Forma e contenuto, veicoli di unicità (parte prima)

di Valeria Grifasi e Roberto Fuso Nerini

Premessa

Ho chiesto a Valeria Grifasi  e Roberto Fuso Nerini di pubblicare sul nostro blog un estratto della loro tesina “Forma e contenuto, veicoli di unicità”,  scritta nel 2009 a conclusione di un corso triennale di formazione per educatori ed insegnanti dal titolo “La gestione evolutiva di contesti di apprendimento”, da me tenuto all’interno della scuola Periagogè. Da venticinque anni, esattamente dal 1989, studio il rapporto tra esperienza e conoscenza così come mi è stato insegnato da Paolo Menghi, e lo applico in ogni mio contesto professionale, che sia educativo, di formazione o consulenza psicopedagogica. Integrare non vuol dire sommare acriticamente elementi incompatibili tra di loro, ma ricercare delle nuove forme che abbiano qualità diverse dalle loro sorgenti, qualità che però possono emergere solo se stabiliamo dei nuovi e sensati nessi tra questi elementi, producendo quindi nuovi significati.
Nel mio processo formativo aver trovato un contesto, quale era quello creato da Menghi, che operava davvero in questa direzione di ricerca, mi ha consentito di dare un senso a molte esperienze che al tempo vivevo in modo totalmente separato: da una parte lo studio universitario della psicologia e dell’educazione permanente, dall’altra la pratica della meditazione di consapevolezza e delle discipline da combattimento quali il Judo e il Kendo. I pionieri, e Menghi lo era, per definizione si muovono su strade ignote non pretracciate e, bene che vada, sono spesso ostacolati da chi invece si erge a difensore di tradizioni, ortodossie e purezze scientifiche. Per fortuna oggi la psicologia e il mondo dell’educazione osservano con attenzione il valore delle pratiche psicofisiche occidentali e orientali, rischiando così anche umilmente di praticarle, piuttosto che continuare a parlarne tronfi, dall’alto della loro saccente teoria; così come molti insegnanti di discipline marziali hanno finalmente accettato di studiare qualche elemento di didattica e di psicologia evolutiva, ampliando se non altro il loro lessico e la loro prospettiva educativa a volte tanto rozzi quanto imbarazzanti per la loro presunzione e superficialità. Ma siamo ancora molto lontani da un reale processo d’integrazione, infatti dove l’uno rivendica il primato della psiche, della parola e dell’interpretazione, l’altro afferma la superiorità dell’azione efficace e del corpo sudato senza parola. Una battaglia che non porta a nulla se non a ribadire una divisione inesistente tra psiche e soma. 

Per quanto riguarda la nostra scuola il tentativo è quello di porre l’attenzione sia sulla psiche, sia sul soma: è uno sguardo contemporaneo su entrambi, qualificato e preciso, dove la persona nella sua integrità e con tutte le sue forze relazionali prende la posizione che le spetta, quella centrale.  La difficoltà che ciò comporta è proporzionale alla complessità irriducibile della persona. Obiettivo: evoluzione permanente e consapevole.

In questa tesina gli autori tentano di fornire il loro punto di vista esperienziale, attraverso una griglia di valutazione propria dell’insegnamento Normodinamico, per come lo hanno interpretato, senza mai separare, né tantomeno confondere, il loro essere educatori, insegnanti e disciplinati praticanti di meditazione, Kendo e Iaido. Tutti questi elementi sono studiati con la cura e la serietà che meritano, con uno spirito di ricerca che vuole mettere a frutto il più possibile ogni campo dell’esperienza.

Porre domande, muoversi per cercare delle risposte, conoscere a  fondo ciò che è stato già detto sull’argomento, tentare di dare le proprie risposte sulla base dell’esperienza e dello studio, costruire a partire da ciò che si conosce, trasmettere quanto appreso, consegnare ciò che si è trovato per porre nuove domande.

Questa è libera ricerca e così funziona la nostra scuola.

Buona lettura.

Antonio Ricci

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“Perché vi sia specchio del mondo occorre che il mondo abbia una forma”.[1]

Questa tesina, come già premesso da Antonio Ricci, fu scritta a conclusione di un corso triennale di formazione e nacque da un confronto e una sintesi tra due diverse esigenze nel tentativo di esplorare i significati racchiusi per noi in queste parole:

Valeria Grifasi: affronto il rapporto tra Forma e Contenuto a partire dal desiderio di fare chiarezza sul percorso fatto fin qui, per ripercorrerne le tappe salienti e per tirare le somme nel tentativo di appropriarmi di significati davvero importanti e farne un bagaglio di esperienza da trasferire all’altro.

