere in gioco le proprie risorse e i propri talenti. Si restituisce perché si è riconoscenti di essere parte di un sistema di relazioni in cui si ha in continuazione.
“Si restituisce perché si riconosce che ciò che si ha è frutto di ciò che si è ricevuto ed è il frutto di ciò che si è generato insieme agli altri”.  (2)

Restituire per obbligo, o per senso di colpa, o per dovere, è facile e appartiene a tutti gli ambiti della società contemporanea dove i legami tra gli esseri umani sono spesso regolati da “atti dovuti” o, peggio ancora, da opportunistici calcoli di convenienza.
Al contrario, restituire per gratitudine è un atto puro e in quanto tale libero. Si può provare riconoscenza vera solo se si è sviluppato quel minimo spessore che consente di non considerarsi il centro del mondo, e anzi di godere anche di ciò che accade fuori dal proprio potere e dal proprio tentativo di controllo.

Forse è per questo che pronunciare la parola grazie nel suo significato più nobile, scevro da ogni formalismo e da ogni egoismo, è così raro?Da questo punto di vista, guardandole come forze fisiche, il riconoscimento (nell’accezione di Cioran soprattutto) è come una forza centripeta, che attira l’energia verso il nucleo, per nutrirlo, mentre la riconoscenza è come una forza centrifuga, che emana energia verso l’esterno, appunto a restituire ciò che ha già ricevuto. La loro circolarità e integrazione crea interezza.

In un tempo attuale in cui il bisogno prevalente sembra essere quello di affermare l’ego, spesso con forme sempre più violente e disgreganti, la nostra domanda è se non si possa sviluppare una sorta di attitudine alla riconoscenza, anziché alla diffidenza (senza per questo diventare ingenui),  per la bellezza che è possibile cogliere in ogni essere, che non è altro che il risultato della sua propria storia. Ci chiediamo se l’indifferenza generale in cui vediamo affogare i valori etici che dovrebbero regolare una società democratica non sia un campanello d’allarme e se quell’indifferenza non colga anche noi stessi, distratti dai tanti e fuorvianti significati che ci arrivano dall’esterno.

Sviluppare l’attitudine alla riconoscenza dunque , anche nei propri stessi confronti, rivolgendosi uno sguardo lucido e accogliente che sappia guardare la verità vera, fatta di pregi e difetti, ma che ci vede guerrieri capaci di confrontarci ogni giorno con le problematiche della vita, amandola.

La nostra riconoscenza è  verso chi ci ha offerto il suo sguardo amorevole, con il dono della dignità di essere giusti per come si è, ma per la quale è necessario rendersi degni e responsabili, all’altezza di se stessi.

(1)   Emile Cioran La caduta nel tempo Adelphi 1995
(2)   Carlo Penati La restituzione, saggio breve

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Valeria Vicari, Fisioterapista, direttrice e fondatrice dell’Associazione Katastolè e Valeria Grifasi, Direttore del Teatro Palladium di Roma sono entrambe insegnanti dell’equipe didattica del Centro Studi Educativi e Pedagogici Periagogè.