Habitare secum

di Antonio Ricci

C’è un alto che è frutto di una caduta, di una passione, di una rinuncia volontaria. Non è il podio del vincitore, non è l’apice della piramide sociale, non è un conto in banca, non è una posizione di potere. È la cima della montagna, l’abisso più fondo, la cella del monaco, la croce già vuota, il sepolcro ancora chiuso, il cielo di notte e all’alba nel deserto. Un alto nel quale il respiro si fa affannoso, l’aria rarefatta, il buio denso e doloroso, la luce accecante, la solitudine indescrivibile, l’assenza disperante, l’attesa sacra, la nostalgia dolce e lo sguardo infinito.[1]

 Il prossimo anno compio 50 anni.

A dire di molti voci illustri, sembra sia questo il tempo nel quale si dovrebbe rendere più profonda e matura la propria riflessione attorno alla morte. Ma tale pensiero emerge comunque, che ci si soffermi o meno, che lo si accolga o lo si rifiuti, che sia volutamente cercato o casualmente incontrato; spinge dal basso e s’impone con tutto il suo corollario d’immagini e stati d’animo. Piuttosto ci si accorge che è sempre stato lì, un pungolo costante che da sempre condiziona tutto il nostro quotidiano.

Che farne quindi?

Quest’estate ho camminato assieme a mia moglie, le mie figlie e a cari amici, dentro le trincee della prima guerra mondiale, sui monti del massiccio della Marmolada. Eravamo molto in alto, quasi a tremila metri, su creste, strapiombi, rocce ripide e taglienti, vie sulle quali la vita difficilmente attecchisce, dove nei tratti più esposti bisogna assicurarsi con cordini e moschettoni a cavi d’acciaio, dove ogni passo deve essere scelto con cura per non precipitare nei dirupi sottostanti, dove basta che una nuvola oscuri il sole perché ogni cosa appaia meno accogliente e la roccia diventi gelida come l’aria, mostrando il suo colore grigio. Tutto su quei monti può diventare ostile e respingente nell’arco di pochi istanti. Proprio su quelle cime, per anni, migliaia di ragazzi di vent’anni al massimo, (adolescenti ancora immaturi avremmo detto oggi), si sono uccisi senza un vero perché; hanno abitato quei luoghi impossibili in un’intimità forzata, parlando dialetti incomprensibili, stretti da un patto di solidarietà e sopravvivenza stipulato per loro da qualcun altro; hanno fugato fantasmi, realizzato incubi, masticato bestemmie e preghiere, costruito gallerie, baracche e postazioni di fuoco, scritto lettere a madri e fidanzate e ucciso ragazzi come loro per non essere uccisi a loro volta. Qualcuno, finita la guerra, è tornato a casa portandosi dietro ricordi inenarrabili, mutilazioni fisiche, traumi psichici e il dolore per la troppa morte vista e data, ben al di là di ogni senso, della retorica della guerra giusta o dell’eroe per la patria. Erano i nostri bisnonni. Un uomo incontrato lungo il sentiero ci ha raccontato che quello era stato uno dei più sanguinosi luoghi di guerra e finché era bambino si potevano ancora vedere le scarpe dei soldati morti accatastate in mucchi marcescenti. Tale visione doveva averlo impressionato a tal punto che aveva creato, poco più in alto, un museo della memoria dentro una postazione di mitragliera scavata nella roccia, dove esponeva foto di quei luoghi e di quella guerra, contro ogni guerra: immagini di morti, mutilazioni, dolore e solitudine. Su quelle montagne ho capito che si può dimenticare troppo facilmente che il prezzo della nostra pace di oggi lo ha pagato qualcun altro a carissimo prezzo.

Ora, su quelle montagne, la morte non si vede più, piuttosto si è attratti dall’ampio panorama, dai fischi delle marmotte, dal silenzio e dall’aria rarefatta e pungente. Dopo qualche ora di cammino poi si torna a valle, si mangia uno strudel e via a casa a riposare. Per fortuna. Eppure la mia notte non è stata serena e qualcosa da quel silenzio è filtrato. Per fortuna. In montagna sono abituato a salire in alto, a camminare da solo o ad accompagnare altri, a contare i passi e il respiro, a misurare la roccia e a dosare le emozioni sulle pareti, eppure quel giorno sono rimasto incerto e con il fiato in gola tutto il tempo, come se fossi uno spettatore inopportuno e cialtrone che violava con il suo sguardo da estraneo ignorante, un luogo di sacrificio e sofferenza. Per fortuna. Lungo l’alta via ho assistito mia figlia più piccola per tutto il tempo, attento ad ogni suo passo e manovra, cosciente del pericolo e pronto ad insegnarle la medesima attenzione per la sua autonomia. Il mio pensiero era inoltre su mia figlia grande, già più sicura ed esperta, ma ancora non abbastanza per lasciarla del tutto sola. I miei passi come fossero i loro. La mia sicurezza per la loro sicurezza. La mia serenità per la loro quiete. La mia vita per loro. Rischi calcolati e massima sicurezza. Le proteggevo e le accompagnavo ma il limite di tutto ciò stava nella libertà che volevo trasmettere loro, perciò dovevo lasciarle andare. Che si affidassero quindi al loro corpo, alle loro mani e ai loro piedi, alle loro scelte. Questo era il mio cimento, questa era la mia paura: mollare la presa e lasciare il posto che occupavo, dopo aver fatto tutto ciò che era in mio potere, perché potessero prenderlo a loro volta e procedere insieme oltre. Ancora una volta per fortuna ma anche per mia scelta.

