Dalla cultura del sonno alla cultura della veglia

di Silvana Toffali *

Sono molte le riflessioni che emergono dalla lettura degli ultimi articoli di Antonio Ricci. Voglio in particolare agganciarmi all’articolo “Volontà di verità e veglia etica”[1] per dire qualcosa che sento importante sul significato di attesa, pensando soprattutto alle giovani generazioni.

Da qualche anno, in collaborazione con un sacerdote e con altri genitori, m’incontro periodicamente con alcuni ragazzi preadolescenti del mio quartiere. La nostra attività si pone come obiettivo la crescita umana e spirituale dei ragazzi.
Alcuni giorni fa, durante uno di questi incontri, parlavamo del tempo prossimo al Natale. Dicevamo che è un tempo di attesa e come il verbo attendere si possa scomporre etimologicamente in “ad – tendere”, cioè tendere verso qualcosa o qualcuno. Aspettare e, nell’attesa, immaginare l’incontro. Sognare quello che potrebbe avvenire, aspirare.
In fondo è lo stesso stato d’animo di quando si aspetta che nasca un bambino. Mi ricordo quando ero incinta: quanti pensieri, quante emozioni nel prepararmi ad accogliere una nuova vita. Quello che oggi invece rischiamo è di non sapere aspettare più, di perdere la voglia di immaginare, di preparare. L’unica forma di attesa di cui sembriamo capaci pare essere quella ben espressa dal lavoro teatrale di Samuel Beckett, Aspettando Godot. Lì si rappresenta l’attesa di qualcuno che non arriva mai, è un luogo nel tempo dove nulla accade, e nulla si fa perché possa accadere. L’attesa di cui parlo non è il non fare nulla, o l’impaziente illusione che tutto cambi o si risolva magicamente. È un andare incontro appunto, un’attesa vigile, attiva e paziente. Un tempo di maturazione, un tempo che scorre seppur lento e impercettibile. Proprio come faceva Noè (come un nonno molto anziano che pensa ai suoi pronipoti): mentre viveva assieme al suo popolo, mangiava, beveva, faceva tutto quello che si fa quotidianamente, ma nello stesso tempo costruiva il futuro: l’arca. Noè pensava a custodire il mondo, a portarlo in salvo. Talvolta sentiamo di vivere dentro una monotonia del tempo presente, lo scindiamo da un futuro che è sempre domani e che, per questo motivo, non arriva mai; un futuro in cui riporre le nostre speranze.

Diverso è essere consapevoli che il futuro è già dentro a questo presente, a cui solo noi possiamo dar forma, scegliendo i significati che vogliamo dare ad esso. Vivere la quotidianità come unica realtà c’impedisce di coltivare il nostro talento immaginativo, quella capacità di intravedere, di visualizzare ciò che ancora è nascosto, proprio come fa una madre con il figlio in grembo. Alla realtà del nostro presente, come a quella di una giovane vita, alla realtà di tutte le relazioni, possiamo consapevolmente guardare con questo sguardo, come a qualcosa ancora non visibile, ma in maturazione.
È ben diverso dal ricorrere alle illusioni, ansiose, grandiose o pessimiste che siano.

Ho trovato in un  piccolo libro di Enzo Bianchi, dal titolo “Vanagloria e orgoglio – Il rapporto deformato con il fare e con Dio”[2], una riflessione su questo rischio, che prende spunto da queste parole dello scrittore Robert Musil:

“L’abitante di un paese ha almeno nove caratteri: carattere professionale, carattere nazionale, carattere statale, carattere di classe, carattere geografico, carattere sessuale, carattere conscio, carattere inconscio, e forse anche carattere privato; li riunisce tutti in sé, ma essi scompongono lui, ed egli non è in fondo che una piccola conca dilavata da tutti quei rivoli, che v’entran dentro e poi tornano a sgorgarne fuori per riempire assieme ad altri ruscelletti una conca nuova. Perciò ogni abitante della terra ha ancora un decimo carattere, e questo altro non è se non la fantasia passiva degli spazi non riempiti, esso permette all’uomo tutte le cose meno una: prender sul serio ciò che fanno gli altri suoi nove caratteri e ciò che accade di loro; vale a dire, con altre parole, che gli vieta precisamente ciò che lo potrebbe riempire.” [3]

Questo vuol dire vivere e non solo sopravvivere. Non riconoscere e non coltivare il proprio talento immaginativo nel presente è come vivere in una semi-veglia. Il passare dalla cultura del sonno alla cultura della veglia porta ad una responsabilità totale, che Antonio Ricci nel suo articolo indica come coscienza di sé.

* Socia fondatrice e presidente del Centro Studi Educativi Kèleuthos. E’ insegnante di propedeutica Normodinamica, consulente A.R.A.  e membro del comitato direttivo e responsabile della Segreteria Organizzativa e Didattica Periagogè.

 


[1] A. Ricci, Volontà di verità e veglia etica, Blog Manuale Inapplicabile, 2/11/13

[2] E. Bianchi, Vanagloria e orgoglio – Il rapporto deformato con il fare e con Dio, San Paolo, Milano 2012

[3] R. Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi, Torino 1972, vol.I, p. 30