Medea. Il femminile che odia

di Angela Cervera *

Premessa
a cura della redazione

Continuiamo la pubblicazione degli articoli di Angela Cervera, sui cinque seminari dal titolo “Conversazioni sul femminile” che l’Associazione Kairós. Liberare il tempo, appartenente alla rete della scuola Periagogè, ha organizzato a Schio (VI) nei mesi scorsi.

Dopo l’appuntamento con Antigone e il femminile che ama, in questo articolo si parla di Medea e del femminile che odia a cui seguiranno gli articoli sugli altri temi e  sulle scrittrici – Emily Dickinson e Virginia Wolff – che sono state protagoniste dei momenti di discussione e confronto con le donne che hanno partecipato alle “Conversazioni sul femminile”.

Medea. Il femminile che odia.

Eccola Medea. Arriva dal mare con il suo compagno Giasone e i suoi due figli, sono diretti a Corinto, sono profughi.
Molte di noi non conoscono bene la sua storia, ricordano che il suo nome è associato per tradizione a una violenza inaudita: ha ucciso i figli per vendetta. L’idea che arrivi su una nave come profuga ci rende curiosi. Il pensiero va ai migliaia di profughi dei nostri giorni, ma lo smarrimento espresso dai loro volti male si accosta alle tinte fosche  con cui la tradizione dipinge questa donna.

La sua storia è iscritta nel nome che porta: Medea significa strega, Era e Afrodite hanno deciso che debba innamorarsi di Giasone e aiutarlo nell’impresa di rubare il vello d’oro. Per fare ciò Medea usa tutti gli artifici e la magia  di cui è a conoscenza anche a costo di distruggere suo padre e l’intera sua famiglia di origine. Dopo aver vinto il drago che custodiva il vello e ingannato suo padre, fugge con Giasone e suo fratello minore. Per guadagnare terreno sul padre che la insegue non esita a uccidere e fare a pezzi il corpo di suo fratello. Sconvolto dal dolore il padre ferma l’inseguimento per ricomporre i resti del corpo del giovane: Medea e Giasone al momento sono salvi. Altre vicissitudini la vedranno ancora al fianco di Giasone macchiarsi di delitti atroci, ancora una volta per consentire il viaggio e portarsi in salvo. Arrivata a Corinto Medea è una donna che non ha più niente da perdere e che  ha fatto terra bruciata dietro di sé.
Euripide lascia presagire al lettore la tragedia che incombe. Attraverso il dialogo tra la nutrice e il pedagogo si avverte che qualcosa di furioso e tremendo sta per manifestarsi, come il rombo di una tempesta che si avvicina.

Leggiamo il testo: Medea e Giasone stanno litigando: Giasone spiega le ragioni per cui ha deciso di sposare la giovane figlia del re di Corinto,  il matrimonio non lo porrebbe più nella condizione di profugo, ma gli darebbe il potere e l’agiatezza necessari per regalare una vita tranquilla e dignitosa a Medea e ai loro due figli. Egli insiste nel ricordare a Medea come, nella loro situazione, non possano permettersi di   rinunciare a questa opportunità, che si tratta soprattutto di una scelta pragmatica, di buon senso, che con i suoi reali sentimenti non ha nulla a che fare.

E’ inevitabile, siamo tutte donne e contro Giasone si erge un muro di disprezzo. Altro che scelta pragmatica, è il solito discorso che conviene agli uomini, il solito buon senso che maschera la pura convenienza.  Medea  nella sua furia fa presente a Giasone che è solo grazie a lei che lui può dirsi ancora vivo, grazie a lei che ha ucciso per lui, rinunciato a ciò che aveva di più caro, facendo attorno a sé terra bruciata. Ci pensiamo… caspita questa donna ha letteralmente sacrificato tutto e ora viene messa da parte, non serve più.