Da un editoriale di Enzo Bianchi su Repubblica leggo: “… è preferibile esercitarsi all’arte del lasciare la presa, continuando a ritenere cara la vita, ad amarla, mentre la si lascia nelle mani di altri”. Per chi lo comprende davvero, in queste parole non c’è nulla di astratto, si riferiscono ad azioni concrete, atti d’amore nei confronti degli altri, sia di coloro che ci stanno accanto sia di chi sta all’estrema periferia della nostra vita.

Lasciar andare è un atto d’amore quindi una scelta. Accogliere non è il suo contrario, così come l’indifferenza non è un suo sinonimo. Amare la vita significa quindi anche schierarsi, porsi nettamente dalla sua parte, contro ciò che la nega, la svilisce, la sporca, la distrugge. Perché allora è così difficile farlo?

Forse perché richiede impegno, capacità di rinuncia e l’accettazione dei limiti, perché è faticoso e non risponde in maniera diretta e rapida al proprio piacere. Forse perché ci rimanda con forza alla nostra condizione esistenziale più difficile: la solitudine di ogni scelta fatta in piena coscienza che può essere non compresa o peggio ancora motivo di persecuzione e ostilità. Ma chi è in grado di sostenere maggiore solitudine credo sia anche capace di riflettere più in profondità e di riuscire così ad operare libere scelte, senza lasciarsi condizionare dall’opinione della massa.

Solitudine e libertà di scelta, responsabilità e libertà interiore, solitudine e relazione. Questi tre binomi hanno qualcosa in comune: l’accettazione dell’incerto e la rinuncia ad ogni garanzia. Questa è dignità. Charles Peguy scrive: “Il mondo moderno è riuscito a svilire la cosa che forse è più difficile da svilire in assoluto, perché ha in sé una specie particolare di dignità: la morte”. A partire da quest’affermazione Enzo Bianchi prosegue: […] nelle società occidentali la morte appare rimossa e, al contempo, spudoratamente esibita; resa oscena, cioè scacciata dalla scena dei vivi, estraniata dal mondo delle relazioni sociali, e spettacolarizzata […]. Un società narcisistica cerca di rimuovere la memoria dei limiti, e anzitutto quell’evento  la morte, che ha il potere di annichilire tutti i deliri d’onnipotenza dell’uomo”.[2]  Un’anestesia collettiva che ha il prezzo della mediocrità e della banalità, della disumanizzazione della cultura e della società. Un perdita di dignità disastrosa che produce uno spettacolo laido, violento e penoso, purtroppo molto attuale. Fortunato quindi chi non riesce ad essere attratto dalle soluzioni facili che deve e vuole fare i conti con quel pungolo.

Ogni età deve confrontarsi con i limiti che essa impone e trovare le sue soluzioni ma con il tempo che avanza il limite corporeo s’impone con maggiore intensità. È il momento in cui può crescere meglio quella forza propria della maturità: la capacità di accettare i limiti. A chi vi riesce può svelarsi una speciale verità: l’ampliamento della sfera della libertà interiore. Così con l’avanzare del tempo due diverse bellezze s’incontrano e si mescolano, il visibile corporeo con l’invisibile interiore. Un bellissimo e tenero incontro, fatto di resa e accoglienza, senso di realtà e forza di cambiamento. Le forze corporee si arrendono alla profondità spirituale e l’una serve l’altra. Ma ciò non accade in virtù dello sviluppo biologico, richiede piuttosto una scelta, un impegno, uno sguardo e un tempo dedicati in quanto compito da risolvere che la vita impone. La libertà di scegliere e la volontà di resa devono trovare un loro giusto rapporto tra il possibile  e l’inevitabile. Capacità di solitudine, accettazione dei limiti e saper lasciar andare, sono tre traguardi auspicabili che parlano di una sana amicizia con la morte, di una lotta speciale mai interrotta contro la tentazione di fuggire l’angoscia che essa porta con sé, attraverso strade fin troppo facili ma spesso obsolete, distruttive e fallimentari. Ben venga ogni fallimento se serve a risvegliare la coscienza, nella speranza però che il danno fatto non sia irreparabile.

 Da ogni nostra azione dipende l’essere scagliati nella profondità della propria vita, con tutta la gioia e la pienezza che ciò comporta, o al contrario il galleggiare sulla sua superficie, nella frivolezza inaridita e avida. Da una parte si avverte un silenzio quieto, dall’altra un clamore paonazzo e concitato. Il silenzio, amico di ogni ascolto, porta con sé una speciale qualità che rivela la persona a se stessa e dona al corpo la sua più chiara eloquenza, ma bisogna giungerci preparati.

Habitare secum, abitare il proprio corpo per essere totalmente presenti, penso debba essere l’obiettivo forte di un educativo edificante. Habitare secum parla di un’umanità ritrovata nel silenzio che nulla rifiuta e così “il corpo abitato dal silenzio – afferma ancora Bianchi – diviene rivelazione della persona”.[3]

Se si vuole essere operatori di pace si deve saper affrontare la propria guerra interna per non riversarla addosso agli altri  ma perché accada credo si debba considerare, con molta serietà, il pungolo doloroso dell’angoscia di morte.

Seduto su di una sdraio nel mentre guardavo le montagne, stanco e soddisfatto al termine di tutto il sentiero percorso, un mio caro amico mi ha chiesto perché a volte non amavo stare in compagnia, gli ho risposto che le persone m’impegnano e a volte ne sono affaticato, tranne quando il parlare non serve a coprire il silenzio.

 Il prossimo anno compio cinquanta anni e mi piacerebbe esserci per festeggiarlo con le persone che amo, Inch’Allah. 

 


[1] A. Ricci, Manuale Inapplicabile, Periagogè Edizioni, 2011, pg. 116.

[2] E. Bianchi, Lessico della vita interiore, BUR, Milano, 2011, pg. 215.

[3] E. Bianchi, Lessico della vita interiore, BUR, Milano, 2011, pg. 156.