Forma e contenuto, veicoli di unicità (seconda parte)

Salvador Dalì "Trajan on Horseback"
di Valeria Grifasi e Roberto Fuso Nerini

Continuiamo la pubblicazione della tesina “Forma e contenuto, veicoli di unicità”, con la seconda parte e le conclusioni condivise dei due autori.

Seconda parte

di Roberto Fuso Nerini

Qualche tempo fa ho avuto l’occasione di visitare una mostra a Milano, dedicata ai Samurai, alla loro storia e alla loro cultura. La qualità delle opere esposte mostrava tutto il valore e l’abilità di artigiani che, nel corso dei secoli hanno fatto delle armature, delle spade e degli strumenti utilizzati dai Samurai, vere opere d’arte.Tuttavia, con il passare del tempo c’era qualcosa che non mi tornava e che mi lasciava, con un senso di incompiutezza e due sensazioni prevalenti:

  • la prima, l’eccesso di formalità e la prevalenza dell’estetica sulla funzione di oggetti esposti in un contesto assolutamente alieno ed estraneo a quello originario, il Palazzo Reale di Milano, così diverso dall’essenzialità dei paesaggi e dell’architettura giapponese dell’epoca;
  • la seconda, il vuoto per la mancanza di un corpo e di una presenza umana che potessero rendere vive e reali queste armature appartenenti a un periodo ormai pacificato e private pertanto della funzione e del senso originari di strumenti per la guerra e il combattimento.

Ho lasciato decantare queste sensazioni finché, nelle conversazioni per la preparazione di questo lavoro, Valeria Grifasi ha citato “Il Cavaliere Inesistente” di Italo Calvino.

“Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura,
cavaliere di Selimpia Citeriore e di Fez.”[1]

Un cavaliere dall’armatura tutta bianca, la più bella e la più smagliante di tutti i paladini del re Carlomagno.
Un cavaliere che alla domanda, “Com’è che non mostrate la faccia al vostro Re?” risponde: “Perché io non esisto, sire”[2], con voce profonda e lontana che proviene da un’armatura vuota, come vuote erano le armature dei Samurai di Palazzo Reale.

Nel cercare un senso per il disagio vissuto, sono allora andato a riguardare tre foto di momenti della nostra pratica esperienziale Normodinamica attraverso il Kendo, arte della scherma giapponese applicata nella nostra scuola con fini esclusivamente educativi e di formazione della persona,  in cui l’armatura è protagonista:

  • una foto tratta dal libro di Antonio Ricci “Armonizzare il conflitto”: due occhi in primo piano, ripresi attraverso il men (la protezione della testa nell’armatura del kendo). L’intensità di uno sguardo e di una presenza reale nella pratica;
  • due mie foto con indosso il men: sguardi molto diversi a distanza di tempo tra di loro.

Lo sguardo pieno di titubanza e timore del principiante nella prima; lo sguardo di chi sta trovando, faticosamente, un senso e il piacere di un’esperienza, nella più recente.
Quello che emerge in tutte le foto è l’evidenza di una presenza umana reale, contrapposta al vuoto delle armature della mostra dei Samurai e di Agilulfo.

Il contrasto tra il contenuto che tale presenza porta e la forma che la contiene.

Agli inizi della mia esperienza normodinamica, mi è capitato spesso di pensare che fosse l’armatura ad attribuire senso e significato al combattimento.
Pensando invece alle nostre povere armature, prive di qualsiasi valore estetico, a confronto con la ricchezza di quelle di Palazzo Reale, ci si rende conto di come solo la nostra presenza attribuisca ad esse senso, contenuto, significato, bellezza.
Quegli sguardi rappresentano l’anima che le rende vive e protagoniste di una relazione, senza la quale rimarrebbero oggetti inanimati.
E nei tre sguardi catturati dal fotografo ci sono tre unicità che nascono nell’istante (l’attimo di un click), in un’interazione e una reciprocità con l’oggetto ma, soprattutto, nel rapporto con un altro che non vediamo, ma di cui percepiamo, negli occhi di chi l’armatura veste, la presenza, e l’intenzione.

