Virginia Woolf “Tre Ghinee”. Il femminile che integra

di Angela Cervera

Siamo dunque giunte al termine dei nostri incontri e molto è stato detto e riflettuto sul tema del femminile.

Ci siamo confrontate con donne molto diverse: a volte ci siamo sentite molto lontane dalla loro personalità, altre volte addirittura inquietate, altre ancora molto toccate dal contatto con le loro esperienze più intime, ma più di tutto ci siamo sorprese a considerare la varietà degli aspetti del femminile: le luci, le ombre, le polarità. Più che mai ora il femminile ci sembra qualcosa di complesso che sfugge ad una definizione univoca e sentiamo il bisogno di giungere ad una integrazione di questi vari aspetti.

Già perché dopo aver conosciuto il rigore di Antigone, la furia di Medea e la capacità di stare negli eventi della Dickinson ora guardiamo a Virginia Woolf col desiderio di capire in che senso questa donna abbia parlato di integrazione. La parola stessa ci rimanda all’esistenza di due parti opposte che, anziché concorrere al predominio, si incontrano in un punto integrando le qualità migliori di entrambi.

E’ evidente a tutte che l’integrazione è l’approdo ideale di un percorso a cui le diverse parti possono pervenire a patto che vi sia un processo di definizione e di differenziazione che porti a chiarire a noi donne quali siano i valori su cui desideriamo fondare il nostro femminile. L’impressione che a volte si ha è che dietro alla mentalità emancipata di molte si nasconda un tentativo di omologazione dei valori maschili, che ci porta più che altro a voler concorrere col maschile per la conquista di schemi di comportamento analoghi che finiscono poi, paradossalmente, per confermare quei valori maschili così tanto avversati.

Dov’è quindi la possibilità di integrare i due aspetti se spesso le pari opportunità si risolvono nella possibilità di essere semplicemente uguali agli uomini?

E’ qui che diventa significativo il contributo di Virginia Woolf. Quasi tutti ne conosciamo il nome perché si tratta di una delle più celebri scrittrici dell’era moderna, pochi l’hanno letta. Non è semplice leggere le sue opere, degno di ammirazione è l’averle lette tutte, perché la sua scrittura è densa, spesso molto vicina a quel mondo inconscio che sfugge facilmente alla comprensione razionale; difficile seguirla perché leggerla significa accettare di entrare in un mondo intimo in cui ciò che viene detto risulta essere il frutto di una ricerca in atto in un territorio spesso al limite della follia. Virginia visse per tutta la vita a stretto contatto con la malattia mentale, limite doloroso ma anche condizione essenziale per la sua arte.

Ma fu proprio alla fine della sua esistenza, negli anni tra il 1936 e 1938, che Virginia, con grande sacrificio, decise di scrivere alcuni saggi per contribuire a ciò che lei definiva essere una necessità a cui nessuno poteva sottrarsi: quella di combattere con ogni mezzo l’avanzare del totalitarismo e di un’epoca che, se oggi con prospettiva storica possiamo definire limitata a poco più di un ventennio, appariva invece, al tempo, ai più come un’epoca buia senza ritorno.

Dopo questa premessa colgo gli sguardi un po’ incerti delle mie compagne. Questo incontro sembra avere un tono diverso: che relazione c’è tra totalitarismo e femminile? Cosa c’entra l’integrazione?

Sento dunque la necessità di spiegare che è più difficile affrontare un saggio che una poesia o una storia come quelle precedenti. Il saggio impone fin da subito una consistenza di concetti diversa, non diluita attraverso la metafora, né evocativa come quella di un verso poetico, richiede la volontà di affondare nella sistematicità del ragionamento. Inevitabilmente i testi che propongo sono passaggi tratti da un discorso più articolato, ma che risultano egualmente interessanti.

Nello scrivere Tre Ghinee, la Woolf immagina di rispondere ad un gentiluomo che le chiede di contribuire alla lotta contro la guerra con una donazione di tre ghinee appunto. L’autrice approfitta di questa ipotetica circostanza per affrontare un’analisi sistematica di quella che è la condizione femminile del tempo e dei valori che sottostanno al modello di una società che, come dimostrerà con la sua analisi, rispondono alla cultura di un mondo tipicamente maschile. Nel rispondere afferma, infatti, che è difficile lottare contro la guerra contribuendo con tre ghinee proprio alla conferma di quei valori che quella guerra l’hanno provocata.

