Il vuoto è la tua casa. Appunti di studio

 di F. Angriman* 

Una nota al margine, a mo’ di prefazione

di A. Ricci**

Questo è un articolo che mi ha visto partecipe nella sua stesura, che però porta un’unica firma. Scrivere, in tal senso, ha il valore di portare a comprensione l’esperienza prima di tutto a se stessi, nel tentativo di trasmettere ad altri dei concetti vivi, in quanto espressione di una valutazione di significati che integra idea e vita. Perciò “vale la pena” compiere tale sforzo, è un modo per raccogliere, raffinare, trasformare e consegnare, nella speranza che serva anche ad altri ma senza la pretesa, né l’attesa, che ciò accada. Il processo per giungere a realizzare ciò che si vuole, cioè i modi e i tempi dell’azione, con tutto quello che emerge e accade, è ciò che veramente importa, nella ferma intenzione di giungere ad un risultato significativo, destrutturando nei fatti, quindi, un’idea di perfezione che spesso ha odore di muffa e vanità. Quando poi le idee hanno preso forma, possono essere patrimonio comune e diventare punti di partenza per qualcosa di nuovo, che le arricchisce e le amplia. La stesura stessa di questo articolo, come di molti altri pubblicati nel nostro blog, è parte di un lungo processo interattivo di ricerca partecipata. La conoscenza è di tutti e deve poter circolare liberamente, senza temere il plagio o l’imitazione. Se un principio assume valore pratico nell’esistenza di qualcuno, se migliora la qualità del lavoro, delle relazioni o della salute, allora sarà stato davvero utile, al di là di chi lo ha proposto per primo. Il fatto che diventi patrimonio comune lo mantiene vivo. Questo articolo nasce dall’esperienza reale di F. Angriman, e per quanto io abbia partecipato alla sua stesura interloquendo con lei sia sulla forma che sui significati, esso è davvero “suo”. Mi scrive, approvandone la pubblicazione: “attraverso il nostro scambio su quest’articolo, ho potuto lavorare sul significato interiore di ‘casa, trovare casa, trovare casa in sé; ho potuto cogliere nei giorni l’ambiguità che la metafora può generare, riconoscendola in me: o è una ricerca di coscienza, oppure il suo opposto, un ritorno all’utero. Essere svegli o dormire. Penso quindi sia utile la sua pubblicazione, come lo è per me leggerlo più volte. Per quanto riguarda la mia sola firma sinceramente rimane il disagio” 

Ecco perché è giusto che lo firmi solo lei .

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Il vuoto è la tua casa. Appunti di studio.

di F. Angriman

Sono un membro dell’equipe clinica e didattica della scuola Periagogè. Mensilmente partecipo a contesti d’aggiornamento e formazione permanente assieme a tutti i miei colleghi. Si tratta sia di attività esperienziali  d’apprendimento e autoformazione, cioè di coinvolgimento diretto, corporeo e analogico; sia di attività riflessive e d’elaborazione dell’esperienza; sia di contesti di supervisione e confronto relativi alla nostra attività professionale. È un tempo prezioso di condivisione e crescita dove tutti si mettono in gioco alla pari, dove più è alta la responsabilità e maggiore è l’esposizione richiesta in termini d’iniziativa, intensità, autonomia e sostegno.  

Un buon sistema d’apprendimento, afferma Ricci, deve sempre prevedere la duplice direzione dello scambio, nonché la maggiore richiesta d’esposizione, impegno e coerenza per chi è alla guida. In tal senso chi guida vigila affinché ciò non venga disconosciuto nei fatti ed è il primo a testimoniarlo, perciò la nostra equipe è sempre al lavoro: verso gli altri, verso noi stessi. Uno dei principi educativi che perseguiamo riguarda la natura dei processi d’apprendimento: si può evolvere in termini di conoscenza e competenza nella disponibilità, e nel tentativo, di trasferire ad altri ciò che si è trovato e compreso nel proprio ambito professionale, nella propria pratica esperienziale e nel proprio studio: in termini pratici significa condividere con i colleghi i risultati della propria ricerca, nella reciprocità di scambio. In tal modo si collabora attivamente e collettivamente alla costruzione della conoscenza: è un sistema di ricerca partecipata che opera costantemente sulla flessibilità del sapere e sulla necessità di riferimenti epistemologici chiari, condivisi e adeguati al nostro compito educativo e clinico, nonché connessi al contesto sociale e culturale nel quale si opera. È un sistema che ritiene valido il contributo di ogni partecipante e che confida nel valore dello scambio, della critica costruttiva e della dubbiosità dialettica. Il quadro di riferimento quindi si arricchisce costantemente di nuove prospettive, senza negare, né cristallizzare le precedenti, piuttosto ampliandole sulla base di nuove ipotesi che possano continuare ad orientare la ricerca, affinare gli strumenti ed aprire ulteriori domande a livelli diversi di profondità e complessità.

