Consapevolezza personale e sviluppo delle risorse umane

di Fabiana D'Onofrio

Da qualche anno mi sono avvicinata alla pratica del Tejas Yana, “via della lama affilata”, disciplina inserita tra le attività del Centro Studi Periagogè [1], che ha lo scopo di fornire un concreto terreno d’esperienza all’interno del quale è possibile scoprire diverse modalità relazionali e nuovi approcci alla dimensione conflittuale. Fine ultimo la ricerca di autonomia nella relazione.

Ho iniziato a praticare spinta dalla curiosità. Non ho mai posto distinzioni nette tra la mia vita e il mio lavoro. Da 20 anni mi occupo di sviluppo delle risorse umane e ho sempre considerato la mia professione come parte integrante della mia esistenza. Nell’approcciare questa pratica ho colto immediatamente i significati e le connessioni con i diversi aspetti legati alla relazione, al conflitto, alla presenza consapevole, alla leadership. Mi sorprendo continuamente di come questa pratica apra degli spazi di conoscenza di sé in modo immediato e concreto, permettendo di toccare con mano le tante cose studiate, apprese e insegnate negli anni, relative alla relazione e alle sue regole.

Essere centrati, ben saldi e contemporaneamente rimanere aperti per permettere alla relazione di esprimersi. Tentare ogni volta di agire e di scegliere, anche in presenza di forze interne che richiamano ad una reazione automatica. Incuriosirsi di se stessi, con atteggiamento neutrale senza rinunciare ad andare oltre il propri limiti, cercando attraverso impegno e forza d’animo, un equilibrio più alto.

In questo contesto di apprendimento si parte dal corpo. Lo studio avviene sull’esperienza concreta. Attraverso un’azione è possibile confrontarsi con i propri limiti e le proprie risorse, con dei dati di fatto rappresentati dal nostro agire e in questo modo si può guardare a se stessi e agli altri in modo reale, senza finzioni. Vivere concretamente il senso della responsabilità individuale all’interno di una relazione. Fare bene il proprio lavoro anche per permettere all’altro di fare bene il suo.

Nell’esecuzione dei kendo kata ricerchiamo ogni volta, nello stesso gesto, una presenza vera, una relazione e un incontro. In questa pratica c’è un’insidia. Poiché i movimenti sono codificati, ognuno dei due partner sa cosa farà l’altro in risposta al suo gesto, accade di lasciarsi andare ad un automatismo. Lo scopo, tra gli altri, è quello di mantenere la concentrazione su quello che c’è e non su quello che sappiamo ci sarà. L’attenzione rivolta contemporaneamente a se stesso e all’altro, in ascolto di quel segnale appena percettibile che autorizza il colpo e che apre uno spazio di incontro. Lavorare allora per eliminare ogni gesto inutile, ogni scoria, ogni rumore, per avvicinarsi sempre di più a quell’unicità e verità di intenti. Avvertire l’errore, proseguire includendolo nella sequenza con la voglia di riprovare ancora senza noia, spostando ogni volta l’attenzione sul respiro, sulla distanza, sul colpo, sul kiai [2] per poi tentare di tenere tutto unito, compresa la voglia di andare avanti nonostante la difficoltà, vissuta per la prima volta come vera opportunità di crescita.

Personalmente vivo la mia condizione di principiante di questa arte come un beneficio, dando valore alle tante cose da scoprire e conquiste da fare. Il piacere e il privilegio, in un’età di vita adulta, di sorprendermi e aprirmi alle esperienze senza fretta, dove tutto intorno sembra essere urgente.

Ora, quando entro nel mondo delle aziende dove vige il mito della prestazione rapida e veloce, dove sempre di più incontro persone in ruoli manageriali carenti di quella tenuta emotiva necessaria per una presenza equilibrata, dove lo spazio per la riflessione tende a ridursi, dove l’errore viene colpevolizzato anziché usato, non posso fare a meno di essere colpita dal senso della contraddizione. Manager in posizioni di rilievo, che hanno smesso di porsi il problema dell’apprendimento. Persone che occupano da tanti anni ruoli di staff, con delle buone competenze tecniche, disamorate del loro lavoro, preda della ruotine, annoiati dagli stessi ‘gesti professionali’ ripetuti all’infinito, ormai vuoti di senso.
Quello che imparo durante la pratica è che più si sale di livello più l’impegno riguardo a se stessi e agli altri aumenta. Certi errori non sono più ammessi. L’allievo va agevolato nel suo sviluppo e in questo processo l’insegnante ha un ruolo di responsabilità importante.
Mi chiedo quale connessione ci sia tra il ruolo dell’insegnante e quello del manager, tra allievo e collaboratore.

Chi è un insegnante?

“Qualcuno che cerca coerenza tra idea e vita e la cui umanità è integra, Ciò che importa infatti è il suo sapere e sapere di essere, che viene prima di ogni fare e sapere di fare, prima di ogni competenza tecnica, conoscenza culturale e preparazione operativa. Chi vuole occuparsi di altri deve innanzi tutto e seriamente occuparsi di se stesso, perciò il suo processo formativo non potrà prevedere strade brevi, risultati certi e scorciatoie. (…) Ciò significa essere capaci di stare nella relazione con attenta presenza, attenti a quanto in essa accade sia a se stessi sia all’altro, significa essere capaci di sentire, di entrare in contatto con l’altro e di comprendere i suoi punti di vista, bisogni e richieste. E’ una condizione di apertura indispensabile per ampliare nello studente, la disponibilità emotiva e mentale ad accogliere, includere e comprendere più differenze, più mondo.[3]

Chi dovrebbe essere un manager? Non mi sembra troppo ardito, seppur con le dovute differenze, rintracciare delle comunanze tra le due figure.

“L’insegnante, nel rapporto con l’allievo, deve farsi più grande ma non deve fare più piccolo l’altro”. Questa frase pronunciata dal mio insegnante mi ha aperto un mondo riguardo al tema della responsabilità e non posso più fare a meno di pensare a questo princìpio quando inevitabilmente lo vedo calpestato da logiche di potere.

Nei contesti organizzativi si parla da tempo di eustress, riferito a quella condizione di impegno positivo, dove la motivazione viene mantenuta viva insieme alla fatica che lo sforzo comporta. Quando l’impegno viene ripagato da un sentimento di soddisfazione. Se accade questo, con buona probabilità siamo stati in grado di rimanere collegati al senso del nostro agire. Forse siamo in contatto con un capo capace di ascolto, che per primo non ha smesso di imparare. Siamo capaci di utilizzare l’errore per progredire, in grado di accettare il conflitto come un ponte per lo sviluppo.

Mi sembra così di cogliere che due contesti che per lungo tempo sono stati distanti, l’area delle psicoterapie intese come percorsi di crescita personale e la formazione comportamentale, siano in avvicinamento attraverso una possibile sintesi che valorizza il meglio di entrambi gli approcci. Da una parte la profondità di analisi e dall’altra la praticità del metodo. Mi auguro che la consulenza possa continuare ad impegnarsi per dare delle risposte evolute alla necessità di sviluppo delle risorse umane nelle organizzazioni, pensando a dei percorsi che, tenendo conto del tessuto nel quale vengono calati, esprimano coraggio e un reale desiderio di lasciare una traccia nel cuore delle persone.


[2]Letteralmente “unione di corpo e energia” che si esprime attraverso il suono potente della voce, che accompagna i momenti topici di un kata o di un combattimento.

[3] Antonio Ricci, Ogni vita reale è incontro, Ed. Periagogè, 2009, p. 15.