Servono una seconda lettura e un po’ di raccoglimento  per andare oltre le prime emozioni. Qualcuno comincia a comprendere che il dialogo è complesso e pieno di sfaccettature. E’ difficile capire dove è il torto e dove è la ragione. Le parole di Medea sono caustiche, lasciano intravedere una determinazione estrema che però, ad una lettura più attenta,  sembra poggiare su un’enorme fragilità: il bisogno di essere riconosciuta sempre e ovunque. Sì, è vero, ha giurato amore eterno, è stata coerente e fedele, ma questo le consente di ricattare continuamente Giasone. Sembra quasi che il fatto di essere stata capace di tanta abnegazione la metta nella posizione di una intoccabile, in fondo, qualsiasi cosa Giasone faccia non potrà mai estinguere il debito che ha con lei.

Emerge la questione dell’identità. Con passione alcune di noi fanno una connessione importante: Medea non ha un’identità definita, vive in una costante confusione che  non le permette di distinguere i confini della sua persona da quella degli altri. La relazione con l’altro da sé in realtà non esiste, perché gli altri sono semplicemente un’estensione della sua persona. In questo modo non è neanche  in grado di concepire l’idea che ci possa essere un punto di vista diverso dal suo: tutto è Io, Mio. Lei è in assoluto la cosa più importante, gli altri esistono per  rimandarle l’immagine di ciò che lei crede di essere. In effetti non può capire il ragionamento di Giasone perché non è in grado di concepire un punto di vista diverso dal suo.

Quindi, pensiamo, cosa vuol dire possedere un’identità? Qualcuno ricorda un esercizio eseguito prima dell’inizio della nostra discussione: bisognava tentare di rimanere in equilibrio nonostante qualcuno ti spingesse in direzioni diverse. Viene d’istinto ricordare un’esperienza del corpo: rimani in equilibrio solo se in qualche modo accetti la spinta e sostieni il fastidio che ne deriva, rimani in equilibrio solo se rinunci ad essere rigido. Medea non riesce a sostenere lo squilibrio, non se lo concede pena la perdita della sua posizione di intoccabile.

Rimane il fatto che l’energia delle sue parole  è davvero potente, il suo sentimento di donna tradita tocca chi legge. Nel litigio tra i due c’è qualcosa che tutte noi sentiamo essere familiare: lei fa le proprie affermazioni  partendo dalle ragioni del sentimento, lui fa poggiare le sue affermazioni sul buon senso e sulla ragione . Ancora una volta il mondo delle emozioni  e quello razionale a confronto.

Ma è davvero così? Abbiamo davvero individuato un elemento tipicamente femminile? Forse no, perché qualcuno di noi  ricorda  gli innumerevoli casi di donne uccise da mariti e fidanzati di cui ci narrano le cronache. Tutto ciò che abbiamo detto  fin qui  di Medea sembra potersi adattare perfettamente a questi uomini incapaci di incassare un rifiuto, di sostenere un momento di crisi, così intimamente convinti che la colpa della propria condizione sia sempre attribuibile a qualcun altro.
Ancora una volta comprendiamo che farsi delle domande spesso porta ad entrare in contatto con la complessità e che questa, lungi dall’essere un esperienza occasionale, è la sostanza stessa delle cose.

Eppure qualcosa di specificatamente femminile c’è: sentiamo che è vera  l’importanza del mondo dei  sentimenti, in particolare l’amore nel senso più ampio del termine è alla base del nostro punto di vista sulle cose. Riconosciamo che gli uomini hanno per natura un approccio più pragmatico.

Siamo quindi anche più disponibili a voler capire meglio le ragioni di Giasone. Il suo è un approccio sensato, razionale, valuta l’opportunità dei comportamenti e degli affetti, non si lascia travolgere. In fondo forse anche lui qualche ragione ce l’ha. Fa il meglio che può per proteggere la sua famiglia da una posizione scomoda e svantaggiata. Cosa faremmo noi al suo posto?

