Emily Dickinson e la negative capability Il femminile che comprende

di Angela Cervera

Continuiamo la pubblicazione degli articoli di Angela Cervera, sui cinque seminari dal titolo “Conversazioni sul femminile” che l’Associazione Kairós. Liberare il tempoappartenente alla rete della scuola Periagogè, ha organizzato a Schio (VI) nei mesi scorsi.

Emily Dickinson e la negative capability. Il femminile che comprende.

Bisogna fare un salto di duemila anni per arrivare da Medea a Emily Dickinson. Tutte sentiamo di fare un salto. È quasi brusco, ci eravamo integrate ormai nel mondo antico… e poi chi è questa poetessa di cui poche di noi hanno sentito parlare? Abbiamo una sola foto di lei: ha un viso da bimba, pallida in quel suo vestito accollato, troppo serio per una ragazzina della sua età. Tanto ragazzina poi non è, ha diciassette anni, ma anche se sappiamo che è vissuta fino alla maturità, facciamo fatica ad attribuire a quella esile figura la profondità e la straordinaria forza innovativa dei suoi versi. Le sue sono poesie complesse, lo stile così diverso da ciò che comunemente viene definito poesia: versi spezzati, non c’è ricerca di rime, a volte le parole rimangono come sospese lì, ai margini del verso, come ad alludere al mistero di  un esperienza. Già ma quale esperienza?  La tradizione la descrive come una persona introversa, poco propensa alla relazione, amante della solitudine che all’età di trent’anni decide di ritirarsi dalle già sporadiche apparizioni pubbliche per dedicarsi alla sua vita intima attraverso la poesia. A contribuire al mito si aggiunge il fatto che  da quel momento la poetessa decide di vestirsi esclusivamente di bianco, quasi a sottolineare una virginale dedizione alla vita. Quindi, ci domandiamo, se questo è vero come ha fatto questa donna a far proprie esperienze così intense, così vere e così necessariamente frutto di una vita appassionata e di relazione? Come si può parlare della vita quando apparentemente la si rifugge? Come è possibile conoscere le relazioni, il dolore, la sofferenza e l’amore se non vivendole con una intensità che include il mondo e gli altri?

Ci sono voluti infatti molti anni e la passione di alcuni studiosi per comprendere che l’immagine che per decenni ci è stata tramandata non corrisponde del tutto a verità.

La vita di Emily Dickinson fu, a dire il vero, estremamente intensa, tessuta di relazioni intricate e complesse che a tratti sfiorano quelle di un romanzo d’appendice, che la portarono a muoversi nel mondo  come un fucile carico, come lei stessa afferma in una delle sue poesie.  Dalle lettere emerge il profilo di una donna che sa cos’è la passione, lo slancio e l’entusiasmo, ma che fu con ogni probabilità costretta a ritirarsi a causa di una malattia che per l’epoca non si considerava conveniente mostrare.

Emily Dickinson visse dunque la sua  vita con l’intensità di un fucile pronto ad esplodere, unica similitudine in grado di spiegare versi che compaiono sulla carta di getto, senza titolo, come tratti di colore sul foglio. Alla sua morte, nella sua camera studio, vennero rinvenute più di 1775 poesie copiate a mano e rilegate con nastri colorati.

Una di queste inizia con le parole Ci abituiamo al buio – Quando la luce è spenta…

La leggo e devo controllare la voce, ricacciare indietro l’emozione che ogni volta mi prende e non sembro essere l’unica. La poesia è così: è un’esperienza fisica, il corpo dà forma  alle emozioni, attiva  i ricordi e le parole sanno esattamente dove, in che anfratti dell’esperienza insediarsi.
Molte di noi dopo la prima lettura ricordano solo alcune tratti, agganciano quel frammento che è giusto per loro, così la poesia diventa intima, personale e ognuno la sente sua.
D’altronde la stessa autrice in una della sue lettere afferma:

Se leggendo sento il mio corpo diventare freddo così che nulla può scaldarlo, allora so che si tratta di poesia, se sento che la testa mi viene meno, che mi si taglia di netto, so che si tratta di poesia.

