Dono e Arte. Una riflessione sulla creatività

di Federica Angriman *

A dieci giorni dall’evento Fedeltà alla Terra che si è svolto a Verona presso la sede del Centro Studi Educativi Kèleuthos e del Centro Studi Educativi e Pedagogici Periagogè, una riflessione emerge e cerca una forma per dire qualcosa che sono certa molti di coloro che hanno partecipato hanno toccato.

Parte dalla domanda che il titolo del cortometraggio che abbiamo visto – Il Dono, di Antonio Ricci – apre, e dalla  considerazione che ci sia una connessione intima, non superficiale,  tra la parola ‘arte’ e la parola ‘dono’. Ascoltavo questa estate la registrazione audio di un intervento di Enzo Bianchi, priore della Comunità Monastica di Bose, sul significato del ‘dono’ in cui egli afferma qualcosa di forte legato a questa esperienza, prettamente umana. La sua riflessione parte dal considerare che tutte le interazioni  al fondo sono regolate dalla legge naturale dello scambio. Io ti dò qualcosa per avere qualcosa d’altro da te, oppure per ricambiare qualcosa che ho ricevuto. Lo scambio è alla base della vita organizzata sia dell’uomo che delle specie animali. Il dono invece si pone su un piano altro, e mi colpiva l’aggettivo usato da Bianchi per dire la forza di questo gesto: eversivo.

Il dono è un atto eversivo. In questa definizione risiede la libertà massima del dono, perché sta a significare che esso interviene a rottura dello schema economico che giustifica molte delle interazioni umane. Il dono vero si rivolge a qualcuno che mi è prossimo, non è mai anonimo, è uno sbilanciamento verso l’altro, e non vuole nulla in cambio. La sua forza eversiva apre un varco, rompe un equilibrio, è generativa di un moto. Nella gratuità del dono affermo che è mia libertà dare,  definisco che è mia libertà farlo senza volere nulla in cambio. Che non vuole significare che io non sappia accogliere a mia volta un dono. Anche se spesso quando si riceve un dono si  sollevano in noi domande e dubbi sui secondi fini non espressi di chi ce lo fa. Ci deve essere un motivo, anche solo se qualcuno ci fa un complimento gratuito. Non ci fidiamo facilmente, e spesso a ragione. Indaghiamo, oppure ci affrettiamo a restituire, a ri-cambiare, a chiudere lo scomodo sospeso. Il piano è sempre di logica economica. Dietro alla gratuità può celarsi il bisogno di confermare se stessi, di sentirsi generosi, benevoli, in pace, potenti, superiori, non bisognosi a propria volta, oppure può nascondersi il tentativo subdolo di persuadere, di orientare le scelte di qualcuno, o quello di legare qualcuno a sé. Interessante infatti considerare che questo accade anche con gli affetti, con tutte le conseguenze che conosciamo e le domande lecite che ciò solleva riguardo al valore delle nostre relazioni, alla libertà che circola in esse. Ci si aspetta che torni indietro ciò che abbiamo dato in amore, amicizia, tempo, interesse per l’altro. Il dono però abbiamo detto apre un varco verso l’esterno, esce dalla relazione, ed è generativo di nuove relazioni.

Su questo piano si situa anche il lavoro artistico, l’atto creativo, quando vuole essere dono all’altro.

Sono ambiti questi che appartengono all’umano, a tutti gli uomini, solo che nella loro gratuità sembrano aleggiare al di sopra alla legge pesante, talvolta dura, della necessità, della fatica del vivere, della quotidianità. I regali si fanno per lo più nei momenti di pausa dal lavoro, nelle feste, nelle ricorrenze. Vivendo arte e quotidianità come mondi separati ci inventiamo che sarebbe bello essere degli artisti. I giovani sperano di poterlo essere un giorno, per poi cedere il passo disillusi e cinici alla legge della necessità, oppure al triste e malcelato sentimento di mancanza di senso del proprio agire quotidiano e del proprio lavoro.

L’arte, il gesto creativo, fanno uso della materia, compreso il corpo umano, per liberarli dal giogo della necessità e farli risuonare, vibrare, esprimere in spazi più ampi, liberati dalle leggi dell’utilità, del rendimento, della conservazione. Ciò che li anima è il bisogno di rendere visibile ciò che non lo è, di dirlo con strumenti umani sensibili alla percezione. L’opera artistica quando incontra è come quando un raggio di sole fa brillare i fili di una ragnatela altrimenti invisibili: raggio, ragnatela, sguardo si incontrano in un tempo preciso, che dura un attimo, ma che genera un contatto, un’intima certezza: una connessione tra materia e spirito è avvenuta attraverso chi vede.

L’essere parte di un progetto artistico, ognuno col proprio specifico incarico e impegno, rende possibile la sua realizzazione, come nel caso di Fedeltà alla Terra. Ma se l’evento rientra nella categoria del ‘dono’ il suo buon esito non corrisponde agli applausi che si ricevono, ma al livello di ascolto generale, alle emozioni che circolano, alle occasioni di incontro che si possono generare. L’opera d’arte lontana dal protagonismo, è generativa, muove, proprio per il suo essere appunto ‘dono’. A noi restare svegli e curiosi per vedere nuovi fili di ragnatela brillare e volerli cogliere, anche quando le luci si spengono, anche nei giorni a seguire.

Il significato di un dono, di un gesto creativo, la loro intima forza, risiedono nel loro ‘effetto  disturbo’,  nella loro facoltà di mettere in moto il desiderio di dare a propria volta, liberamente, nei modi propri, a qualcun altro ciò che si è ricevuto, fosse anche solo un sorriso sincero.

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Federica Angriman, psicologa clinico-dinamica, è responsabile del coordinamento didattico e fa parte dell’equipe didattica e clinica del Centro Studi Educativi e Pedagogici Periagogè.