Medea però lo odia e decide di vendicarsi : ucciderà la giovane sposa e, non contenta, leverà la mano contro i suoi figli pur di distruggere fino in fondo l’uomo che l’ha tradita. Perché è di tradimento e di odio che si sta parlando.  Ma che rapporto abbiamo noi con il furore e l’odio? Certo, nessuna di noi ha mai pensato di uccidere i propri figli, ma forse neanche questo è così scontato. Anche in questo caso abbiamo esempi di donne disperate che sono state capaci di farlo. Ci sentiamo inquietate, riflettiamo meglio e qualcuno dichiara con coraggio che ha fatto pensieri di vendetta nella sua vita, confessando che forse proprio il fatto di averci pensato le ha impedito di agire per davvero. Quando ci si sente colpiti, umiliati, traditi la tentazione è forte, è una forza che  tira giù, e che sorprendentemente provoca piacere, perché fa sentire estremamente  potenti. Per non agire la tentazione, nel nostro caso la vendetta, dobbiamo fare appello ad una volontà e questo ci conduce nella sfera etica. Rinunciare alla pulsione, assumersene la responsabilità è ciò che ci distingue dall’animale. Chi  decide per la tentazione si proietta al di là di un confine oltre il quale non c’è ritorno.

Gli occhi di qualcuno di noi sono assorti in un pensiero che prende improvvisamente forma: che senso ha questo mondo tragico in cui le colpe dei padri vengono pagate dalle generazioni dei figli? Quale libertà ha, in realtà,  Medea? Non era già stato tutto deciso da Era e Afrodite? Che possibilità ha avuto di agire liberamente? Qual è il rapporto tra Libertà e Destino?

Bella domanda. Cosa possiamo effettivamente decidere della nostra vita quando non ci scegliamo né i genitori, né la cultura, né l’ambiente sociale in cui veniamo al mondo? Come ci si può sentire liberi se molto è già stato deciso senza di noi?

Ritorniamo al testo: Medea è disperata e al culmine della sua ira. Si rivolge ai due figli lamentando l’inutilità di tutti i suoi sforzi per farli crescere e vivere felici. Il discorso dura poco, ben presto si rivolge ancora a se stessa definendosi sciagurata per essere chiamata ad un delitto così grande, ma ecco che sopraggiunge un momento di debolezza, qualcosa si fa spazio in quel lamento auto compiaciuto: il vero dolore per quegli innocenti, la certezza di sbagliare, il pensiero sensato di portarli semplicemente via con sé. Dura pochi secondi, poi l’idea di venir derisa per la propria debolezza prevale, la decisione è presa.

E’ quindi davvero è già  tutto deciso? Medea ha avuto la sua occasione,  ma non ha voluto dare ascolto a quel momento in cui ha fatto spazio a qualcosa di diverso. Mai avrebbe potuto rimediare al fallimento della sua relazione con Giasone, nè avrebbe potuto cambiare molto della sua vita passata, ma nello spazio ristretto di quello sgomento avrebbe potuto ritagliarsi il suo momento di libertà.

Forse la libertà di scelta non esiste in assoluto. Ci piace sempre pensare le cose in termini assoluti, dà l’idea di qualcosa di unico e di grande, ma la realtà è che siamo effettivamente liberi di intervenire solo su ciò che è davvero in nostro potere cambiare.  Questo è più difficile perché ci obbliga a vigilare.

Lasciamo Medea al suo destino. C’è un silenzio assorto e pieno, molto è stato detto e abbiamo bisogno di lasciare che le cose si depositino. C’è una sana voglia di tornare a casa e alle nostre relazioni… fino al prossimo appuntamento.

La furia di Medea di Delacroix
La furia di Medea di Delacroix

(*)
Angela Cervera, insegna lingua e letteratura Inglese presso il Liceo delle Scienze Umane “Martini” di Schio (VI). Fa parte dell’equipe insegnanti del Centro Studi Educativi e Pedagogici Periagogè e del Coordinamento Documentazione e Edizioni Periagogè.