Il peso delle parole

di Antonio Ricci

Da qualche anno, all’avvicinarsi del Natale, invito alcuni dei miei studenti più vicini e amici più cari, figli inclusi, a trascorrere qualche giorno insieme, che sia in un eremo o in un agriturismo, per condividere in semplicità momenti di raccoglimento, riflessione e amicizia. Ci scambiamo doni, mangiamo assieme, cantiamo, passeggiamo per i boschi, ci alziamo all’alba per un tempo di meditazione e raccoglimento, ci riuniamo attorno ad un camino acceso per riflettere sul pensiero dei nostri autori preferiti, per fare le nostre connessioni con la vita quotidiana e raccontare qualcosa di noi.

Sono giorni nei quali non seguiamo un programma predefinito, piuttosto lasciamo che il tempo trascorra tranquillamente. I programmi, le tecniche, i corsi, le lezioni, sono certamente utili, formano, puliscono e rafforzano, fanno riflettere, pongono confini, definiscono tracciati, insegnano tecnologie e sostengono un senso, ma poi bisogna saperli “dimenticare” e accingersi ad uscire dai confini protettivi di ciò che è strutturato, senza però perdere ogni cosa. Bisogna saper mantenere lo stesso rispetto e la stessa intensità di scambio e d’ascolto, per consentire che emerga una preziosa possibilità: che ognuno vigili se stesso e si prodighi per generare quello spazio d’intimità e di rispetto che dice di volere. L’obiettivo rimane uno: incontrare l’altro nella sua autenticità, per come è, lì dove è.

Questo è il mio modo di prepararmi al Natale.

Penso al senso del dono: l’incontro lo realizza pienamente perché nella sua gratuità è sia qualcosa che si riceve, sia un donarsi.

In questi nostri ritiri, ho visto ogni volta arrivare ognuno a mani piene, mani colme di regali di ogni tipo, i migliori: da gesti di sollecitudine e d’ascolto, allo scambio di piccoli oggetti, sempre sobri e scelti appositamente l’uno per l’altro. Nel vedere accadere tutto ciò, mi torna in mente una frase di Romano Guardini: “Chi rimane in se stesso ed accetta come valido solo ciò che gli appare immediatamente evidente, perde la realtà essenziale. Se invece vuole giungere alla verità e nella verità al suo vero se stesso, allora deve donarsi”.[1]

È un bel modo di prepararsi al Natale, il cui senso sta per me nel diritto a rinascere ogni giorno e nella potenza eversiva della gratuità del donoSono forze che garantiscono la continuità, la trasformazione e la speranza. Afferma Mounier che la verità delle persone si rivela con maggiore probabilità in quell’ambiente dove può circolare sincero affetto e riconoscimento, premesse per ogni capacità d’amare.[2] È un’esperienza che conosco e qualcosa che perseguo.

Non  è semplice parlare d’amore, penso che sia qualcosa di molto riservato, che abbia bisogno di tutela e discrezione, eppure mi è difficile dimenticare l’uso disinvolto che è stato fatto, nel corso degli ultimi anni, di questa parola da alcuni leader politici. Non troppo tempo fa potevamo leggere su molti giornali la frase: “l’amore vince sull’odio”. Sicuramente un titolo insolito per delle testate giornalistiche, ma ancora più insolito se si pensa che quella frase era stata pronunciata con forza, molte volte e pubblicamente, da un leader politico e non dal Papa o dal Dalai Lama. Era stato infranto un confine che speravo, ingenuamente, continuasse ad essere rispettato, era cominciato un abuso che sapevo sarebbe finito nel solito calderone dell’indifferenza, dove oramai chiunque può dire qualunque cosa e il suo contrario, senza mai considerarne le conseguenze e senza mai fermarsi a riflettere sul peso e sul senso di quanto va affermando. A lungo andare, mi sono detto,  nessuno avrà più voglia di fermarsi ad ascoltare davvero ciò che l’altro dichiara, non sentendo più il diritto a far domande per comprendere, non sentendosi considerato e riconosciuto come interlocutore. La parola si svuota di ogni valore, così come chi la pronuncia, conferendo a chi ascolta l’unica funzione di cassa di risonanza instupidita e “cosa” da manipolare per raggiungere propri scopi, mai esplicitamente dichiarati. Effetto generale: nessuno è più credibile, la parola si svilisce e con essa si sfalda la fiducia nell’altro e nel dialogo. Un vero disastro.

Tornando alla frase in questione, non sono interessato a capire se chi l’ha detta fosse convinto o meno della sua verità, se intendesse perseguirla realmente o farne un uso improprio a nutrimento di una poco credibile immagine cristica, m’importa piuttosto indagare di quale amore e di quale odio si volesse parlare. È un’affermazione in ogni caso seria, densa di significati che parla di relazione, di vittoria e sconfitta, di obiettivi e sentimenti, voglio perciò prenderla sul serio e provare a vederne le reali implicazioni.