Ne approfitta dunque per porsi seriamente il problema di che cosa le donne possono realmente fare per ostacolare il tragico corso degli eventi. Ella parte dichiarando che tra i due sessi esiste una innegabile diversità di mente e corpo: sia dunque di tipo fisiologico che culturale, dovuta fondamentalmente ad una diversa educazione e tradizione, ma afferma che è necessario chiarire i termini di tale diversità per scoprire esattamente in che modo, in virtù di questa, sia possibile per le donne venire in aiuto:

«L’aiuto che vi possiamo dare sarà diverso e forse appunto per la sua diversità potrà avere qualche valore. Pertanto, (…) può valere la pena di scoprire in cosa esattamente consista tale diversità, perché allora può darsi che si scopra in cosa consiste l’aiuto che vi possiamo dare». [1]

Ci guardiamo, è interessante, in un epoca in cui molti diritti per noi donne dovevano ancora essere scritti, lei tiene a marcare una differenza, invitando le donne ad un punto di vista separato, che faccia della differenza un fattore positivo di trasformazione attraverso l’inclusione. Le donne devono dunque impegnarsi sul terreno del confronto senza averne paura, ma soprattutto, senza prestare il fianco alle lusinghe di una cultura che le vuole attive solo in certi ambiti e in un certo modo. Non si può fare a meno di notare che tale invito inchioda però anche le donne ad una responsabilità verso se stesse: quella di essere lucide, vigili e, soprattutto, consapevoli della necessità di doversi costruire un pensiero autonomo, un punto di vista diverso sulle cose  attraverso gli strumenti dell’educazione e della cultura. La necessità di formarsi in questo senso viene indicata dalla scrittrice come il principio di fondo di qualsiasi auspicabile cambiamento.

E’ infatti nell’educazione, nella cultura e nell’istruzione che, secondo l’autrice, risiedono i valori propri del femminile che contrastano nettamente con la scelta della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie e dei conflitti considerati soluzioni più aderenti ad un punto di vista maschile.

Qualcuno a queste parole sorride e ricorda come nelle nostre scuole vi lavori una grande maggioranza di donne quasi a sottolineare che la presenza maschile sia limitata dal fatto che mediamente il vissuto di un insegnante uomo rispetto alla professione sia spesso sentito come fallimentare. Questo genera, a suo avviso, una presenza maschile fiacca e un eccesso di presenza femminile. Non vi è integrazione dunque, non vi è quella sana e produttiva presenza di uno spirito educativo che sappia accogliere, ma anche indirizzare con fermezza: in una parola non v’è integrazione e inclusione delle differenze.  E’ una riflessione che trovo molto interessante perché in una scuola così concepita si rischia di attribuire al femminile un ruolo di maternage fin troppo nocivo che finisce spesso per avallare schemi educativi dominanti più facilmente assimilabili ad una logica maschile, piuttosto che sostenere un punto di vista diverso.

Qui infatti ci viene in aiuto la Woolf che si pone la questione di come dovrebbe essere organizzata la cultura e l’istruzione secondo i nuovi principi femminili:

«(…) e cosa poi si dovrà insegnare nel college nuovo, nel college povero? Certo non l’arte di dominare sugli altri; non l’arte di governare, di uccidere, di accumulare terra e capitale.  (…) nel college povero si dovranno insegnate le arti che si possono insegnare con poca spesa e che possono essere esercitate da gente povera. La medicina, la musica, la pittura, la letteratura. E l’arte dei rapporti umani; l’arte di comprendere la vita e la mente degli altri, insieme alle arti minori che le completano: l’arte di conversare, di vestire, di cucinare. Lo scopo del nuovo college (…) dovrebbe essere non di segregare e di specializzare, ma di integrare. Dovrà inventare dei modi per far lavorare insieme la mente e il corpo, scoprire da quali nuove combinazioni possono nascere unità che rendono buone la vita umana. E gli insegnanti saranno scelti tra coloro che sono buoni a vivere oltre che a pensare».[2]

In queste parole la Woolf sembra dunque individuare in quell’eccesso di intelligenza che separa e specializza il limite dell’approccio maschile e nella capacità intuitiva che unisce e integra un approccio più propriamente femminile. Dalla lettura del suo saggio emerge anche che l’attitudine all’integrazione, lungi dall’essere una spontanea espressione di femminilità, è invece il frutto di una chiara decisione, che deve essere sostenuta in modo consapevole attraverso un esperimento di passività. Le donne, infatti, sosterranno questo nuovo punto di vista operando in contesti che rifuggono l’ostentazione sociale, governata dai valori dell’orgoglio e della competizione, proprio per non avallare due valori tipicamente maschili.

