L’arte della Periagoghè

di Antonio Ricci

“Hai un compito, anima mia; un grande compito, se vuoi: scruta seriamente te stessa, il tuo essere, il tuo destino; donde vieni e dove dovrai posarti; cerca di conoscere se è vita quella che vivi o se c’è qualcosa di più. Hai un compito, anima mia, purifica, perciò la tua vita; considera, per favore, Dio e i suoi misteri, indaga cosa c’era prima di questo universo e che cosa esso è per te, da dove è venuto e quale sarà il suo destino. Ecco il tuo compito, anima mia, purifica, perciò, la tua vita”

Poesie a se stesso – Gregorio Nazianzeno

 

Quando nel 2008, dopo una lunga e difficile fase di transizione, decisi di fondare la nostra scuola, avevo già in mente il nome che le avrei dato: Periagogè. [1]  Venivo da oltre venti anni di esperienza, formazione e lavoro nella scuola di Normodinamica fondata da Paolo Menghi, anni di ricerca e di studio a stretto contatto con lui. Mi formavo all’arte d’apprendere e d’insegnare. Era un rapporto di vero apprendistato, come un artigiano a bottega chiamato ad applicare subito ogni nuova conoscenza sperimentata, a verificarla e ad affinarla in nome di una ricerca di coerenza tra chi ero e ciò che sapevo e potevo fare. Perciò oggi continuo a considerarmi alla stessa stregua di un buon artigiano, fatto che si esprime nel senso del mio lavoro e nel modo come lo svolgo: implicazione diretta attraverso rapporti uno ad uno.. Ciò comporta l’unicità di ogni processo educativo, tempi e programmi mai standardizzati, piccoli numeri di utenti e progetti studiati ad hoc per ogni situazione. Ho vissuto la periagoghè  nella relazione con Menghi, senza avere il bisogno di sapere a priori cosa fosse, fu poi Edda Ducci[2] a parlarmene molti anni dopo, fornendomi una complessa chiave di lettura di questo dinamismo relazionale e al contempo una nuova esperienza nel rapporto con lei. Siamo il frutto di molte relazioni, a partire da quella con  i nostri genitori, e ci muoviamo nel mondo in un intreccio di rapporti davvero molto articolato. Alcune relazioni più di altre hanno però il potere di lasciare nella nostra vita un segno profondo e duraturo, sia nel dolore, sia nell’amore: da entrambe l’esperienze possiamo apprendere qualcosa, se vogliamo. Cosa sia quindi il cambiamento e come possa essere attivato nelle nostre relazioni e in noi stessi, non credo possa essere svelato del tutto, si può però dire che è frutto di relazioni e che può essere favorito, se esse sono qualificate o, al contrario, impedito se disfunzionali. Dalla prospettiva della periagoghè, ciò che favorisce il cambiamento è l’autenticità dell’educatore più che la sua competenza, ma va accettato il mistero, e quindi il limite, che ribadisce l’unicità di ogni persona e quindi l’impossibilità di tracciare una linea rigida nei due versi della differenza e dell’identità. Non siamo tutti uguali eppure ci riconosciamo simili; non funzioniamo tutti nello stesso modo eppure sappiamo comprenderci; non pensiamo tutti le stesse cose eppure riusciamo a parlarci; non abbiamo tutti le stesse risorse eppure sappiamo aiutarci. Quando però questa polarità viene forzata in un verso o nell’altro, accadono cose tremende e l’uomo sembra perdere del tutto la propria umanità e comincia a distruggere, autodistruggendosi. Diventare veramente umani è ciò che veramente importa, ma come si realizza?