L’immagine interiore della casa come luogo nostalgico cui  fare ritorno e, insieme, come direzione di cammino verso l’ignoto può aiutare a rappresentare un desiderio di ricerca. L’immagine sollecita però emozioni contrastanti e fa emergere ambiguità. “Casa” vuol dire legame, luogo, appartenenza, accoglienza, apertura ma può anche voler dire tana, nascondimento, regressione, inerzia, letargo, chiusura. Senza negare le spinte regressive che costellano il cammino dell’anima, questa riflessione vuole cercare di sostenere lo sguardo verso quel “trovare casa in sé e nella relazione con l’altro”, a partire da chi siamo, da dove arriviamo e da dove ci troviamo.

Dopo questa premessa provo ad inoltrarmi in alcuni temi emersi negli scorsi mesi, il primo dei quali riguarda “l’intensità”. 

L’intensità, afferma Paolo Menghi, può essere intesa come legame”.

“Intensità è la capacità di legare parti diverse di sé all’altro senza perdere i confini propri; la capacità di identificarsi con l’altro attraverso qualcosa di personale e di mantenere questa relazione nel tempo. Riconoscimento di uno stato emotivo e intensità sono dunque strettamente collegati: se non si aderisce all’emozione non si crea intensità. Cioè, non si può recitare una parte”.[1]

Quanto voglio legare, quanto tengo separato? Posso sapere, pensare di capire, ma quando la parola detta diviene parte di me? Quanto la lascio entrare?

Nel fare spazio alla comprensione di questa frase di Menghi, per me molto evocativa, mi viene in aiuto la mia pratica del kendo, importante strumento di ricerca esperienziale della nostra scuola. Da molti anni m’impegno per apprendere a “combattere” e il contesto di pratica è il luogo dove stabilmente tento d’incontrare l’altro e me stessa. A volte accade. Lo spazio d’incontro con l’altro, ho appreso, non è mai lo stesso, ed ha una sua connotazione speciale: tocca e lascia un segno. Sorprende. Sbilancia. Non è facile rimanere lì dove si è con ciò che c’è. Il contesto di pratica è il luogo della verifica perché la fatica e lo sforzo sollecitano le emozioni sopite e, nel tentativo di ritrovare un ordine e una stabilità, ci imbattiamo ogni volta con un nostro caos interiore.

Tento di descrivere cosa accade nel mio “combattimento”. Nel mentre il caos emerge si può ancora scegliere, ed il volere in questo caso ha un suo ruolo: mollare il tentativo di controllo razionale, la rigidità corporea e, più sotto, quella psichica, per partecipare all’azione, nel tentativo di ricercare un nuovo ordine nel caos. Le emozioni emergono con forza, chiedono uno sguardo interno, un ascolto, uno spazio di riconoscimento personale. Paura, rabbia, odio, gioia, tenerezza, passione. La visione ristretta del mondo e degli altri, se si è accolto il trambusto e ritrovato un orientamento, si amplia leggermente, fa spazio a nuove immagini e finalmente si vede l’altro per come è, li dove è,  realtà alla quale spesso non riusciamo a dar credito fino in fondo, ciechi e incantati dalle nostre credenze, abitudini, visioni egocentriche.