Roberto Fuso Nerini: affronto il tema dell’identità e dell’unicità, a partire da una riflessione su come, dopo aver intrapreso un percorso d’insegnamento in ambiti di formazione esperienziale, io abbia individuato proprio nel tema dell’unicità, una delle questioni più evidenti, ovvero come relazionarsi e come interagire con “identità” e “unicità”, così diverse tra loro per carattere, attitudine, livello di esperienza.

A quasi cinque anni di distanza da quando questa tesina venne scritta, abbiamo proseguito nel nostro lavoro  e nella nostra formazione in percorsi paralleli, con tanti momenti di incontro e confronto. Molte cose sono cambiate o si sono evolute, altre Forme e altri Contenuti sono emersi alla nostra attenzione e abbiamo avuto modo di approfondire le nostre esperienze sia nella pratica delle discipline a noi care, che nell’insegnamento, (che non vediamo mai disconnessi tra loro). Ma le parole Forma, Contenuto, Identità, Unicità rimangono parte fondamentale del nostro studio e, soprattutto, è rimasta immutata la volontà di ricerca del senso del nostro praticare, del nostro agire, del nostro vivere.

Abbiamo scelto di dividere il lavoro in due parti per una maggiore facilità di pubblicazione.

Prima Parte

di Valeria Grifasi *

La prima idea di forma a cui attingo è quella del corpo, la struttura che, come dice Landsberg“ci situa nel mondo”, ed è naturale partire dal ricordo di quella forma che, appartenuta al mio corpo per buona parte della mia vita, veicolava significati che nel tempo ho imparato a leggere. Paure e disagi, un senso profondo di inadeguatezza, si manifestavano inequivocabilmente in quella forma, che faceva da specchio al vissuto interiore, come un vestito adeguato: appariva semplicemente ciò che c’era. Vedevo la mia forma, ma non ero in grado di vedere cosa ci fosse dietro, perché quel corpo aveva il sopravvento, come una gabbia, che comprimeva ciò che c’era dentro, sentimenti ed emozioni.

Solo la decisione di esplorare quel mondo interno, nascosto a me per prima, poteva aprire uno spiraglio al cambiamento, ma a volte si può decidere di cambiare solo quando non si ha altra scelta, quando l’alternativa è perdersi.

Far emergere il vissuto, accettare di riconoscerlo, accoglierlo, è la strada per cercare risposte alle proprie domande, al proprio desiderio di cambiamento e per iniziare a procedere verso i cambiamenti che si desiderano veramente.

Ci vuole coraggio per vedere i propri limiti e i propri errori, e cambiare direzione senza perdere tempo nei rimpianti. Ci vuole coraggio per includere le proprie falsità e riconoscere l’arroganza e il disprezzo, utili scudi per proiettare sull’altro ciò che non vuoi vedere di te: la forma arrogante che si impone e tutto controlla.

“La più piccola manchevolezza nel servizio dava ad Agilulfo la smania di controllar tutto, di trovare altri errori e negligenze nell’operato altrui, la sofferenza acuta per ciò che è fatto male, fuori posto”.[2]

Quando si controlla l’altro, quando si controlla la relazione, non c’è speranza, e se l’arroganza diventa delirio di onnipotenza nasce una barriera che impedisce a chiunque di entrare, se non supera delle prove. Si è taglienti con le parole e ci si nasconde dietro una forma stereotipata, magari un perenne sorriso che altro non è che un passaggio a livello obbligato, una frontiera dove presentare i documenti.

Quella forma stereotipata serve a nascondere i propri fantasmi e a far finta, con se stessi e con gli altri, che tutto vada bene, che si è felici e sereni.

Ma cosa nascondeva la mia forma arrogante? Forse un vissuto tutt’altro che arrogante, in una scissione di forma e contenuto che aveva generato rabbia.

Una rabbia che, man mano che si continua ad affondare nel proprio vissuto, diventa pericolosa perché porta a disprezzare ciò che si è, nella difficoltà a comprendere che ogni forma, sia quella rigida che quella arrogante, in cui non ci si riconosce più, ci ha permesso di sopravvivere, di restare a galla.

