Il viaggio

Dal 27 aprile al 5 maggio il Centro Studi Educativi e Pedagogici Periagogè ha organizzato un trekking, “Passi nel Silenzio”, sul massiccio del M’Goun nell’Alto Atlante del Marocco (a cura di Antonio Ricci). In preparazione di questo contesto, un articolo sul viaggio e sullo yatra di Valeria Grifasi, responsabile dei corsi in viaggio della nostra scuola.

Il Viaggio.
di Valeria Grifasi *

Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma.
Bruce Chatwin

 Da sempre il viaggio è nella vita dell’uomo un momento fondante per la propria evoluzione. Via, sentiero, cammino, pellegrinaggio.. il simbolo del viaggio attraversa tempi, culture, spazi, sino a raggiungere il nostro presente. Viaggiare significa predisporsi alla scoperta di qualcosa di nuovo fino ad allora sconosciuto, significa rendersi disponibile all’incontro con luoghi e con persone, significa ampliare il proprio mondo. Che si viaggi per piacere, per studio, per lavoro, per formazione, per fuga dalla quotidianità, per irrequietezza, per fame di conoscenza o per qualche motivo oscuro al momento della partenza,  la bellezza di ogni viaggio è racchiusa nell’unicità che quel viaggio riserva ad ognuno. Unico e irripetibile, e se anche si ritorna nello stesso luogo, sarà un altro viaggio, saranno altre emozioni, altri incontri, altre scoperte, altre esperienze. E ogni volta si torna più ricchi, se si ha la volontà e la sensibilità di vedere davvero, di cercare la ricchezza più grande che un uomo può desiderare: la conoscenza di sé.

Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone.
John Steinbeck

Viaggiare quindi significa esplorare spazi esterni e spazi interni e, attraverso il viaggio, quegli spazi interni che ci appartengono prendono forma, escono alla luce, ci aiutano a dire addio a qualcosa e benvenuto a qualcos’altro.
Il viaggio ci aiuta ad imparare a vivere.

La vita è un grande viaggio durante il quale si possono compiere
un certo numero di piccoli 
viaggi per imparare a vivere.
Noi chiamiamo questi viaggi Yatra.
Yatra è l’occasione per rompere i condizionamenti che impediscono
alle potenzialità 
individuali di manifestarsi.
Il fatto che si tratti di “un viaggio” in luoghi diversi dalla routine quotidiana
e per un tempo limitato, 
rende accessibile l’esperimento.
Ogni Yatra è un’occasione unica per imparare a vivere.
Ma cosa significa imparare a vivere?
In primo luogo significa mettere attenzione a tutto ciò che succede.
In secondo luogo significa imparare a contribuire volontariamente a ciò che succede.
Il terzo passo consiste nel direzionare questa partecipazione creativa alla volta dell’evoluzione.
Uno Yatra deve durare poco, finché non si sviluppa la capacità di sostenere un elevato livello
di attenzione in contesti ad alta intensità.
Quando questa capacità diviene stabile tutta la vita diviene uno Yatra.

Paolo Menghi

Nella nostra scuola lo yatra è dunque uno strumento importante nel processo evolutivo di una persona.
Tra pochi giorni un gruppo, sotto la guida di Antonio Ricci, partirà alla volta delle montagne dell’Alto Atlante del Marocco.

Non è mai semplice prendere la decisione di intraprendere uno yatra, ci si misura ogni volta con molti impedimenti, resistenze e paure, tutti sempre molto validi ai nostri occhi. Scegliere di intraprendere il viaggio è già yatra perché in quella scelta si manifesta un bisogno, un desiderio, una volontà di imparare a relazionarci con la diversità e di esplorare ciò che abitualmente, chiusi nella nostra routine quotidiana, non ci concediamo di fare.

Anche la preparazione alla partenza è già yatra.  Predisporsi all’ascolto, puntare l’attenzione a ciò che davvero desideriamo esplorare con il tentativo di ricercare verità nei nostri pensieri e nelle nostre azioni. Riconoscere il percorso compiuto negli ultimi tempi. Prepararsi alla convivenza con i nostri compagni di viaggio che come noi coltivano sogni e speranze e che come noi desiderano scambiare una parola  vera. Allenarsi fisicamente per affrontare il viaggio nella migliore condizione fisica per sostenere anche i momenti di fatica. Preparare lo zaino con cura, scegliendo ogni cosa con attenzione, immaginando che ogni cosa scelta dovrà essere utile e non un peso. Tutto questo è yatra.

Da quattro anni mi occupo di organizzare gli yatra. E’ indubbio che il mio lavoro di organizzatrice fa parte del viaggio: pensare con cura ad ogni passaggio, studiare attentamente il percorso pensando ad ognuno dei miei compagni di viaggio, tentare di prevedere ogni cosa pensando che ci possa sempre essere un’alternativa valida, mantenere il mio livello di attenzione alto.  Il mio viaggio inizia molti mesi prima di quello degli altri. Ma la mia esperienza di vita (di mestiere sono un’organizzatrice di eventi culturali) mi insegna che l’organizzazione è sempre una proiezione, una riproduzione di sé, un’affermazione di sé, un muoversi in una dimensione conosciuta e codificabile che rimarrebbe identica a se stessa se non ci fosse spazio per predisporsi all’incontro che, per sua natura, non può essere prevedibile né progettabile ma solo desiderato. Che sia l’incontro con il mio passato, o con il mio futuro, o con frammenti di me riflessi negli occhi dell’altro, ciò che auspico è di incontrare un momento di verità in cui passato e futuro generino il presente.

Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.
Marco entra in una città; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi; al posto di quell’uomo ora avrebbe potuto esserci lui se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima, oppure se tanto tempo prima a un crocevia invece di prendere una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell’uomo in quella piazza. Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un’altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.
Viaggi per rivivere il tuo passato? era a questo punto la domanda del Kan, che poteva anche essere formulata così: Viaggi per ritrovare il tuo futuro?

Italo Calvino – Le città invisibili.

(*)
Valeria Grifasi, responsabile organizzativa della Fondazione Romaeuropa e direttore del Teatro Palladium di Roma, è insegnante di propedeutica Normodinamica e consulente A.R.A. del Centro Studi Educativi e Pedagogici Periagogè.