Che cos’è quindi la periagoghè. Essa sta ad indicare un dinamismo relazionale frutto di un legame maieutico, cioè capace di suscitare nell’altro una risposta cosciente, autonoma e completa perché avvenga un processo di cambiamento e liberazione, che è conversione della direzione di vita tenuta fin a quel momento. È un movimento interiore, un salto qualitativo che non si produce quindi nella graduale progressione evolutiva come sommatoria di conoscenza ed esperienza; è un “voltarsi con tutta l’anima” ben reso nel mito platonico del prigioniero, dove “l’anima è costretta a volgersi là dove è l’oggetto corrispondente alla sua passione, oggetto da lei ignorato a causa di uno stato che le impedisce di conoscerne persino l’esistenza”.[3] È un volgersi che non può cominciare senza l’intervento dell’educatore, e che non può essere compiuto senza l’impegno volontario dello studente/educando. Costrizione bella che conferisce la forza per passare da uno stato di comoda e iniziale potenzialità, vincolata alle apparenze e capace di contemplare solo gli aspetti contingenti della realtà, ad uno stato di pienezza consapevole attenta alla qualità essenziale di ciò che è. Lo sforzo è necessario solo all’inizio, per rompere l’inerzia, ed ha come unico significato quello di essere strumento.

Il mito della caverna è una metafora bellissima ed efficace del processo evolutivo, rappresentato come un lento e faticoso procedere dalla parvenza verso la radice della realtà manifesta, entità che si svela in virtù dei fenomeni che essa produce, i quali in tal senso non sono falsi ma parziali. Cambia la direzione del proprio sguardo, rivolto a ciò che è più ente. Il sole lo è più dell’ombra, fenomeno contingente che può esistere solo in rapporto alla luce del sole. In tal senso quindi i fenomeni sono segni che indicano verso dove lo sguardo deve essere rivolto e che possono essere compresi solo nella loro catena di nessi causali con la fonte che li genera.

È un cambiamento qualitativo che coincide con un diverso modo di rapportarsi alla realtà, risultato di una convergenza di sguardo e di un coinvolgimento totale della persona, nel suo voler divenire autentica.

La periagoghè è quindi un movimento interiore profondo e duraturo, mosso dalla ricerca di autenticità, una conversione di direzione della propria esistenza, a partire dai significati che si conferiscono all’esperienza e dal rapporto che si stabilisce con la realtà. Essa pone la persona al centro della propria ricerca, senza negare nulla della sua realtà, anche nei suoi tratti più ambigui, misteriosi e contraddittori e vede nelle crisi che periodicamente emergono nel processo d’inveramento, dei passaggi necessari nel processo di rinnovamento del proprio rapporto con il reale, in quanto tentativi di integrazione di polarità e di risoluzione di contraddizioni.

Nella relazione d’aiuto ciò che importa è chi si è, ben sostenuto da ciò che si sa, ma trasmettere concetti, interpretare, dare spiegazioni, persuadere, convincere o istruire sono cose ben diverse dal tentare l’incontro con l’altro, cosa che chiede apertura e disponibilità ad implicarsi profondamente nel rapporto. Solo così è possibile sostenere  un reale e profondo cambiamento, solo così si può far leva nella relazione, con la relazione e per la relazione. Su questo fronte non è possibile fingere. Il grado d’autenticità dell’educatore viene prima di ogni costrutto epistemologico e ideologico, e si pone a garanzia della relazione stessa. Nel processo formativo Normodinamico, a partire da una critica radicale che Menghi fece al concetto di neutralità dello psicoterapeuta e della sua formazione, si pone piuttosto il problema dell’autenticità. Da tempo l’idea di una neutralità nella relazione educativa e terapeutica è stata sconfermata sia dalle teorie relazionali quali il dialogismo, la sistemica o l’ermeneutica, sia dalla fisica stessa. Il dialogismo pone l’autenticità e l’incontro come elementi necessari per rendere significativa, reale ed evolutiva la relazione al presente; l’ermeneutica ricorda l’influenza insopprimibile dei regimi d’appartenenza culturale e familiare sia nella descrizione della realtà, sia nell’interpretazione e nell’attribuzione di significati; la fisica e la sistemica riconoscono la forza influenzante dello sguardo dell’osservatore sulla cosa osservata, nonché la forza influenzante della cosa osservata e del contesto sull’osservatore. La presunta neutralità quindi, che sembrerebbe più figlia dello “scientismo”[4] di fine ottocento, intesa come posizione super partes che guarda al mondo, agli oggetti e alle persone senza interferire, né modificare, né influenzare, né volere alcunché, non esiste. Perciò quando viene proposta con troppa disinvoltura può al contrario nascondere delle epistemologie ben precise, rigide griglie di lettura, costrutti ideologici e interpretazioni ampiamente influenzate da soggettive e inconsapevoli versioni della realtà. Laddove c’è relazione c’è reciproca influenza fatto che impedisce all’osservatore d’escludersi dal rapporto con ciò che osserva. Bisogna partire da tale consapevolezza per andare prepararti alla relazione, prendendo atto di tutte le possibili influenze, distorsioni e tendenze a racchiudere nei propri sistemi d’appartenenza e significati ogni cosa. L’azione educativa passa attraverso un aperto parlare in presenza dell’altro rivelando se stessi: se qualcosa può cambiare sarà quindi la relazione stessa e non l’altro, nella reciprocità e a diversi livelli di coscienza e bisogno.