Partiamo dai fatti: questa frase, con tutti i discorsi conseguenti, venne pronunciata dopo un episodio di violenza irrazionale, dove uno psicotico si fece giustiziere confuso di cause improbabili con esiti orrendi; dove uomini di governo passavano dal martello al crocifisso con l’agilità di giocolieri, spesso confondendone l’uso e il senso; dove troppe persone si ersero a difensori della moralità e della giustizia, pretendendo in cambio, paradossalmente, un’immunità giuridica ed un esonero dalla logica discorsiva e dalla coerenza etica; dove la frustrazione e la meschinità di gente della strada, apparentemente educata, mite e rispettosa, trovò poi sadica soddisfazione nel vedere il volto ferito e insanguinato di un vecchio.

Ritengo ci sia un rapporto profondo e forte tra ciò che è vero e ciò che amo, ma se “l’amore vince sull’odio”, nella mia esperienza, continuo a verificare che la verità non si afferma per sua natura e non vince automaticamente sulla menzogna. Ricordo spesso a me stesso che non c’è alcun rapporto tra ciò che ritengo “verità” e la sua automatica affermazione nel reale. Il rischio è l’esaltazione o l’inazione. Quindi so quanto sia necessario impegnarsi per realizzare ciò che si vuole in base a ciò che si crede, rischiando vittoria e fallimento nell’azione: la coscienza ha bisogno di un corpo per manifestarsi, il corpo ha bisogno di una coscienza per agire. Torno alla lezione di Mounier: se l’azione avrà la sua misura e il suo fine nell’autenticità, diverrà importante sia come faccio ciò che voglio, sia ciò che divento facendolo, mentre, se al suo opposto avrà la sua misura unicamente nell’efficacia, riterrò ogni mezzo che riesca buono e buono tutto ciò che riesce: quest’ultima equazione, applicabile alle cose, diventa pericolosa quando la si applica al rapporto tra persone. “Etica e tecnica – continua ad affermare Mounier –  sono due poli inseparabili e cooperanti della presenza e della operazione in un essere che non fa se non in proporzione a ciò che è, e non è se non facendo”, a ribadire l’assoluta prevalenza della persona su ogni fine esterno ad essa ed avvilente la sua stessa natura. Afferma inoltre che “la maggior chance di verità è là, dov’è la maggior possibilità di amore”. [3]

Ma da dove passa questa via verso l’amore?

Alla frase “L’amore vince sull’odio”, vorrei quindi aggiungere: “con i mezzi dell’amore, che hanno la loro misura nell’autenticità; nei luoghi e con le persone che lo ricercano e nel rispetto della persona, di ogni persona”.

Con un po’ di smarrimento, vedo attorno umanità troppo disattente all’altro, vedo un incremento esponenziale di cinismo, paura, crudeltà, rabbia, insoddisfazione, sofferenza. Spettacolo desolante e a volte triste. Che fare? Parto da me: posso occuparmi di coltivare la mia umanità e tentare di sostenere quella delle persone a me più vicine. Compito difficile, quotidiano, spesso fallimentare, incerto ma di sicura applicazione. Non conosco altra strada se non quella di tentare d’incarnare ciò in cui si crede, fallire e ritentare. Paolo Menghi associa la sofferenza psichica ed esistenziale all’inconsapevolezza, e per questo motivo afferma che la possibilità data ad ogni essere umano sia quella di partecipare consapevolmente alla propria evoluzione. Distingue bene però la sofferenza insita nel vivere, insopprimibile, e quella generata dalla fuga da se stessi e dalla responsabilità.  Nella vita, dichiara, si può stare in due modi: a occhi aperti o a occhi chiusi.

Stare a occhi aperti significa sviluppare coscienza di sé.

Il compito principale di ogni educatore e terapeuta, e aggiungerei di ogni genitore, è quello di contribuire a fornire alla persona un’adeguata coscienza di se stessa. Prerequisito necessario è che abbia nella persona il suo riferimento principale e che la sua coscienza sia già adeguatamente aperta.

Per questo motivo c’è bisogno quindi di un’azione educativa intenzionata.

Guardini pedagogo parlava di tre diversi ambiti nei quali si applica l’azione educativa: sviluppo, inserimento e incontro. Nei primi due ogni azione è programmabile, anzi lo deve essere, c’è bisogno di competenza tecnica, conoscenza culturale, obiettivi e strumenti. C’è bisogno di sviluppo fisico, intellettivo, conoscitivo nonché di un inserimento sociale, culturale, lavorativo.

Ma l’incontro che cos’è e dove si colloca?