C’è dunque bisogno di una seconda lettura per comprendere meglio.

Ci abituiamo al buio
Quando la luce è spenta
Dopo che la vicina ha retto il lume
Che è testimone del suo addio,
per un momento ci muoviamo incerti
perché la notte ci rimane nuova
ma poi la vista si adatta alla tenebra
e affrontiamo la strada a testa alta.
Così avviene con tenebre più vaste
Quelle notti dell’anima
In cui nessuna luna ci fa segno,
nessuna stella interiore si mostra.
Anche il più coraggioso prima brancola
Un po’, talvolta urta contro un albero,
ci batte proprio la fronte;
ma, imparando a vedere,
o si altera la tenebra
o in qualche modo si abitua la vista
alla notte profonda,
e la vita cammina quasi dritta.

Lentamente il senso emerge da frasi più evocative di altre: si parla di notti dell’anima dove  non v’è luce che riesca a rischiararne il buio.  Sappiamo che si tratta di una metafora, ma tutte immaginiamo di muoverci al buio come i versi suggeriscono di fare e scopriamo che l’idea è inquietante.
Qualcuno richiama alla mente un’esperienza fatta presso l’Istituto dei Ciechi di Milano, in cui ai visitatori viene data la possibilità di vivere l’esperienza del buio attraverso un percorso di vita quotidiana. La voce sicura delle guide, a volte accompagnata da una buona dose di humor non riesce, se non solo in superficie, a lenire l’inquietudine. La sensazione di dispersione è concreta, costretti come si è ad  attivare risorse, strumenti alternativi per entrare in contatto col mondo. La curiosità iniziale cede il passo ad una forte ansia, si ha solo voglia di uscire, ma non si può, bisogna completare il percorso, bisogna resistere. Ma c’è un modo di scappare, di evadere dall’angoscia che ci invade: ridere. Ridere ci permette di trovare un palliativo per resistere il tempo che serve, trovando una soluzione rapida  all’angoscia. Sì perché è questo che conta in un momento di crisi, è questo ciò che ognuno cerca per sopravvivere in assenza di indicazioni.

Talvolta nella nostra esistenza ci imbattiamo in esperienze in cui sperimentiamo il fallimento di alcune certezze, un contatto doloroso con la realtà in cui nulla sembra avere un senso, in cui se da una parte non possiamo più riconoscerci in ciò che credevamo di essere dall’altra non abbiamo ancora individuato nuove basi su cui rifondare. Tra questi due elementi dell’esperienza c’è il vuoto, che è parte integrante dell’esperienza stessa. Si tratta proprio di quel brancolare a cui si accenna nella poesia, quel goffo dibattersi per non urtare contro gli ostacoli, quell’annaspare per non soccombere.

Qui Emily ci dice che bisogna imparare a vedere, abituare  la vista alla notte profonda, accettare che esista piuttosto che fuggirla. Riflettendo scopriamo che forse in questo c’è un’occasione: quella di stare nel vuoto, in quel territorio dell’incerto da cui possono emergere nuove connessioni.
Di quanto tempo l’anima abbia bisogno per individuare nel buio un senso nuovo non ci è dato sapere, ma cominciamo ad intuire che è lì che nasce la possibilità di comprendere.
Comprendere infatti non significa capire, perché l’esperienza a cui si fa riferimento coinvolge la persona a tutti i livelli: trasforma il corpo, evoca emozioni ed energie che sanno far spazio ad una connessione che è personale, vera, assolutamente attribuibile a quella vita in particolare.

