La tazza rotta (seconda meditazione)

di Antonio Ricci

È sera, in quell’ora in cui l’anima si fa più malinconica e lo sguardo va docile al sole che scompare, per godersi gli ultimi istanti di luce. Speranza di un nuovo giorno; speranza che si rinnova; attesa incerta di ciò che verrà. Un gruppo di uomini dopo aver mangiato e bevuto insieme, ringrazia Dio per il cibo ricevuto, e lentamente si dirige a piedi sul colle fuori dalle mura della città. Quella sera cose dure e importanti sono state dette in un linguaggio d’amore forse troppo schietto. Pane e vino come carne e sangue, vite e tralci come i legami d’amore, un amore che è via, verità e vita. Ma un’ombra di morte e di tradimento passa sulle loro teste e schiaccia il cuore nella tristezza: tutto è troppo più grande e la misura umana è ancora troppo piccola per comprendere davvero. Sono uomini che hanno mani rozze, da pescatori, e anime semplici che sanno amare senza troppe ragioni. Anni di amicizia forte nello spirito, promesse di liberazione, parole come pane che nutre e luce che illumina, amore fatto di gesti concreti, dichiarazioni lanciate molto in alto e molto in avanti, speranze aperte verso un futuro di libertà: ma la fine incombe e tutto sta per frantumarsi. Eppure non capiscono e continuano a giurare fedeltà davvero troppo, troppo in fretta, forse per non sentire il dolore, per non soffrire per la separazione che s’annuncia. Il tempo è giunto perché ogni cosa si compia, ma ognuno sembra intendere una cosa diversa da chi per primo afferma ciò.

L’anima deve farsi ampia come il cielo perché possa contenerlo, ma la paura, al contrario, stringe ogni cosa a sé per non perderla, finendo per perdere tutto. Lasciare andare per amore è un paradosso che pochi comprendono, atto che slarga il cuore ma che può anche spaccarlo se indurito o fragile.  L’infinito non può essere messo in una tazza, certo,  eppure essa, con l’illusione che l’accompagna, deve prima frantumarsi perché lo spirito possa irrompere e illuminare l’esistenza. Tradire è un atto umano, la fedeltà pure, discontinuità e continuità, paura e speranza messe insieme fanno l’uomo. Di cosa c’è bisogno? Di uomini e donne interi non perfetti. Tradire l’uomo e la donna è possibile, ignobile e doloroso, ma possibile perché ad ogni promessa corrisponde la sua possibilità di rottura. Imperfetto è l’uomo e imperfetti sono i suoi legami che cercano soluzioni nel mentre generano ferite profonde e incurabili ma anche fertili.

La sproporzione d’amore ci dice forse che tradisce chi non sa lasciare andare. Soluzione meschina, inutile, vigliacca che indigna chi la subisce e sporca la dignità di chi la compie, eppure sempre possibile. Il tradimento d’amore lascia danni, genera perdite, produce sofferenza e invoca aiuto perché all’unione possa corrispondere anche una separazione. Tradito e traditore sono complici, uccidono l’amore che non sa separarsi e, in modo violento, cercano di ritrovare loro stessi soffocati nell’abbraccio del “solo con me e per me”. È ferita e ricerca d’amore perché si faccia spazio alla solitudine senza più temerla. Ferita aperta e utile che ricorda una condizione insolubile, che sposta lo sguardo verso ciò che davvero importa, perché si possa davvero incontrare qualcuno, prima o poi. Solo chi ha trovato casa nella solitudine e sa amare senza possedere, non ha bisogno di tradire. Il tradimento da persona a persona non riguarda l’Assoluto, non è un peccato ma un segno di vigliaccheria e bassezza umana, espressione di disagio, sintomo di malesseri più grandi e indicibili, violenza sorda e attacco alla relazione, estrema strategia di evitamento. È  cosa tutta umana, contraddizione e tentativo maldestro di svincolo.

Tradire l’uomo fa perdere la dignità, tradire lo Spirito fa perdere se stessi.

Gli uomini dall’alto del colle vedono le mura della città e le porte con le torri di guardia, illuminate dalla luna: è zona di cimiteri e di orti, zona di pace e di lavoro contadino. Una corda d’oro apparirà il giorno del giudizio che porterà direttamente i giusti dalla Porta della Misericordia a Dio, è bene quindi essere sepolti il più vicino possibile ad essa e verso di essa, per essere i primi a passare. Quando la gloria del Messia si manifesterà sarà da questa porta che entrerà la Shekhinah, la presenza divina, ma nel tempo dell’attesa la porta è ben murata e i sepolcri sono sigillati con cura.