Solo allora, forse, ci si può cominciare a concedere di cambiare forma. Solo allora si comincia a riconoscere davvero la forma che si è abitata e la si accetta con tenerezza senza voler più inventare un modo diverso di essere.

Ma questo non è scontato, né immediato.

Accettare significa sopportare e sostenere nel tempo. Accettare significa includere ogni aspetto della propria esistenza, comprese tutte le resistenze e le opposizioni che si mettono in atto perché quella accettazione genera sofferenza. Ma è una sofferenza che cambia significato: ci indica che stiamo uscendo dagli automatismi e dalle forme stereotipate e che cominciamo a riappropriarci della nostra vita, a prenderci cura di noi stessi e quindi, finalmente, dell’altro.

La forma cambia quando c’è coscienza.

 “Agilulfo, lui, aveva sempre bisogno di sentirsi di fronte le cose come un muro massiccio al quale contrapporre la tensione della sua volontà, e solo così riusciva a mantenere una sicura coscienza di sé. Se invece il mondo intorno sfumava nell’incerto, nell’ambiguo, anch’egli si sentiva annegare in questa morbida penombra, non riusciva più a far affiorare dal vuoto un pensiero distinto, uno scatto di decisione, un puntiglio. Stava male: erano quelli i momenti in cui si sentiva venir meno; alle volte solo a costo d’uno sforzo estremo riusciva a non dissolversi. Allora si metteva a contare: foglie, pietre, lance, pigne, qualsiasi cosa avesse davanti. O a metterle in fila, a ordinarle in quadrati o in piramidi. L’applicarsi a queste esatte occupazioni gli permetteva di vincere il malessere, d’assorbire la scontentezza, l’inquietudine e il marasma, e di riprendere la lucidità e compostezza abituali”.[3]

La necessità di dotarsi di strumenti che ci accompagnino nella nostra ricerca è uno dei primi insegnamenti che ho ricevuto. La pratica di spada è uno dei miei strumenti.

Lo Iaido, arte tradizionale giapponese, nello specifico mi ha permesso di esplorare e riconoscere, attraverso una forma codificata, ogni forma che mi era appartenuta in passato.

Ne ho negate alcune, ne ho rifiutate altre, mi confondo in altre ancora, ne cerco e ne vedo nascere di nuove.

Faticosamente tento di includerle tutte ma mi è possibile solo se metto in campo lo sforzo di dar loro un senso, perché ogni movimento, ogni postura mi evoca qualcosa. La forma dello Iaido è codificata ed è molto tranquillizzante. È quella da secoli già studiata dai grandi maestri, già elaborata nella sua esecuzione, già sperimentata a vari livelli. Non bisogna preoccuparsi di aggiungere o togliere niente, né di riformulare i parametri, di inventare nuovi codici, nuovi movimenti, nuovi Kata.[4] In quella forma codificata in quanto tale ci si  può riposare e dedicarsi a ciò che in un approccio come il nostro, rivolto alla coscienza, è più importante, più interessante e più difficile: il senso che quella forma porta. Il tuo senso. Lo Iaido è un lungo dialogo con se stessi.

Una forma codificata dunque, che esiste da secoli ma che oggi ha significati completamente diversi da quelli originari, una forma ripetitiva e in quanto tale difficile perché la ripetizione è ingannevole, è fuorviante, è illusoria, è stancante, è ipnotica e noiosa. Ripetere lo stesso movimento infinite volte obbliga ad un livello di attenzione sempre più alto per evitare che quel movimento divenga una forma vuota e priva dell’esperienza che porta, dunque priva di contenuto. Ripetere continuamente una forma però non produce una forma sempre uguale a se stessa: è impossibile fotocopiare un movimento perché significherebbe negarne la vitalità, l’essenza, il respiro, l’emozione di quel momento preciso qualunque esso sia, anche di noia. Il punto è accorgersi o meno della differenza forma dopo forma, scoprire quanto si riesce a tollerare quella differenza e quanta volontà si esprime nel cambiarla, trasformarla e sostenerla.

In quella forma ripetuta si può sperimentare e avvicinare il senso di disciplina, di responsabilità e di autonomia.