Per comprendere dunque bisogna arrendersi, farsi invadere, accogliere ciò che ci sconvolge e aspettare che la marea si ritiri per far emergere ciò che rimane. Ciò che rimane è probabilmente ciò che serve davvero per ricominciare e fare una scelta, perché è questo che significa la parola crisi: scelta.
Tutto ciò riecheggia in modo diverso in ciascuno di noi, c’è chi sente di esserci passato mille volte, chi ha bisogno di tempo per riconoscere l’esperienza e darle un nome, a differenza delle altre volte c’è una certa difficoltà ad esprimersi, finché qualcuno fa notare di essere stato colpito dall’ultimo verso: e la vita cammina quasi dritta.

Dalla notte dell’anima si può dunque uscire, ma la vita che resta è obliqua, storta. Cosa significa? La persona che ha evocato il verso ha ancora  bisogno di capire perché, di capire cosa quelle parole vogliono dire, a lei, proprio a lei.  Approfondiamo la questione e ciascuno cerca di indagare il mistero. Superare la crisi dunque significa approdare ad un luogo nuovo in cui ciò che vediamo è frutto di una nuova prospettiva che non può, se di comprensione si tratta, non considerare il ricordo del dolore, dell’angoscia provati. Ne deriva l’idea che la vita  possa procedere quasi dritta perché forse dritta,in fondo, non era mai stata. Ma allora qual è il senso di tanti anni spesi a pensare che un giorno le cose cambieranno? Se comunque si va avanti  benché storti, è possibile pensare di poter essere ancora felici? E se così, è possibile immaginare una felicità che riesca ad includere il dolore, la crisi, la perdita di riferimenti?

Forse Emily Dickinson ci sta dicendo che i momenti di buio  fanno semplicemente parte della vita e che se cerchiamo di non fuggirne il disagio, possiamo scorgervi una nuova possibilità, una nuova speranza.

Speranza e felicità, due parole spesso accomunate e velocemente liquidate come espressioni di un pensare positivo. Nell’ottica comune sono rasseneranti perché escludono l’ombra, la complessità della vita. Ma qualsiasi cosa consideri solo un aspetto dell’esistenza è destinata a scontrarsi con la realtà che  invece si  mostra sempre  polare. Il concetto di polarità così spesso discusso in precedenza con Antigone e Medea ci aiuta a riconsiderare i due termini.

Ecco che, anche grazie a ricordi molto personali e intimi, qualcuno riconnette la propria esperienza a ciò che stiamo dicendo: la speranza nasce da una prospettiva obliqua, è proprio lì che il suo valore si manifesta. Perché quella vera nasce da chi ha conosciuto le notti dell’anima e ne è uscito più forte, determinato e appassionato di prima. La felicità che accompagna questa speranza ha il sapore di qualcosa di reale perché non si illude di escludere la battaglia.

E’ strano, questa volta abbiamo l’impressione di aver toccato il punto solo alla fine del nostro stare insieme. E’ stato necessario calarsi lentamente in questa nuova materia e molte si sentono incerte e toccate. C’è un forte contatto, non tanto esprimibile a parole, è nell’aria. Apro a caso il libro di poesie, nuovi versi mi colpiscono, quasi come se Emily avesse voluto puntualizzare le nostre ultime parole.

Cessò di farmi male, così piano
Che non colsi la fine dell’angoscia-
Ma volgendomi indietro vidi solo
Un’ombra che oscurava il mio sentiero-
Né potrei dire quando s’alterò –
Io che l’avevo indossata ogni giorno
Fedele, come il grembiule di un bimbo –
E ogni notte al suo gancio l’appendevo.
Non potrei rintracciare quel dolore
Annidato nei pressi, come gli aghi
Che alle guance dei puntaspilli fissano
Le donne dolcemente, per non perderli –
Né che cosa l’avesse confortato –
Pure – dov’era la desolazione –
Ora va tutto bene – è quasi pace –

Mentre leggo penso che sembra quasi una magia, ma so perfettamente che l’aver trovato questi versi è solo apparentemente frutto del caso. La magia c’è quando si entra in contatto con ciò che ti circonda e quel contatto genera  cose che non sono esistite prima.

Ora va tutto bene – è quasi pace. Le guardo e sorrido.

 url