Note su “L’Infinito Viaggiare” di Claudio Magris

di Angela Cervera *

Mercoledì 19 giugno.
Sono le otto di mattina, il caldo torrido rende vano il lavoro di tre ventilatori. I ragazzi sono inquieti, è il loro primo giorno di esami. La prova scritta di italiano si fa attendere: chissà cosa si sono inventati questa volta i geni del ministero! Li guardo e mi fanno una grande tenerezza, checche se ne dica è la prima prova di rilievo della loro vita. Arrivano le tracce. Tutti si sprofondano in un’attenta lettura, devono fare una scelta.

Anch’io sono curiosa. Prima traccia: analisi del testo e relativo commento, comincio a leggere e qualcosa già si muove tra la pancia e il cuore:

“Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere – politiche, linguistiche, sociali, culturali, psicologiche, anche quelle invisibili che separano un quartiere da un altro nella stessa città, quelle tra le persone, quelle tortuose che nei nostri inferi sbarrano la strada a noi stessi. Oltrepassare le frontiere; anche amarle- in quanto definiscono una realtà, un’individualità, le danno forma, salvandola così dall’indistinto ma senza idolatrarle, senza farne idoli che esigono sacrifici di sangue. Saperle flessibili, provvide e periture, come un corpo umano, e perciò degne di essere amate; mortali, nel senso di soggette alla morte, come i viaggiatori, non occasione e causa di morte, come lo sono state e lo sono tante volte”. (1)

Mi sento colpita e affondata, le parole di Claudio Magris riportano in vita un’emozione che stento a reprimere. Mi domando come si faccia a pretendere che un diciannovenne possa svolgere una simile traccia. Dove è l’esperienza di vita per tessere i nessi tra i concetti? Dove pescare l’eco di quei paesaggi interiori che riescono a trovare la parola solo dopo anni di attesa?. Faccio un giro e mi accorgo che ben tre ragazzi hanno scelto questa traccia e che, scoprirò dopo, là dove manca l’esperienza spesso c’è un’intuizione. Leggo i temi di Luca, Michela e Noemi, mi sento commossa e mi auguro che quella intuizione possa conservarsi come un diamante grezzo fino a quando qualcosa, un giorno, non le permetterà di ampliarsi e svilupparsi.
Ripenso a me alla loro età e ricordo ancora quelle incursioni nella mia anima di sensazioni ed emozioni scomode che intuivo mi rimandavano a qualcosa di profondo, ma che non riuscivo a distinguere nei tratti e tanto meno a comprendere.

Conosco bene la frontiera di cui parla Magris, in particolare quella linguistica, quel entrare e uscire senza sosta da una lingua. Usare e cambiare continuamente lingua costringe ad una incessante metamorfosi, non è solo questione di parole o semplicemente di pronuncia, esistono toni, sfumature impercettibili della voce che hanno il sopravvento, richiamano a situazioni particolari dell’essere, dell’essere in quella lingua, che non può essere trovato altrove. Ricordo ancora il disagio di questa esperienza, questo sentirsi a volte travolti e stravolti da qualcosa che sembra fuori controllo.
Specie da giovani, il senso di frontiera intesa come definizione della forma di una individualità è necessaria per costruire un io, un’idea di sé. E’ una fase in cui si è per necessità rigidi, nel tentativo di definirsi. Si impiega molto tempo per rendere permeabili queste frontiere, il rischio che si avverte è il senso dispersione di sé. Non è semplice,dunque, abitare la terra del limite, sentire di occupare con certezza solo quella sottile linea che ti separa da mondi diversi. Dove trarre la versatilità per sentirsi a proprio agio tra una frontiera e un’altra, quando ogni volta che la si supera, si scopre che vi è un territorio amico ma anche il suo contrario, che qualcosa può attrarci e respingerci allo stesso tempo? Quando si è giovani non si è duttili abbastanza, non si è preparati a queste aperture, non si hanno sufficienti strumenti per comprendere l’opportunità che vi si cela. Il risultato è che si ha la sensazione di recitare delle parti, mettendo delle maschere, che di solito hanno lo scopo di compiacere i diversi mondi che si nascondono dietro alle frontiere, ma che contribuiscono al senso di frammentazione di sé.