Intensità si coltiva. È un dato di realtà che ho imparato a rispettare. A volte se è troppa può bruciare, non è utile. Va modulata. Inoltre, riconosco che il desiderio di avere legami va insieme con il timore di non riuscire a slegarsi. Ecco perché la ricerca d’intensità va insieme con “flessibilità”, altro principio fondamentale:

“Flessibilità è la possibilità di scegliere tra parti diverse di sé e della relazione, e variare il loro rapporto nel tempo, potendo scegliere di appartenere e separarsi. Ogni volta che scelgo, scelgo di appartenere ad una cosa e naturalmente devo perderne un’altra. Sapersi identificare non basta, è necessario saper abbandonare un’identificazione per passare ad un’altra in un movimento continuo che lega le immagini dell’altro alla propria, introducendo nuove angolature e possibilità di rapporto”.[2]

Senza la partecipazione del corpo alla comprensione potrei facilmente cadere trappola dell’illusione di capire. La fiacchezza, la resistenza psichica ed emotiva, la noia o il non sentire alcunché, sono alcune forme di anestesia emotiva cui facilmente si ricorre nei momenti critici come vie di fuga dal contatto. Esse sono interessanti chiavi di lettura della propria reale disponibilità a stare in piena presenza. Riconosco che il conflitto è in me. Il contesto di ricerca e di pratica, chiamato dojo in giapponese, è il luogo per vederlo e rappresentarlo con altri, mossi dal volere, non illusi che l’armonia abiti già in noi, o sia una conquista definitiva.

Osservare con neutralità quanto ci accade, quando molliamo l’intensità, interrompiamo il legame in noi e con l’altro, quando ci assentiamo, ha a che fare con una presenza piena, un abitare in noi nel presente e interi: corpo, mente, emozioni. Questa capacità di osservazione non è spontanea ma può essere coltivata. Se quest’esperienza, il trovare casa in sé, è qualcosa cui ognuno può aspirare, la cosa si fa ancora più importante per chi si dispone a voler essere di aiuto ad altri e diventa un principio cui tendere responsabilmente.

Se la disponibilità ad essere presenti fisicamente non sempre s’accompagna con la stessa qualità di presenza, sicuramente ci viene in aiuto la pratica della meditazione. La presenza evocata, in tal senso diviene la capacità di osservare e accogliere quello che c’è’, non quello che vorremmo ci fosse o pensiamo dovrebbe esserci.

L’ascolto interno è il primo passo.

Questa disposizione è la condizione per sostenere un contatto costante con l’altro, reale, intenzionato. La mia intensità di presenza evoca quella dell’altro. Nel linguaggio corporeo del combattimento questo significa “permanere nel contatto con l’altro, senza perdere se stessi; permanere nel contatto con se stessi senza perdere l’altro: è pura presenza”.[3] Permette di vedere come, nel caso del kendo, una forma codificata (più estesamente quindi un concetto, una teoria, un’immagine chiara e strutturata) possa venire usata come fuga oppure come possibilità di esplorazione e contatto con l’altro. Dall’osservazione di sé si può guardare all’altro, nel tentativo di aiutarlo a rimanere nella relazione, a sostenere maggiore intensità. In questo credo stia il buon uso di uno strumento tecnico nella relazione formativa e di sostegno. È educativo il contesto che permette di sperimentare, e quindi rendere consapevole, il personale livello di presenza nella relazione, la sua qualità e il suo limite. La lettura dell’esperienza corporea permette la verifica della propria capacità d’intensità.

Il secondo passo è la sospensione dell’azione.

L’intensità, che può emergere come emozione (fastidio, avversione, desiderio, noia, attrazione, rabbia, paura…), può non essere tollerata e venire rifuggita. Uno dei segnali è la perdita di contatto con il proprio corpo. Ma nessuna esperienza significativa è possibile se non include l’emozione emergente, se taglia via il corpo e il suo sentire. La fuga dalla realtà è in atto. Il disagio assume una definizione d’impotenza, nelle forme più varie: incomprensione delle intenzioni dell’altro, giudizio, sentimento d’incapacità di intervenire nella relazione, senso d’inadeguatezza, perdita di significati e di nessi. L’azione compulsiva agirebbe nell’intento di placare, zittire, allontanare questo disagio, confermare la propria rigida e rassicurante idea di sé, del proprio ruolo o funzione, tornare ad un equilibrio precedente. La sospensione dell’azione è necessaria perché l’agire diventi “entrare nel rapporto, non negarlo”. [4]