Premesso ciò, per consentire all’educatore d’inserirsi con rispetto, ampiezza e profondità nella complessità di ogni relazione, diviene quindi importante saper padroneggiare la descrizione di un mondo che tenga conto dei propri regimi d’appartenenza, dell’influenza del contesto, dei propri significati e principi di riferimento, approdando ad una descrizione che contenga distinzioni, differenze e relazioni, piuttosto che cose deconnesse dalla realtà che le comprende.

Distinguo, cioè opero un giudizio mediante il quale posso riconoscere una chiara e intrinseca diversità far esseri, oggetti, concetti, situazioni e così via, apparentemente simili o analoghi o comunque posti in relazione tra loro. Differenzio, cioè rendo evidenti gli elementi che distinguono una persona dall’altra, una cosa dall’altra, una funzione dall’altra. Metto in relazione, cioè evidenzio i nessi causali o sistemici tra due o più elementi, persone, oggetti, pensieri e così via.

In campo umano quindi, per cogliere il valore e il significato di ogni realtà che si analizza, è necessario riconoscere i rapporti tra tutti gli elementi che la compongono, educandosi a conoscere e a riconoscere la realtà, oltre che attraverso la catalogazione, la razionalità, la logica e le scienze in generale, anche attraverso l’empatia, le analogie e le omologie, le somiglianze e le metafore. Sono rapporti e rapporti di rapporti.

L’empatia è l’impegno di comprensione dell’altro senza alcun giudizio morale e affettivo, è la capacità di una persona di immedesimarsi in un’altra fino a coglierne i sentimenti, gli stati d’animo e i pensieri, anche senza servirsi di un canale verbale. L’empatia ha una duplice qualità, quella di farci comprendere “dall’interno” gli altri e al contempo di aiutarci a porre uno sguardo su ciò che della propria persona s’ignora. Possiamo parlare di comprensione empatica quando si è capaci di sentire l’altro come se si fosse al suo posto, rimanendo tuttavia consapevoli della distinzione tra la propria condizione e quella dell’altro, nella simultanea condizione di contatto e distacco.

L’analogia è l’accostamento immediato di due immagini, situazioni, oggetti tra loro lontani di somiglianza, basato su libere associazioni di pensiero o di sensazioni piuttosto che su nessi logici o sintattici codificati. L’omologia è il rapporto di perfetta corrispondenza o di equivalenza tra due o più parti, cose, idee. La somiglianza indica una grande affinità nella natura e nell’aspetto tra due cose o persone. La metafora è quel procedimento di trasferimento di significato di una parola o di un’espressione, dal senso proprio ad un altro figurato, che abbia con il primo un rapporto di somiglianza.