Nell’iniziare questo lavoro ho vissuto l’esperienza fin qui raccontata come una metafora del tema che abbiamo deciso di indagare, assieme alle tre parole chiave su cui esso si fonda:

Forma – Contenuto – Unicità

Qual è il senso della forma e delle regole della nostra pratica?

La forma può essere una scorciatoia o un comodo rifugio all’interno del quale stare o nascondersi.
In certi contesti di pratica, come i Kata, l’elemento formale tende a volte a prevalere, anche per il loro  fascino intrinseco e si tende a indugiare nella ricerca dell’esecuzione perfetta a discapito degli elementi fondamentali di relazione, presenza, contatto.
A volte, invece, la forma rappresenta una costrizione, una gabbia, che limita il nostro agire.
Pensiamo alla ripetizione quasi ossessiva dei Kata o di certi colpi fondamentali dove sembra che la libertà della nostra azione sia congelata e ingabbiata in aspetti solo apparentemente formali come il gesto o la postura.

Le domande che emergono sono:
“che cosa vuole dire una forma edificante non fine a se stessa, ma che acquista senso e significato nel momento in cui la esperisco e la rendo concreta nell’azione e nell’interazione con l’altro”?
“Che cosa dà significato a questa forma”?

Nell’esperienza con i Kendo Kata l’unico modo che, ad oggi, ho trovato per dare un senso, e un contenuto a questa forma è la ricerca di un rapporto, di una relazione, di un dialogo con l’altro in ogni istante del kata stesso.

Solo, nella relazione c’è la bellezza del kata: la capacità di entrare in contatto con l’altro, di trovare un dialogo nell’esecuzione, di apprezzare le mille piccole differenze nel praticare con un compagno piuttosto che con un altro o anche con lo stesso compagno in momenti diversi.
Questo contatto è il corpo che riempie l’armatura, è ciò che dà senso all’agire, attribuendogli una bellezza vera in una forma che, quando il contatto è “vero”, può essere splendente.
In questo credo ci sia anche il valore dell’unicità di ogni forma.
Anche nell’interazione più volte ripetuta con la stessa persona trovare il contatto unico, che appartiene solo a quell’istante.

La vera difficoltà consiste nel cercare di essere sempre pienamente dentro quell’istante.
In questo i kata rappresentano una metafora di come essere dentro le cose, dentro le relazioni e le forme che in ogni momento viviamo in una rappresentazione e una sintesi del rapporto tra forma, contenuto e unicità che sono al fondo della nostra ricerca.
Una ricerca vissuta come un percorso verso sé.

Tempo fa alla richiesta di scrivere un racconto come parte della nostra pratica, partendo dal titolo che dovevo dichiarare, avevo pensato a “L’uomo che galleggiava sopra se stesso”.
È una posizione in cui mi sono spesso trovato, non necessariamente per scelta, ma a volte a causa di un automatismo che scatta nei momenti cruciali.
L’unica strada possibile è invece quella di scendere dentro di sé, come un corpo che vuole riempire un’armatura per cercare di portarvi presenza e senso.

Una pratica più attenta e consapevole, a partire dalla meditazione, ha fatto sì che un percorso in questa direzione sia oggi reale: praticare in modo costante con persone nuove, diverse, parlare della pratica e condividerla è un percorso nella direzione di una maggiore consapevolezza.
L’osservazione da esterna e distaccata si trasforma e diventa sempre più interna e coinvolta.
Il superamento faticosamente conquistato dell’ossessione per le regole e le forme porta a una maggiore comprensione del senso dell’agire, aprendo lo spazio a uno sguardo interno che cerca di osservare il modo di essere nella relazione, prima ancora che la relazione stessa.

Mi capita spesso di pensare a cosa possa essere un’idea vera di radicamento.
Una discesa a terra che, ponendoci direttamente dentro l’azione e la relazione, obbliga a una maggiore presenza e a una definizione più precisa che è l’unica via possibile per una relazione che sia degna di essere considerata tale.
Molta strada è stata percorsa in questi anni ed è stato un percorso pieno di difficoltà, ma anche molto piacevole, con il rimpianto di essere rimasto forse per troppo tempo lassù.
Ma sicuramente era un passaggio necessario, in un percorso di apprendimento, di evoluzione, di crescita.
Penso che questa sia la direzione da cercare imboccando la via della spada.