È tarda notte oramai ma nessuno di quegli uomini vuole fare ritorno a casa, c’è un’angoscia enorme che incombe e solo la compagnia degli altri sembra alleviarne il peso; parole affilate ora tagliano la carne e incidono a fondo le illusioni di salvezza; proprio ora che la stanchezza chiude il cuore e la mente, proprio ora che tutto sembra essere troppo e straripante, oltre misura sopportabile, arriva più forte la richiesta d’aiuto e di vicinanza. In nessun luogo c’è salvezza, nessun porto franco, solo il sonno può qualcosa o la preghiera. Non si può tradire lo Spirito ma allo Spirito si può parlare. Sono scesi dal monte, il passo si è fatto pesante e una sosta è necessaria. Si sente il rumore del torrente che scorre nella valle poco distante, è quasi l’alba, il podere degli ulivi è un posto quieto che più volte li ha accolti nella gloria dei giorni passati e può ancora accoglierli nel tempo del dolore e della stanchezza. Tutti gli uomini della città stanno dormendo, tutto il mondo sta dormendo, uno solo veglia e prega. Parla agli uomini e dice: – “La mia anima è triste fino alla morte, restate qui e vegliate con me”. Ma loro si addormentano esausti. Lui si prostra con il volto a terra, con l’angoscia inesprimibile di chi sa di essere totalmente solo con un peso enorme. Parla allo Spirito e dice: – “Padre mio se è possibile passi da me questo calice! Però non come voglio io ma come vuoi tu!”. Nessun tradimento, nessuna fuga, nessuna violenza solo infinita compassione e dolcezza. Tutti dormono perché la coscienza non è pronta, quella piccola tazza non ce la fa a contenere tutto quel dolore e tutto quell’amore insieme. Che vada in frantumi quindi. Torna da loro, li chiama, li sveglia, chiede compagnia, l’invita a vegliare insieme a lui nel momento più difficile della sua vita. Quanta solitudine, quanto strazio. Non chiede altro ma non ce la fanno. Sono sfiniti, tutto è troppo.

Credevano di dover affrontare prove ben più gloriose, come eroi dei tempi antichi, lotte contro il male e i nemici, invece è il sonno che li vince, l’incoscienza prevale. Non sanno come rispondere alla chiamata angosciata di colui che dicono d’amare e che avrebbero servito contro tutti, fino a morire per lui, contro ogni scandalo e oppositore. Ora invece dormono esausti mentre lui implora Dio, mentre è a terra con il volto nella polvere e l’anima lacerata. Lui li cerca ancora una volta, rinnova la sua chiamata come il primo giorno. “Seguitemi” diceva, e loro gli andavano incontro fiduciosi ma erano tempi di pesche miracolose, di pani e pesci moltiplicati, di folle acclamanti, lebbrosi guariti e morti resuscitati. Non lo cercavano perché avevano visto dei segni ma perché volevano ancora miracoli, perché avevano mangiato di quei pani e si erano saziati, perciò non credeva ai loro slanci di devozione, non credeva alla loro compiacenza. Oggi lo inseguivano per farlo re perché aveva riempito le loro pance, domani lo avrebbero crocifisso perché voleva farli uomini liberi nella misericordia: khesed, eleos, oiktirmòs, splanchna. Ecco la vera prova: vegliare nell’ora buia; stare accanto all’a
ltro nella sua debolezza, quando soffre o ha paura; stargli accanto anche se si è più poveri e indegni; essere per l’altro nella gratuità e nella reciprocità. Ora che c’è l’uomo e la possibilità di essere uomini liberi insieme a lui, loro non ci sono, loro dormono. La Porta della Misericordia si sta per aprire ma per entrare bisogna essere svegli. Infine tutto tace e la compassione prevale: “dormite pure e riposatevi”. Non c’è astio, non c’è delusione ma completa accoglienza e comprensione. È un uomo che sa amare e perciò sa lasciare andare, non vuole dei servi, non chiede miracoli ma misericordia.

Lo arrestano che è quasi l’alba, chiede ragione per quell’inutile spiegamento di forze, per quella cattura degna di un ladro che si nasconde, visto che sapevano dove trovarlo in ogni momento, che fosse al Tempio o in casa di amici; ma non si oppone, si lascia legare mansueto, senza violenza né disperazione, mentre quelli che aveva voluto chiamare suoi amici, lo abbandonano e fuggono.

“La verità vi renderà liberi”, si ma chi la vuole questa libertà e qual è il suo prezzo? Sputi e schiaffi in faccia?

L’uomo infine muore solo. Nessun miracolo per evitare la sofferenza e la morte, che senso avrebbe ora? Quale salvezza porterebbe? Se è così che deve andare così sia, la libertà di coscienza non si conquista con i prodigi, gli uomini hanno scelto di crocifiggerla e continueranno a farlo ancora molte volte, ma questa volta il sepolcro è aperto e la Porta della Misericordia è spalancata. La strada per passarci? Dedicare la propria vita alla vita, senza attendere ricompense e miracoli.

Lo Spirito è stato tradito eppure perdona e chiede ancora di vegliare, nell’attesa che la paura svanisca e la tazza si rompa.

 

 

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