Ci esponiamo al mondo con i sensi. Cogliamo le forme prima sensorialmente e, immediatamente dopo, nel rapporto che stabiliscono con il nostro intero organismo, in quanto dato di coscienza.

Quindi possiamo percepire il reale come:

  • valore sensoriale semplice (calore, colore, sapore, intensità);
  • forma complessa (fiore, scarpa, volto);
  • significati (bellezza, comodità, rabbia);
  • rapporti (relazioni, connessioni, direzione di costruzione, senso).

È necessario comprendere in che modo recepiamo il reale, in quale rete di significati lo descriviamo e lo cataloghiamo. Radicarsi consapevolmente nel mondo significa saper procedere dai sensi alla percezione, verso l’astrazione e il giudizio, in un processo in cui riconoscere le distorsioni psichiche e mentali che operiamo, per liberarsi infine da esse. Passare attraverso la pulizia e il raffinamento sensoriale è la prima e obbligatoria tappa di ogni processo di consapevolezza. Bisogna tornare alle esperienze semplici. Successivamente è necessario addestrare la propria attività psichica e mentale, per riconoscere quali automatismi sono alla base dei nostri comportamenti ed eventualmente modificarli. La mente può essere addestrata a passare dalla condizione di totale attivazione, dove viene operata la massima rielaborazione del dato sensoriale (la realtà è ciò che la mente vuole), a quella di massima recettività, dove la mente assorbe e contempla il reale nel suo darsi (la mente è parte della realtà alla quale partecipa).

Nella massima attività il rapporto con il reale è creativo, con il rischio estremo del delirio allucinatorio, nell’isolamento autoreferenziale. Nella massima recettività il rapporto è passivo e contemplativo, con il rischio contrario della disgregazione confusiva e indifferenziata.

Un’identità integra e stabile ha bisogno sia di poter intervenire sul reale attraverso atti creativi e trasformativi, sia di partecipare e appartenere ad esso attraverso la sua rilassata fruizione. Comprendere e conoscere richiede sia attività sia passività. L’atto conoscitivo è un processo di successiva e costante spoliazione, un lasciar andare sensi, contenuti, significati affinché possa esserci lo spazio sufficiente per un esperire interiore, e lasciare così entrare nuovi sensi, contenuti e significati.

Ogni relazione può essere considerata come un atto conoscitivo sia dell’altro sia di se stessi, dove la corporeità e la riflessione hanno un grande valore. Corporeità, atto riflessivo ed esperienza sono la base per ogni conoscenza, forze attraverso le quali è possibile esplorare la propria biografia attuale e trigenerazionale. Questo è quanto viene perseguito nella nostra scuola: il processo evolutivo viene favorito coniugando azione e riflessione, cioè strumenti e discipline a mediazione corporea come la meditazione e l’arte della spada e contesti a mediazione verbale come l’Analisi Relazionale Autobiografica individuale e di gruppo. Nell’approccio “Periagogè” l’uno serve l’altro, così come l’uno senza l’altro perde parte del suo senso e della sua prospettiva evolutiva, e ciò insegna il metodo Normodinamico che ha alla sua base quattro principi: volere, differenziazione, coesione, direzione.

L’educativo si fonda sulle forze del volere che esprime il passaggio dal desiderio alla realizzazione nell’azione. Il volere è la forza decisionale e movente, è un punto di partenza e un fronte d’applicazione.

Come ho già scritto altrove: “Nel lavoro con gli adulti, portare l’attenzione al volere significa quindi occuparsi:

  • della forza con la quale esso si esprime;
  • dell’intenzione che lo abita;
  • del tempo e dello spazio in cui si manifesta;
  • della conoscenza e delle azioni necessarie per perseguirlo;
  • delle forze che gli si oppongono e di quelle che lo sollecitano e sostengono.

Non significa invece occuparsi di:

  • garantire la felicità dell’altro;
  • assicurare il successo di ciò che l’altro cerca;
  • procacciare gli oggetti del suo volere, di giustificarli o rifiutarli.