Un tentativo di sintesi condivisa

“Ciò che è vivo non ha copie.” [3]

“E’ vero che chi esiste ci mette sempre anche un qualcosa, una impronta particolare,
che a me non riuscirà mai di dare.”[4]

Abbiamo voluto insieme cercare una sintesi e una chiusura a suggello del nostro “dialogare a distanza”.

Capita spesso di riflettere sui temi dell’unicità e dell’individualità, sia dal punto di vista di quale unicità ricerchiamo nel momento in cui ci relazioniamo con l’altro che dal punto di vista più ampio, quando pensiamo al rapporto tra culture e identità e diverse.
Il punto che qui interessa è quale personalità e identità esprimere quando si è all’interno delle forme e delle regole che ci appartengono e quale identità e quale relazione portare nel confronto con le altre identità con cui s’interagisce (io/tu – uno/molti).
Viene spesso da pensare, a partire dalla nostra esperienza di pratica, a come possiamo fare perché la nostra unicità includa l’altro, e a come interagire con le diverse identità e unicità.

Le parole che vengono in mente sono:

Unione – Separazione

Nel momento in cui entro in relazione con l’altro, cosa ci unisce e che cosa ci separa.
Quali sono i limiti tra questi due termini; fino a che punto ricercare unione e unità e fino a che punto è necessaria la separazione o meglio la definizione delle singole unità, affinché nel rapporto e nella relazione possano esprimere se stesse nel contatto con l’altro.

Affermazione – Rinuncia

Quanto l’affermazione della propria unicità e identità comporti nel momento del contatto, una rinuncia perché questo contatto sia reale.
Che rischio si corre di soverchiare l’altro con un’affermazione che diventa un’arrogante e sorda imposizione della propria identità, senza dialogo e senza aperture a un confronto vero.

Identità – Diversità

La mia identità è la mia diversità, ciò che mi rende unico e non ripetibile. Devo poter accettare pienamente la diversità dell’altro come presupposto per entrare in contatto con la sua identità.

E inoltre:

Volontà – Sincerità

Ci deve essere la volontà di mettersi in gioco, di entrare in contatto, di esprimere tutto se stesso in un rapporto ricercando e creando i presupposti perché possa nascere e svilupparsi una vera reciprocità e un incontro di volontà. Devo volere il contatto.
Ci deve essere sincerità nel portare nella relazione la propria identità, e la propria unicità, senza nasconderla dietro una forma che diventi schermo, difesa, barriera

Pensando al rapporto tra Forma e Contenuto, la domanda che emerge è:
come possiamo portare all’altro la nostra forma e il nostro contenuto, accogliendo la sua forma e il suo contenuto e come può la forma a questo punto diventare veicolo di unicità e non ostacolo alla sua espressione?

Paolo Menghi diceva “la vera libertà è avere delle regole”.

Forse è questa la vera risposta. Esprimere una forma e portare contenuti che sono il presupposto perché la propria unicità si esprima, potendo accogliere la forma e il contenuto dell’altro. Accettare le regole e la forma come unico presupposto perché questo possa avvenire nella più piena e reciproca libertà.

“Rambaldo non riuscì più a dire parola. Ancora ieri, vedendo calare il sole, si chiedeva: che sarà di me al tramonto domani? Avrò passato la prova? Avrò la conferma di essere uomo? Di marcare un’orma camminando sulla terra?’ Ed ecco, questo era il tramonto di quel domani, e le prime prove, superate, già non contavano più nulla” . [5]

Articolo correlato: “Forma e Contenuto, veicoli di Unicità – I Parte”

1972_06_Trajan on Horseback, 1972

[1] I. CALVINO, Il Cavaliere inesistente Milano, Oscar Mondadori, 1993, p. 3

[2] I. CALVINO, ed. cit., p. 3

[3] V. GROSSMAN, Vita e Destino, Milano, Adelphi, 2008. p. 13

[4] I. CALVINO, ed. cit., p. 52

[5] I. CALVINO, ed. cit. p. 44

(*)
Roberto Fuso Nerini da sempre si occupa di comunicazione, web e nuovi media. E’ membro dell’equipe insegnanti Periagogè di cui è responsabile del coordinamento Comunicazione e Formazione.