La disciplina aiuta a mantenere la direzione malgrado tutti gli attriti che nascono in ogni momento, malgrado la solitudine infinita che ci coglie anche quando si è in mezzo a mille persone.

Per Paolo Menghi “disciplina vuol dire esercitare una continuità di azioni coerenti con l’intenzione di esplorare la vita con la vita. Con questa intenzione c’è entusiasmo. Senza disciplina tutto rimane statico, mentre per suo tramite si conquista stabilità. Ma solo ciò che è stabile si può permettere di essere anche dinamico: cangiante nella forma perché stabile nell’intento” .[5]

Mi chiedo se esista la possibilità che la disciplina possa non essere più indispensabile nella pratica.

La responsabilità verso sé e verso gli altri permette di rendere vero ciò che si sta facendo, di dare valore al tempo e dunque di sostenere anche il momento in cui il tempo lo si perde perché ci si smarrisce, perché non si sa che fare, perché si ha paura, perché dentro c’è il caos. La responsabilità non delega gli altri a scegliere per te.

Rafforzare la propria autonomia in una pratica apparentemente solitaria aiuta a comprendere il senso della parola nella relazione con gli altri, differenzia nella relazione, fa riconoscere il diritto dell’altro alla sua autonomia e a tenerti impegnato affinché questo avvenga con senso di responsabilità. Autonomia vuol dire liberarsi dal dire: è giusto, è sbagliato quando consideriamo giusto ciò che ci piace e sbagliato ciò che non ci piace, perché ci rapportiamo sempre all’idea di qualcun altro o alla forma che qualcun altro ha scelto per noi o, ancora, ad un modello che riconosciamo come tale, ma che ci limita nella nostra libertà di essere. Essere autonomi per scelta e non per dovere.

La forma nello Iaido è un campo di azione. Si agisce in uno spazio preciso: si inizia un Kata da un punto e si finisce tornando esattamente in quel punto. Quel punto va ricercato, perché in quel breve tragitto emergono disparate energie che spesso fanno perdere di vista il punto di arrivo. Dunque è bene ripetersi spesso: da dove parto e dove arrivo?

La forma è un confine. Che succede se non si riesce a stare in quel confine? La prima sensazione è di costrizione, di ribellione perché ci si sente privati della propria libertà di azione. Perché bisogna muoversi in uno spazio così delimitato? Dov’è la libertà? Corpi irrequieti che sentono il bisogno di spaziare, di uscire fuori da quel confine perché non ne riconoscono i contorni. Ma la libertà si esprime anche attraverso i confini. Il contenuto è il valore che fa superare il confine.

Lo Iaido è un’occasione per decidere di “stare” in quel confine e vedere ciò che emerge, non per subire quella forma ma per agirla come strumento di ricerca. Ciò che emerge è il senso che in quel momento appare ai nostri occhi. Il passaggio successivo è quale direzione dare a quel senso.

La forma ci fa da specchio. Un buon kirioroshi (taglio verticale con la spada dall’alto verso il basso) è tale se il corpo è allineato, e cioè se testa, bacino e piedi sono in asse. Ma se così non è, il kirioroshi è inutile, è solo un movimento dovuto.

La ricerca di quell’allineamento è estremamente complessa perché implica prima di tutto una presa di visione della propria frammentarietà: i piedi da una parte, il bacino dall’altra, la testa da un’altra parte ancora. Secondo, perché dà la misura del proprio radicamento a terra (tanto o poco che sia), della paura di lasciarsi andare e di perdere quel contatto radicato magari faticosamente conquistato.

La forma si muove con ritmo. Tempo fa osservavo una persona che aveva dato allo studio del Kata un ritmo molto veloce. Dopo essersene accorta, infastidita, si ripeteva di rallentare.

Ho continuato ad osservarla, lei rallentava ma non se ne rendeva conto e continuava ad essere infastidita. Il suo ritmo interiore era accelerato rispetto a quello esteriore.

Percepivo il suo malessere nel non riconoscersi. Ma che cos’è il ritmo? Nella mia esperienza è l’allineamento tra il nostro interno e l’esterno. Il ritmo è il battito del cuore regolare anche quando hai paura perché non sei vittima della paura alla quale deleghi le tue scelte ma ti concedi di aver paura, è il sentirsi radicati a terra come una quercia i cui rami sono mossi dal vento.