Credo che questo sia un impegno ben circoscritto, complesso e adeguato al compito. C’è chi non vuole niente, ma cerca qualcuno che lo convinca del contrario; c’è chi pretende dall’educatore ciò che dice di volere, che sia felicità, soldi, figli, sesso o lavoro; c’è chi persegue scopi suicidi, irrealistici, distruttivi o contrari alla propria etica. Arriva quindi il tempo in cui si deve, per onestà e giustizia, metterlo di fronte a tali realtà e riconsegnare la delega, invitandolo infine a collaborare per cambiare traiettoria. Quando ciò non accade, e la persona si ostina a perseguire i suoi scopi, talvolta ingaggiando surreali e inutili sfide, si è infine autorizzati a porre termine alla contratto formativo, ottenendo un duplice risultato: prima di tutto, la propria individuazione, nella definizione etica e professionale di ciò che si preferisce, evidenziando un chiaro confine alla propria azione; in secondo luogo, il rispetto del volere dell’altro, confermando il suo diritto ad agirlo come e dove vuole, purché ne assuma la totale responsabilità personale. Voler volere e voler non volere, esprimono due diverse direzioni di vita. Una volta rese consapevoli, dichiarate e perseguite, vanno rispettate. Il proprio impegno come educatore termina proprio a questo punto e comincia quello di persona libera di vincolarsi e partecipare, oppure di rifiutarsi e lasciar andare.

Come studenti, bisogna chiarire a se stessi cosa si vuole cambiare e imparare, poi con onestà cercare di capire se si è disponibili a pagarne il prezzo. Possono passare anche molti anni prima che a tali domande si riesca a dare una risposta reale e autonoma. Sembra una banalità, ma molti guai nascono proprio dal non averle indagate a fondo. Nutrire l’aspettativa che qualcun altro assuma i nostri desideri al nostro posto, conferendogli il dovere e la duplice funzione di garantirli nella loro legittimità e di autorizzarne il soddisfacimento, è all’origine di molti malesseri, anche profondi e gravi. A lungo andare si diventa degli enormi bambini avidi che sviluppano una dipendenza malata, rancore, frustrazione, rabbia. C’è sempre un tempo nel quale è necessario, come educatori, lasciare l’altro drammaticamente solo di fronte a se stesso e attendere. Che arrivino slanci d’affetto o vendette, non ci si deve spostare. Procedere in una direzione di realtà non è qualcosa che tutti vogliono, ma a tutti va data la stessa possibilità”.[5]

Proprio in questa possibilità di scelta s’inserisce il processo di differenziazione che segnala la nascita dell’individuo intento alla costruzione della sua identità ed alla sua collocazione armonica nel rapporto con gli altri e il mondo. L’emergere della propria fondamentale differenza, che è unicità, segnala l’inizio di una solitudine e al contempo la consapevolezza che ciò riguarda ognuno. Una solitudine sana dalla quale è possibile costruire relazioni sane, nuovi legami affettivi al di fuori della cerchia famigliare, nuovi regimi d’appartenenza e di lealtà, liberi in quanto scelti. Un coesione che è anche interiore a partire dalla ricerca di coerenza tra i propri pensieri, le proprie emozioni, le parole e le azioni che ne conseguono. Le forze del volere, la necessità di differenziazione e il bisogno profondo di coesione trovano infine il loro senso nella prospettiva di una costruzione di un modello di vita fondato su valori. La realizzazione della persona nella vita etica, intesa come autenticità e direzione è realizzazione che ha radici nella speranza e si nutre d’amore. Nell’etica si passa dalla preoccupazione dell’oggettività a quella della responsabilità. Essa definisce il rapporto tra osservatore e osservato, il nesso, il modo come l’osservatore partecipa a ciò che osserva, definendo così le sue preferenze. La strada della conoscenza passa attraverso continue distinzioni operate nel mondo dell’esperienza: per distinguere devo scegliere, definire cioè una preferenza. Ogni descrizione operata dice molto di più dell’osservatore che dell’osservato.

