Fedeltà alla terra Riflessioni a margine dell’evento

Foto di scena del corto "Il dono. Giuseppe Buggea. ©Piero Tauro
di Angela Cervera *

Si sente spesso dire che l’importante è partecipare. Quasi sempre la frase mi irrita, in particolare quando chi la pronuncia  mira a voler  rendere accettabile, passabile ciò che invece è semplicemente mediocre. Sono convinta ,invece, che il vero  modo di partecipare debba includere il senso e la volontà di vittoria perché questo significa dare valore alle proprie azioni e a ciò che si sente come profondamente vero.

Collaborare alla preparazione del reading di questo evento ha significato molto più che leggere bene frasi eloquenti di autori autorevoli. Scegliere, selezionare  parole e testi è stato un lavoro che mi ha letteralmente abitato per settimane. Al pari di qualsiasi gestazione si è trattato di un vero e proprio processo da cui è emerso un filo, un dialogo, uno scambio tra voci di autori dalle caratteristiche molto diverse, appartenenti  a culture differenti, la maggior parte dei quali hanno vissuto e composto le loro opere senza mai incontrarsi. Abbiamo voluto quindi farli dialogare su temi relativi alla natura umana, sulla fede, sul difficile e complesso rapporto con la vita reale e con gli uomini a partire dalla loro dolorosa e sincera esperienza. Nel comporre questo dialogo virtuale ognuno ha avuto la possibilità di entrare e di far emergere  il  senso profondo di ciò che stava facendo, di esprimere una  partecipazione qualificata: la selezione di brani e di autori impone a chi lo fa di prendere una decisione, di manifestare la propria posizione, rendendola visibile agli occhi di tutti.
Direi che l’implicazione va anche oltre nel momento in cui chi si occupa della selezione si occupa anche della lettura. Ho imparato che leggere non significa solo scandire bene le parole, tenere un volume di voce adeguato e possedere una buona dizione, leggere vuol dire soprattutto ricercare dentro di sé quella esperienza profondamente personale che ti permette di  sostenere quella malinconia, quella tristezza, quella disperazione, quella gioia. Non è scontato che chi sappia leggere sia disposto a farlo: ci si sente fragili, timidi ed esposti nella propria intimità. Le parole ti afferrano, la lingua in cui si esprimono ti attraversa e sollecita il corpo in modo diverso, la voce e il tono cambiano e ci si sente vulnerabili. Ecco dunque per me il senso del dono. Leggere è un modo di donare se stessi e un vero dono non è mai  privo di sacrificio. Ma questo stridore è ciò che genera creatività, che è anche  il modo migliore  di prendere posizione, di far fede al senso di responsabilità senza voler  prevaricare, rifiutando ogni violenza, ma che conserva limpidi il vigore e la volontà di vittoria.
V’è  dunque qualcosa di straordinario nel fatto che autori come Bonhoeffer, Cioran, Dickinson, Hillesum, Ebner ed altri  non siano mai venuti in contatto, qualcosa che non può sfuggire. Ci si rende conto che esiste un pensiero, una sensibilità, un’attenzione per l’umano che è sovra personale e che vive malgrado noi.
Leggere quelle parole e farlo con la miglior passione ha significato per me testimoniare la mia posizione a riguardo, dare un minimo contributo nel promuovere, in un mondo in cui tutto viene così brutalmente semplificato, l’amore per la complessità.
La visione del cortometraggio ha rappresentato infine il momento in cui tutto il trasporto, l’emozione e la passione hanno avuto modo di esprimersi raggiungendo il culmine. Per fortuna quando non è più possibile esprimersi con le parole subentrano altri linguaggi, più evocativi, capaci di risvegliare e aprire il cuore. Molte persone mi hanno chiesto quale significato avesse o se la loro interpretazione fosse quella giusta. Ricordo di essermi sentita vagamente impacciata nel non saper rispondere, nel desiderio di far loro comprendere che tutto questo non era necessario. Il fatto che ricercassero una risposta in questo senso mi diceva che il cortometraggio aveva centrato la questione, aveva aperto, inquietato, scosso la loro anima. Quando si assiste a quel tipo di immagini  ci si può sentire spiazzati, emozionati e un po’ inquietati per il fatto, forse, di non aver subito una parola che riempia il vuoto che si è creato.

Ho molto apprezzato quel vuoto che ha caldamente accolto quel senso di commozione che mi pervade ogni volta che vedo toccare la vita in profondità e ne vedo emergere bellezza e leggerezza insieme. Questo è il dono che la vita mi può fare: essere in grado di lasciare per tempo intravedendo negli eventi quella speciale provvidenza di cui parla Shakespeare. In quel per tempo c’è per me tutto il rischio di andar perduta, di un’occasione mancata, dello spreco di una vita. Di qui l’esigenza di  rimanere sveglia, vigile,  svelare il senso di ciò che mi accade per poi un giorno poter lasciare  per tempo.

Profondità e leggerezza: nell’ultimo istante rendere perfetto ogni gesto, senza posa, sullo sfondo di un muto dialogo con  la mia anima fatto di gesti e di mani che si sfiorano. La felicità di averla conosciuta per tempo, lo sguardo di speranza che guarda a ritroso, l’unica prospettiva ormai possibile, a illuminare e dare senso a tutta una vita. Un’ultima parola, l’unica che valga la pena di pronunciare: grazie.

 

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Angela Cervera, insegna lingua e letteratura Inglese presso il Liceo Artistico di Schio (VI).
Fa parte dell’equipe insegnanti Periagogè e del Coordinamento Documentazione e Edizioni Periagogè.