L’esperimento passivo invita le donne a operare in ambito familiare ad esempio, e si rivela estremamente attivo nel gesto quotidiano, semplice, apparentemente piccolo di lottare per la propria formazione, per il formarsi del proprio pensiero. In un atteggiamento tutt’altro che dimesso l’autrice segnala la necessità di una lucida consapevolezza dei valori che si stanno difendendo, di un’aderenza tra pensiero e azione quotidiana, della difesa di pensieri e azioni minori, perpetrati coraggiosamente e con sacrificio. Sì, perché è così che il pensiero femminile riuscirà a modificare le cose per davvero evitando l’uso della violenza così cara al mondo maschile. Questa è naturalmente l’opinione di una donna del secolo scorso, ma a noi sembra comunque estremamente interessante proprio oggi che un certo tipo di cultura dominante insegna alle giovani donne che in fondo basta essere belle ed esuberanti per avere successo.

Riemergono vecchie domande della prima ora: ma se gli uomini sono figli delle donne, come si spiegano certe violenze e certi abusi? V’è una responsabilità delle donne in questo senso? E’ davvero così ovvio attribuire alla mentalità vigente e alle invisibili regole sociali la grande responsabilità di tutto questo?

La riflessione ci tocca da vicino: abbiamo quasi tutte una famiglia, dei figli, e figli maschi. Quale immagine di femminile offro a mia figlia o a mio figlio? E’ una domanda che un po’ inquieta: tutte diciamo di fare ben più che nutrirli e vestirli, ma in cosa, ognuna per sé può dire scientemente di fare la differenza?

Come sempre le domande lasciano sui volti un’espressione di stupore e smarrimento.

Ci rivolgiamo ancora a Virginia curiose delle sue parole. Qualche pagina più avanti, infatti, Virginia si fa più chiara a proposito della condotta così detta passiva delle donne.

Ella invitava le donne a fondare la Società delle Estranee, identificabile in una società di donne che con vigore e coraggio si dimostrasse semplicemente indifferente al successo o al fallimento di azioni che confermassero il principio maschile della scelta della guerra come mezzo per la risoluzione dei contrasti. Invitava a non collaborare con la guerra rifiutando di produrre munizioni o anche solo di cucire divise. Esortava a dimostrarsi indifferente nei confronti delle vittorie e delle sconfitte, invitava, insomma, ad una condotta rigorosa che non cedesse a facili sentimentalismi, né fosse solo frutto di un atteggiamento istintivo perché consono, per la cultura dell’epoca, ad un animo più tenero. La Woolf rivendicava la necessità di fondare il proprio comportamento sulla ragione, ovvero sull’esercizio di una intelligenza peculiare, quella femminile appunto, in grado di coniugare capacità di comprensione e determinazione, ma soprattutto, in grado di dar seguito ad azioni concrete e precise:

 «(…) il tipo di associazione che le figlie degli uomini colti potrebbero fondare (…) la si potrà chiamare la Società delle Estranee. (…) il loro primo dovere (…) sarà di non combattere mai con le armi (…) inoltre si rifiuteranno (…) di fabbricare munizioni o di fare le infermiere. Si tratta (…) di non incitare i fratelli a combattere (…) bensì di mantenere un atteggiamento di totale indifferenza. (…) ma l’Estranea si deve sforzare di fondare la sua indifferenza non sull’istinto soltanto, ma sulla ragione (…) essa si chiederà ad esempio: “Cosa significa per me l’espressione il nostro paese? (…) e da quella indifferenza dovranno scaturire certe azioni».[3]

La condotta che viene evocata è paragonabile a quella di una persona dotata di disciplina, in grado di vigilare per conservare la fedeltà a se stessa. Le donne vengono dunque esortate ad essere indipendenti economicamente, a coltivare per sé sapere e cultura, perché è da questi presupposti che nascono l’autorevolezza e l’efficacia delle azioni concrete. Parla in sostanza di qualcosa di nuovo da lei definito castità della mente. L’affermazione del femminile deve cioè farsi strada attraverso modalità che lei individua essere in alternativa a quella maschile e che dunque rappresenta l’essenza del contributo che le donne sono in grado di dare:

