L’esperienza del raccontare

di Angela Cervera

La scuola Periagogè, all’interno delle sue attività educative e didattiche, offre molte occasioni di convivenza dove è possibile coniugare elementi della propria vita quotidiana con momenti di riflessione e ricerca. A luglio ho partecipato al ritiro estivo “L’arte di rimanere aperti” svoltosi quest’anno sulle colline di Assisi. Dopo molti anni, se dovessi esprimere la qualità di tali esperienze, sia come utente, sia come insegnante collaboratrice, mi sento di affermare che si tratta al fondo dell’esperienza del raccontare. Al termine di ciascuno di questi eventi ciò che lascia soddisfatti è il fatto di aver potuto narrare una parte di sé e quindi di averne fatto conoscenza. Sono ormai convinta che narrare significhi conoscere, nel senso di testimoniare fatti importanti della propria vita, quelli che mettono in contatto con aspetti di sé che neanche si pensava esistessero. In questo senso è un atto creativo su cui viene fondata la propria identità.

Farsi carico del rischio di narrare qualcosa di noi, accogliendo ed accettando ciò che può evocare in chi ascolta, coincide col senso profondo di rimanere aperti ed è il presupposto fondamentale perché un’esperienza significativa possa avere luogo.

Ad esperienza conclusa ciò che si è vissuto lascia una scia: una serie di echi, di immagini, che si ripetono regolarmente ad intervalli, sono tracce che bisogna seguire, a volte sono deboli, a volte nitide, importanti, perché rappresentano quella sintesi personalissima che rivela chi siamo in quel momento. Quest’anno ho potuto sperimentare cosa significa narrare con il corpo. Il linguaggio delle parole non è l’unico strumento con cui narrare e testimoniare se stessi. Se narrare significa tracciare segni sulla mappa della nostra esistenza ho scoperto che vi sono segni che sono già stati tracciati sul nostro corpo.

Spesso diciamo che il corpo parla di noi, che le posture che assumiamo parlano della nostra storia e di come vediamo la vita. La questione è diventare coscienti di questo e provare a pensare che le tracce lasciate nel corpo dalle varie storie di vita sono qualcosa che riguarda ciascuno di noi. Entrare dunque nella corazza corporea propria e di qualcun altro aiuta a stabilire con gli altri  un rapporto di empatia, fondamentale per una persona che voglia davvero studiare la relazione.

Così la frase fatta così spesso sentita mettersi al posto di qualcun altro acquista un significato reale perché fisico e ci scaraventa di colpo dentro la storia di quella persona.

Spesso mi torna alla mente l’esperienza  in cui, durante una delle attività svolte,  interpreto una studente quando era bambina, mentre dà la mano a sua madre, in una ricostruzione del suo quadro familiare che assomiglia ad una vecchia foto in bianco e nero scattata davanti ad una sbuffante macchina fotografica dei primi del ‘900. Rivivo in modo nitido la prospettiva di una bambina piccola: non c’è nessuno che sia alto come me, quindi non c’è nessuno intorno a me, e sono sola. E’ bellissimo essere soli, mi dà la sensazione di una libertà estrema, il mondo è a mia completa disposizione. Poi con la coda dell’occhio scorgo la mia mano chiusa dentro quella della donna che rappresenta mia madre e non posso far a meno di pensare ad un gancio, un gancio in mezzo al cielo.  E’ un’esperienza di libertà. Ma la mia libertà passa per quella mano, per quel gancio. Quella mano è il simbolo di un legame, fatto di continuità e discontinuità, di fedeltà e di ribellione, di amore e di odio, ma è pur sempre quel filo che mi permette di essere qui. Ognuno di noi si considera figlio di una storia sbagliata, ognuno di noi ha davvero molte ragioni per affermarlo, ognuno ha passato anni a cercare faticosamente una definizione propria che lo mettesse al riparo da affermazioni come: “ha preso da suo padre”, “ non c’è niente da fare in quella famiglia sono tutti così”,  “ cosa vuoi, con quella madre…!”. V’è dunque una qualche possibilità? Posso pensare di poter essere qualcuno indipendentemente dall’ambiente e dalla famiglia in cui sono nato? Come posso ampliare il mio margine di libertà?