Una volta operate le dovute distinzioni è poi necessario discernere per operare scelte corrette. Sono molti gli ambiti che devono essere considerati in un processo educativo, ma nella prospettiva della periagoghè le crisi, le distanze e la collocazione hanno un valore particolare.

Le crisi sono indicative della necessità di cambiamenti sistemici qualitativi. La loro analisi è utile per evidenziare le ricorsività, i significati, i simboli  e il mondo nel quale la crisi subentra per essere poi attenti a quale nuovo mondo di significati sottende e cosa necessita per essere infine una realtà operante. La crisi segna la fine di un sistema di valori e di rapporti e l’inizio potenziale ed ancora immaturo di un nuovo sistema. In quest’ottica l’interminabilità della crisi produce malattia nel predominio di forze omeostatiche e nella non incentivazione delle forze di cambiamento.

Le distanze fisiche, psichiche e relazionali  sono realtà indicatrici di volontà di rapporto e contatto, così come del suo opposto. Per stabilire la “giusta distanza” è necessario saper vedere il contesto, se stessi e l’altro nella complessa varietà d’indicatori. La “giusta distanza” consente il corretto passaggio d’informazioni e la creazione di una struttura che connette, la quale conferisce senso alle parti. La distruzione, opposizione, confusione, interdizione dei regolatori di distanze può essere motivo di sofferenza e va studiata con fine attenzione, in funzione dei diversi contesti d’appartenenza, familiare, sociale e culturale.

La collocazione della persona nel tempo e nello spazio e la sua verifica di senso, sono la risposta alla domanda: “dove sono?”. Il senso del tempo e dello spazio nel continuum narrativo esistenziale e ciò che conferisce l’unitarietà della persona e la sua versione della realtà nel rapporto con gli altri e con il mondo.  La rottura degli argini temporali o la cristallizzazione temporale, l’evanescenza o la rigidità funzionale vanno studiate, osservate e riequilibrate, con il fine di giungere a vedere “qualcuno” che opera nel mondo, avendo trovato il suo giusto posto nella direzione di vita scelta. Ciò implica la comprensione e l’accettazione della realtà nella sua polarità mutabileimmutabile. Portare la persona a comprendere il suo senso dell’esistere deve passare attraverso la comprensione di ciò che può essere ancora trasformabile e cosa al contrario sia definitivamente giunto alla sua forma finale. La comprensione di sé sappiamo che deve passare attraverso la visione delle proprie relazioni, nella consapevolezza che l’io si definisce in funzione di ciò con cui si rapporta: quali valori, quali oggetti, quali azioni?

Premesso ciò In un processo d’inveramento è importante passare attraverso le seguenti esperienze:

  • Fare un’esperienza armonica e cosciente della sofferenza psichica.
  • Accettare e accogliere la sofferenza in generale, per abbandonare la comodità infantile ed entrare nel mondo dell’azione volontaria e etica.
  • Abbandonare la pretesa di svelare tutto in una relazione: vanno tollerate le zone d’ombra e bisogna ridurre il controllo dell’altro accettando la propria solitudine e vulnerabilità.
  • Consentire l’espressione integrata di sé nel presente. In tal senso il cammino evolutivo diviene  analogo al processo creativo perché da una parte trasmette al soggetto un vissuto di senso, cioè di completezza, dinamismo e armonia tra vissuti e processi inconsci e dall’altra determina realizzazioni coscienti, concrete ed obiettive.

Per concludere, fatta salda una formazione professionale adeguata, chi può dirsi educatore e insegnante?

L’educatore è colui che non sfugge di fronte alla situazione ponendo la questione della dignità di essere. Colui che vive la sua vita e rischia di trovarsi da solo e non lo teme, derivando da ciò l’efficacia e l’essenza del suo operato. Egli sa che non si può assistere al coraggio rimanendo codardi: o si fugge o si diventa coraggiosi. L’esperienza educativa è sincronica, opera nel presente sulla qualità della relazione, non cerca eccessivi significati nel passato e si pone il problema del tempo, dello spazio e del ritmo.