«(…) Cioè, guadagnare abbastanza da non dipendere da nessun altro essere umano e poter comprare quel minimo di salute, di tempo, di sapere e così via che occorre per sviluppare appieno il corpo e la mente. Ma nulla di più. Non un centesimo di più. Per castità s’intende che quando con il vostro lavoro vi sarete assicurate quanto basta per vivere, dovrete rifiutarvi di vendere il vostro cervello per denaro. (…) s’intende che dovrete rifiutare tutto ciò che serve a far pubblicità al merito, perchè il ridicolo, l’oscurità e la dispapprovazione sono preferibili, per ragioni psicologiche, alla fama e alla lode.(…) lei vuole sapere quali sono i fittizzi legami di fedeltà che dobbiamo disprezzare e quali invece quelli veri, che dobbiamo onorare?
Pensi alla distinzione che fa Antigone tra le leggi e la Legge». [4]

Ci guardiamo e ripensiamo ad Antigone. E‘vero, è a quel rigore che Virginia ci chiama ieri come oggi.

Osservo le mie compagne e le vedo stanche, ho l’impressione che manchi qualcosa: una risposta. Sembra che dopo tutto la questione su cosa sia il femminile e come lo si possa integrare sia ancora rimasta inevasa. In effetti, faccio notare, che  una risposta definitiva non c’è. Esistono solo interrogativi e questioni che possono essere poste seriamente e che, alimentando ulteriori domande, sono in grado di costruire una intenzione, una volontà di integrazione.

Questa volontà era già presente all’epoca in cui Virginia, soffrendo, si poneva tali quesiti. Era palese nell’opera di persone, in questo caso uomini, con cui lei probabilmente non venne mai in contatto e che ad esempio portavano il nome di Dietrich Bonhoeffer e Renato Guardini.

Volontà oggi presente all’interno della nostra costituzione quando nell’articolo undici si afferma che il nostro paese rifiuta la guerra come strumento di risoluzione delle controversie.

La volontà di integrazione porta i suoi frutti lentamente e necessita di un impegno quotidiano e rigoroso. Con una certa soddisfazione sottolineo che il contributo sul femminile passa anche attraverso i nostri incontri che hanno voluto, come voleva Virgina, integrare mente e corpo, idee e esperienza di vita. Un’azione concreta, piccola, perfettamente inutile, ma significativa, consapevoli del fatto che l’integrazione è una tela che va tessuta con pazienza il cui risultato va ben oltre noi.

Ci lasciamo quindi con un augurio che ha il sapore di una dichiarazione di intenti:

« Perchè cadaveri e macerie saranno il nostro destino se voi, nell’immensità delle vostre astrazioni pubbliche, dimenticherete l’immagine privata , e se noi, nell’intensità delle nostre emozioni private, dimenticheremo il mondo pubblico. (…) entrambi siamo decici a fare il possibile (…) voi con i vostri metodi noi con i nostri. E poichè samo diversi, i nostri modi saranno diversi. (…) il modo migliore di aiutarvi a prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e di seguire i vostri metodi, ma di trovare nuove parole e inventare nuovi metodi. Non è di entrare nella vostra associazione, ma di rimanere fuori pur condividendone il fine. E il fine è il medesimo: affermare il diritto di tutti- di tutti gli uomini e di tutte le donne- a vedere rispettati nella propria persona i grandi principi della Giustizia, dell’Uguaglianza e della Libertà». [5]

Ringrazio di cuore Donatella, Loretta, Teresa, Catia, Laura B., Laura, Ylenia, Carla e Anna per averci regalato il piacere di una conversazione intelligente:

«Nessuna fretta, nessun bisogno di scintillare. Nessun bisogno di essere altro che se stessi. »[6]

[1] V. Woolf, Tre Ghinee, Feltrinelli, Milano, 2013, p. 39

[2] Op. cit.: p.57-58

[3] Op. cit. p. 144-46

[4] Op. cit. p. 113-15

[5] Op. cit. p.186-88

[6] V. Woolf, Una stanza tutta per sé, Feltrinelli, Milano, 2013, p. 42.