Sentiamo cos’ha ancora da dirci Guardini: Sviluppo significa che quanto è naturalmente dotato di potenzialità intrinseche si attua a partire da un’intima sorgente vitale […] Inserimento significa che l’iniziativa individuale viene introdotta ed inscritta nell’ambiente dato, e al tempo stesso però guadagna vera sicurezza e padronanza di sé come tale. Per incontro intendiamo qualcosa d’altro. In esso, il singolo s’imbatte in uomini, cose, avvenimenti, che non si rapportano affatto a lui secondo coordinate in qualche modo già fisse e prestabilite, bensì gli vengono incontro dallo spazio aperto dell’esistenza”. [4] Quindi l’incontro si attua nella sfera della libertà e rientra nel regime della non prevedibilità dove non c’è nulla di preassegnato. Ciascun uomo ha radici nella sua personale unicità, è persona e in quanto tale è libero, quindi, afferma ancora Guardini: “Proprio per questo la sua azione gli appartiene, e nel suo fare egli appartiene a se stesso. Proprio per questo è però responsabile delle sue azioni e per tutto quanto viene all’essere per loro tramite. In ciò egli non può essere né sostituito né ‘rappresentato’, né soppiantato dal proprio agire da altri”.[5]

Alla luce di ciò, alla frase “l’amore vince sull’odio”, possiamo infine aggiungere: “a cominciare da me, dalla mia incapacità d’amare e dall’odio del quale sono anche io portatore; per rendere l’altro libero nella sua suprema dignità, nella volontà d’incontro e nella sfera della libertà della persona; con i mezzi dell’amore, che hanno la loro misura nell’autenticità; nei luoghi e con le persone che lo ricercano e nel rispetto della persona, di ogni persona”.

Mi rendo conto che, a questo punto, la cosa si complica e da slogan politico pubblicitario ad effetto clava, deresponsabilizzante e decerebrante, diventa un difficile progetto di vita, più affine ad un monaco, ad un medico, ad un educatore che ad un imprenditore o ad un politico, anche se mi piacerebbe fosse materia a loro più cara. Mi rendo conto che forse non c’era nulla di tutto ciò nelle intenzioni di chi è andato affermando vittorie amorose sull’odio. Ma se anche fosse stato scritto o detto rimane un ultimo elemento di verifica: il tentativo di coerenza tra parole e azioni. La coerenza è un principio di alto valore, scomodo e semplice, così come il rispetto della parola, data e ricevuta. Assistere al costante abuso della parola, del pensiero e di principi alti quanto fondanti, è avvilente oltre che pericoloso, perché abitua a non usare il pensiero, al capovolgimento di ogni senso e all’uso perverso di forze che sarebbe bene non scomodare per fini palesemente narcisistici, egomaniaci, di potere personale, politico ed economico.

Spero che l’amore possa davvero vincere sull’odio, spero che sia un problema serio, reale e continuativo per molti, senza ingenuità. Spero davvero che possa essere un “programma” perseguito da molti con la serietà e l’implicazione personale che necessita. Provo imbarazzo di fronte alla volgarità e alla leggerezza con la quale oramai si trattano anche le cose più preziose, perciò spero che ci siano sempre più persone pronte ad opporsi a questa impressionante deriva di  superficialità, e quindi disponibili a combattere affinché non si continui a fare scempio di ogni cosa, in un egoismo vile e sfrenato. Preferisco da tempo chi pesa le proprie parole; chi ama pensare e riflettere prima d’agire; chi ama agire in coerenza con le proprie comprensioni e convinzioni; chi non si accontenta di frasi fatte e rassicurazioni a buon mercato; chi persegue strade difficili con coraggio e non ha paura della solitudine; chi rispetta gli altri e preferisce che gli venga fatta un’ingiustizia piuttosto che farla; chi ha il coraggio delle proprie azioni; chi riconosce i propri errori, vuole pagare per essi ed è pronto a riparare i danni che provoca; chi soffre della propria mancanza d’autenticità e perciò continua a perseguirla; chi soffre della propria incapacità d’amare e nonostante ciò ci prova sempre.

Anche quest’anno ci siamo dati appuntamento in un bellissimo agriturismo nella campagna umbra e come ogni anno ci lasceremo con un arrivederci all’anno successivo, ben coscienti che la volontà di esserci non basterà ma che quello è il punto di partenza necessario. Poi, nel silenzio, come ogni anno, ognuno formulerà un proprio “io voglio…”: è una promessa fatta a se stessi, senza altri testimoni, che chiede azione e riflessione, coerenza e responsabilità, che coniuga l’esigenza di compimento del proprio essere con quella dell’incontro con l’altro.

Il donarsi risiede nella consapevolezza che per ogni “io voglio” pronunciato ci sia un silenzioso “sia fatta la Tua volontà” a sostenerlo.

Ogni promessa fatta a se stessi con questo spirito, sono convinto possa aprire ad una speranza per molti.

Buon Natale

Caravaggio - Adoration Of The Shepherds


[1] Cfr. R. Guardini, La persona, Morcelliana.

[2] Cfr. E. Mounier, Il Personalismo, ed. AVE.

[3] Ibidem

[4] Cfr. R. Guardini, La coscienza, Morcelliana.

[5] Ibidem