Tenta di evocare la “parola” nell’altro.  Piuttosto che dichiarare verità l’educatore tenta di essere autentico, di diventare un essere parlante e di evocarlo negli altri. Evita di contrapporre la coscienza e lo spazio: c’è un fusione tra iniziativa interiore e iniziativa muscolare. Si pone costantemente un limes attraverso il metro etico con il quale misura i mezzi per ottenere successo. Opera per innalzare il limes attraverso cultura e conoscenza per trascendere e superare l’istinto e la pulsione.  Può dirsi insegnante chi ha innalzato in se stesso il rapporto con il piacere e la sua pulsionalità, sentendo in ciò una maggiore ampiezza rispetto all’ educando/studente: egli è superiore nel modo come si garantisce la soddisfazione del diritto al piacere, facendo capo alle forze del volere, non prescindendo dai suoi valori. Nel rapporto sa rinunciare e sa sacrificare le spinte verso il piacere immediato. Assumere il proprio desiderio vuol dire assumere la propria solitudine, insufficienza, aggressività, sessualità. Un insegnante non può prescindere da ciò per poter essere in grado di favorirlo in altri. Suo compito è rendere significativa la situazione presente e non vuole recuperare o risolvere una situazione passata.

La relazione educativa è responsabilizzante e l’insegnante non è costretto a tener conto delle difese dello studente né a muoversi al suo ritmo, egli dimostra che le difese si vincono, le resistenze e gli ostacoli si superano. È l’esempio della battaglia e della vittoria. L’insegnante è colui il quale sa lasciare solo lo studente, senza mai abbandonarlo, per porlo in modo più drammatico di fronte a se stesso.

L’educatore è colui il quale è consapevole che la persona si libera liberando.

 

[1] Il termine “Periagogè” è tratto dalla parola greca antica περιαγογε, sostantivo del verbo περιαγεινperiaghein, tradotto con girare, voltarsi, cambiare direzione. Nella versione originale in greco antico va pronunciato periagoghè .  Questo dinamismo, nella sua valenza evolutiva,  è descritto nel “mito della caverna” narrato da Platone nel VII libro della “Repubblica” e sta ad indicare un cambiamento radicale dell’essere.

[2] Edda Ducci (1929 – 2007). Docente di Pedagogia e Filosofia dell’Educazione presso le Università Roma Tre e Lumsa; presidente del corso di laurea in Scienze dell’Educazione di Roma Tre nel triennio 1992-95; membro del Comitato ministeriale per le pari opportunità fra gli uomini e le donne nella scuola e del comitato direttivo dell’Istituto nazionale per la valutazione del sistema dell’istruzione, ex CEDE; membro della Commissione Italiana Unesco.

[3] E. DUCCI, Approdi dell’umano, Roma, Anicia, 1999, pg. 57.

[4] Scientismo [dal fr. scientisme]. – Termine coniato in Francia nella seconda metà del sec. 19°, e diffuso poi altrove, di volta in volta con significato positivo o negativo, per indicare la concezione e il particolare atteggiamento intellettuale di chi ritiene unico sapere valido, capace di risolvere tutti i problemi, di soddisfare tutti i bisogni dell’uomo, quello delle scienze fisiche e sperimentali, e svaluta quindi ogni altra forma di sapere (compresa la filosofia) che non accetti i metodi propri di queste scienze; oggi il termine è usato nel suo significato negativo, per indicare l’indebita estensione di metodi scientifici validi nell’ambito di scienze particolari (come quelle naturali) ai più diversi aspetti della realtà, con pretese di conoscenza altrettanto rigorosa. Dal dizionario Treccani.it.

[5] A.Ricci, Manuale Inapplicabile, Periagogè Edizioni, pp. 24-26.