Abbiamo imparato con disciplina a curare gli strumenti della nostra pratica, ma dichiara a tale proposito Ricci:

“Il primo strumento in una relazione d’aiuto siamo noi stessi pertanto è importante chiedersi: quando perdo il contatto con me stesso e con la verità del mio corpo? Come ristabilisco quindi questa  dialettica d’equilibrio per mantenere alta l’intensità e non interrompere il legame? Sono domande necessarie per evitare che la relazione si traduca in un’azione meccanica, che quindi nega l’altro e se stessi, azione che può essere inefficace o, peggio ancora,  dannosa per l’altro. L’emozione è un fatto prima di tutto corporeo, è il nesso con l’altro che riconosco in me. Perciò è necessario mantenere un’azione costante su di me, azione che evochi presenza e ricerca di equilibrio personale e intersoggettivo, che vigili su ciò che accade al mio interno nell’interazione con l’altro e al contempo sgomberi il campo da un eccessivo senso d’importanza personale”.

Sospendere l’azione, parafrasando quanto dice Menghi, significa tollerare in prima persona l’ansia di definizione e accettare di non capire insieme all’altro, anche se la mia funzione è terapeutica o più ampiamente formativa o da aiuto,

“[…] per ricercare una risposta personale da quel processo di riconoscimento delle proprie emozioni che abbiamo descritto. Solo dal silenzio e dal vuoto che nasce dentro di sé quando si sospende la fretta di agire e si accetta di ascoltare può nascere un contatto più profondo e più pertinente con se stesso e con l’altro. […] significa essere consapevoli che teorie e tecniche relazionali sono solo strutture di contenimento dell’ansia e della confusione che accompagna la messa in discussione delle vecchie certezze. L’obiettivo non è la sostituzione di una definizione ad un’altra […] ma l’acquisizione, attraverso l’esperienza, della capacità di utilizzarla come metodologia per entrare in maggior contatto con se stesso e con l’altro”. [5]

Sostare nel vuoto e nel silenzio.

Come può tutto questo sostenere un reale personale desiderio di ricerca? Forse non fuggendo da se stessi, e nemmeno fuggendo il mondo e la sua complessità, bensì accettandolo ed entrandoci totalmente, sentendoci a casa nostra, assumendo pienamente la responsabilità a cui siamo chiamati ogni volta che entriamo in una relazione. L’esigenza d’avere una casa, un luogo a cui tornare, nel significato di home degli inglesi, è un sentimento mutevole che a volte si fa più vivo, più forte, più dolce, più amaro.

Casa è un luogo fisico e metaforico insieme, che si coniuga con l’abitare sé e il mondo.

C’è una poesia di Menghi, a me cara, “Il vuoto è la tua casa”, che credo riesca a racchiudere molto di quanto detto fin qui. In un suo passaggio recita:

“[…] la morte è appena passata ma ti ha lasciato vivo; […] E in quell’attimo vuoto pieno di morte e di vita hai saputo, e dentro quell’attimo vuoto pieno di morte e di vita hai preso rifugio per sempre”. [6]

Pablo Picasso - Bathers with a Toy Boat


[1] P. Menghi, K. Giacometti, Terapia, formazione, supervisione: coerenza di un modello, pg. 149.

[2] Ibidem, pg. 151.

[3] A. Ricci, da appunti di studio.

[4] P. Menghi, K. Giacometti, Terapia, formazione, supervisione: coerenza di un modello, pg. 152.

[5] Ibidem, pg. 152.

[6] P. Menghi, Il Filo del Sé, pag. 37.

(*)
Federica Angriman, psicologa clinico-dinamica, è responsabile del coordinamento didattico e membro dell’equipe del Centro Studi Educativi e Pedagogici Periagogè.

(**)

Antonio Ricci, psicopedagogista, presidente e fondatore del Centro Studi Educativi e Pedagogici Periagogè.