Continuo a leggere:

“Viaggiare non vuol dire soltanto andare dall’altra parte della frontiera, ma anche scoprire di essere sempre pure dall’altra parte”. (2)

Ci vogliono molti anni per scoprire che non è necessario irrigidirsi per trovare un’identità, che non è la chiara ed esclusiva appartenenza ad una delle frontiere che può salvare la vita. Crescere ha significato per me accettare la linea di frontiera come parte del mio destino e viaggiare da un luogo all’altro mi ha regalato la libertà di sapere di poter essere sola nello scegliere la direzione, il mezzo di trasporto, la meta. La vita come un viaggio dunque, fin qui nulla di nuovo. La metafora del viaggio ha dato vita nei secoli ad opere indimenticabili e ispirato scrittori che mai dimenticheremo, la differenza sta tutta nel riconoscere con chiarezza quanto tutto questo ti appartenga e abbia un senso nella tua personale esperienza. Guardare alla propria esperienza di vita come ad un viaggio, fa venir voglia di raccontare e il racconto non è altro che il piacere di tessere il filo dei giorni, evocando ricordi che scorrono in prospettiva, abbastanza distanti ormai per svelare il senso segreto del loro accadere. Così tutto ciò che era sfuggito, che si era sottratto ad uno sguardo troppo ansioso riemerge, per riconsegnare ciò che prima non poteva essere riconsegnato, e svelare così il senso segreto non della vita in genere, ma della tua vita. Così ci si accorge con sorpresa che per avanzare in questo viaggio è stato necessario, più che acquisire sempre nuove abilità e competenze, procedere ad un graduale alleggerimento che coincide con quella forma definita ma permeabile di cui parla Magris. Una forma flessibile e leggera in grado di mutare, entrare, appartenere fino in fondo, ma anche di allontanare, separare, delimitare per non confondere.
Si tratta quindi di sovvertire il significato comune del viaggio, non più solo un protendersi in avanti alla ricerca di mete e panorami mai visti, bensì qualcosa di più appassionante un rivedere e ripercorrere luoghi con occhi nuovi:

“(…) luoghi che affascinano perché sembrano radicalmente diversi e altri che incantano perché, già la prima volta, risultano famigliari, quasi un luogo natio. Conoscere è spesso platonicamente , riconoscere, è l’emergere di qualcosa magari ignorato sino a quell’attimo ma accolto come proprio. Per vedere un luogo occorre rivederlo. Il noto e il famigliare, continuamente riscoperti e arricchiti, sono la premessa dell’incontro, della seduzione e dell’avventura. (…) il viaggio più affascinante è un ritorno, un’odissea, e i luoghi del percorso consueto, i microcosmi quotidiani attraversati da tanti anni, sono una sfida ulissiaca. Perché cavalcate queste terre? Chiede nella famosa ballata di Rilke l’alfiere al marchese che procede al suo fianco. “ per ritornare” risponde l’altro”. (3)

Viaggiare, attraversare frontiere per ritornare a casa: νόστος, dicevano i greci, da cui nostalgia. Una nostalgia che nutre una malinconia fertile che non si impossessa dell’anima per appesantirla e distruggerla, ma che viene accolta consapevolmente come una buona compagna di viaggio.
Da questa malinconia si impara ad accettare la vulnerabilità necessaria per ritornare, per poter recuperare ciò che Magris definisce “la benevolenza per se stessi e il piacere del mondo”. (4)

Poter tornare significa essere disposti a lasciare e vedere le cose trasformarsi senza averne timore, riannodando ogni volta i fili dell’esistenza fino alla fine, fino all’ultima metamorfosi, all’ultimo lasciare.
E mi sento un puntino in mezzo al mare.

(*)
Angela Cervera, insegna lingua e letteratura Inglese presso il Liceo Artistico di Schio (VI).
Fa parte dell’equipe insegnanti del Centro Studi Educativi e Pedagogici Periagogè e del Coordinamento Documentazione e Edizioni Periagogè.

1 C. Magris, L’Infinito Viaggiare, Milano, A. Mondadori, 2013, p. XII
2 C. Magris, op. cit., p. XIII
3 C. Magris, op. cit., p. XXI
4 C. Magris, op. cit., p. XIV