Il ritmo è sentire una musica e non tapparsi le orecchie, è connessione tra il respiro e il movimento, tra il proprio respiro e quello dell’altro. Il ritmo è iniziare e portare a compimento per iniziare di nuovo solo dopo che quell’azione ha chiuso il suo ciclo vitale. Il ritmo è il rapporto tra l’intensità che si prova e la chiarezza del messaggio che si esprime. Il ritmo lo si trova per un momento e lo si perde il momento dopo e per questo si può cercarlo per sempre, perché nel momento in cui si è nel ritmo si prova un senso di pace appagante.

L’intenzione dell’azione e della volontà dà il ritmo alla propria vita.

La forma è essenzialità. È la cura dei particolari, dei dettagli. Tentare di rimanere in contatto con le cose più semplici senza trascurare nulla per avere una visione più ampia. Quell’essenzialità nasce dall’esigenza di un’estetica, di una ricercatezza, di una eleganza priva di narcisismo e dunque fine a se stessa.
La ricerca di essenzialità aspira a liberarsi finalmente da ogni significato di costrizione, da ogni necessità di apparenza formale, dalla necessità di piacere a tutti i costi, di essere sempre all’altezza delle situazioni. Aspira a cogliere il pensiero sorgivo. Il proprio pensiero autentico e non quello di qualcun altro. La forma è essenziale quando si riesce a tagliare via il superfluo, l’inutile, l’ingannevole e far emergere la vera bellezza ovvero la propria essenza.

In un articolo apparso su Oltre Il Naso, rivista della scuola Periagogè, Giulio Pelliccioni di professione artigiano orafo, scrive: “quando hai una certa idea di bellezza non puoi che metterti nei guai.”[6]

Verissimo. Quando si intravede anche solo per un attimo l’essenza delle cose, la si cerca ovunque. Quando si conosce il fluire pacifico delle proprie relazioni in un ritmo adeguato, lo si ricerca ovunque. E quando non lo si trova, ci si arrabbia. E’ bene chiedersi però se il senso di quella rabbia derivi dalla convinzione che la bellezza salverà il mondo, oppure se sia solo l’espressione della presunzione che la propria forma sia la migliore.

Praticando Iaido ho imparato a indossare il mio miglior vestito e a riconoscere che quello era il miglior vestito per me, quello più adeguato, aderente al mio desiderio di comunicare. Per anni ho indossato sempre lo stesso miglior vestito per paura che togliendolo la magia svanisse, che mi svegliassi da un sogno. Indossavo quel vestito e vestivo la mia anima, dandole casa, calore, colore, forma, parola, consistenza, dignità.

Poi ho sperimentato il piacere di cambiare quel vestito con un altro, sempre scelto con cura e attenzione e magicamente ho scoperto che non era un incantesimo ma realtà. La mia realtà. Non ho quindi sentito più il bisogno di difendermi. In solitudine giorno dopo giorno con l’aiuto degli altri.

Costruire insieme ad altri qualcosa di concreto, portare all’altro la propria forma, aiutarlo a scoprire la sua, definire la propria attraverso la sua, e insieme creare una nuova forma che al contatto di altre possa mutare ancora, mantenendo vivo e intero il suo movimento vitale, in un percorso senza fine.

Questo è il mio progetto.

fine della prima parte

Pablo Picasso - Girl Before a Mirror


[1] U. ECO, Il nome della rosa, Milano, Bompiani, 1980. p. 127

[2] I. CALVINO, Il Cavaliere inesistente Milano, Oscar Mondadori, 1993 , p. 11

[3] I. CALVINO, ed. cit., p. 19

[4]  Termine giapponese traducibile con “forma”, utilizzato anche nelle discipline da combattimento per definire sequenze codificate di movimenti di attacco e difesa.

[5]  P. MENGHI, Trasformare la mente, Roma, Ubaldini, 2009. p. 35

[6] G. PELLICCIONI, Senza fine, articolo pubblicato su Oltre il naso, C.S. Periagogè, Giugno, 2007.  p. 33

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Valeria Grifasi, responsabile organizzativa della Fondazione RomaEuropa è membro dell’equipe Periagogè, insegnante di Normodinamica primo livello e consulente A.R.A. È secondo dan di Iaido che pratica assieme al Kendo da oltre dieci anni.