Ho scoperto ancora una volta che è possibile se si accetta di andare verso,  anziché opporre un rifiuto. Non si tratta banalmente di immaginare di essere al posto di qualcun altro, ma di provare ad assumere la sua postura, quello che in altri termini si definisce corazza corporea. Entrare nel corpo di qualcuno è un’esperienza davvero forte: ti costringe a soffermarti, ad osservare, a sostenere l’attrito di ciò che emerge e poi devi entrare in quei particolari, in quei gesti e ti accorgi che vivere il mondo col fiato corto o con le spalle sempre rigide e il bacino bloccato corrisponde ad una inevitabile postura psichica ed emotiva. Se addirittura lo si fa pensando ai propri genitori l’effetto è quello di una rivelazione. Quell’ atteggiamento del corpo, quel movimento tanto odiato rivelano la verità di un’altra vita, di un’altra storia.  Dopo il disagio e la rabbia fa capolino la compassione per un io che non può vedere la realtà se non da quel corpo, da quella difficoltà o da quella mancanza.

Si accorciano rapidamente le distanze e ti accorgi che stare dentro, proprio lì dove non vorresti stare, significa sviluppare un punto di vista diverso, capace di vedere la complessità, di esplorarne le contraddizioni nel tentativo doloroso di tenerle insieme. In questo dolore c’è però un gusto, un piacere che si prova quando ti rendi conto che ciò che stai osservando sono le tessere di una storia di cui tu sei solo una parte. Il tuo corpo è l’espressione di una eredità proiettata nel futuro, di cui tu stesso sei chiamato ad essere l’elemento di continuità. Ciascuno è un testimone, che porta in sé il passato e che nel suo sguardo disponibile trova la sua libertà nel disegnare il suo futuro. Ma per farlo bisogna prima accettare quel passato, riconoscere come parte della propria storia quella postura imposta  dall’esterno. Solo così sono in grado di accogliere la mia eredità e quindi di trasformarla. Trasformare significa avere progetti, ampliare il margine di libertà che ho, renderlo terreno fertile da lasciare in eredità, sentirne la responsabilità, perché possiamo solo esseri testimoni consapevoli di una storia cominciata molto prima di noi e che va ben oltre noi:

Le nuvole vennero prima di noi,

C’era un centro informe prima che noi respirassimo.
C’era un mito prima che il mito iniziasse,
Venerabile, e articolato, e completo.

Di qui sgorga la poesia: viviamo in un luogo
Che non è nostro, e, molto di più, non è noi,
Ed è cosa crudele malgrado i giorni di gloria.[1]

La possibilità di essere visti è l’altro elemento necessario per questo passaggio. Qualcuno ci ha visto mentre entravamo nel corpo dei nostri genitori, mentre cercavamo di ridisegnare  l’immagine della nostra famiglia, qualcuno ha osservato la distanza tra ciò che è stato e ciò che avremmo voluto fosse. Essere visti, diceva qualcuno, è una benedizione, essere visti trasforma e si tratta di  un duplice dono quando sei tu stesso che vedi e ti vedi grazie agli altri:

“Vedere è credere, credere in ciò che si vede, e questo fatto conferisce immediatamente il dono della fede alla persona o alla cosa che riceve lo sguardo. […] Il lasciarsi passivamente vedere apre una possibilità di benedizione. Perciò noi cerchiamo amanti e mentori e amici, affinché possiamo essere visti, ed essere benedetti” [2]

Vedere ed esser visti significa  guardare con gli occhi del cuore, occhi che vanno al di là della superficie, che sanno intravedere il nocciolo di ciò che sei, la tua libertà.

Vedere ed esser visti scioglie i nodi e libera dalla necessità di difendere faticosamente ciò che non ha più ragione d’essere, libera energie che possono così essere impiegate per qualcos’altro, per andare avanti più leggeri.

Durante i giorni passati ad Assisi una persona mi ha detto che l’obbiettivo non è essere tra i migliori, ma semmai quello di diventare qualcuno in grado di sostenere al meglio la realtà di ciò che si è.

Ripenso di nuovo alla bambina. Quella bambina si muove nello spazio ora, solitaria saltella tra gli alberi con un immenso senso di felicità, tanto sa che la sua mano è agganciata al cielo.


[1] W. STEVENS, Deve essere astratta, da Note verso la finzione suprema, Arsenale Edizioni, trad. di Nadia Fusini

[2] J. HILLMAN, Il codice dell’anima, Milano, Adelphi, 1997, p. 158-59.