Liberarsi liberando

di Antonio Ricci

Oggi sono 17 anni che è morto Paolo Menghi.  A lui penso spesso.

La memoria cancella e conserva ciò che vuole, in uno strano processo di costruzione della storia che non è mai totalmente volontario, lineare e logico, dando vita a molteplici possibili racconti, ai quali si possono aggiungere o togliere dettagli, e conferire sempre nuovi significati. I fatti concreti si fondono con le fantasie e i vissuti, con gli odori e i suoni; i pensieri nascosti e le parole pronunciate s’inseguono, a volte accavallandosi, a volte confondendosi. Il risultato finale è esperienza. Vita vissuta e vita solamente sognata trovano entrambe un posto nella memoria e partecipano alla costruzione della nostra identità. Verità e menzogna danzano di fronte a noi in bilico sul filo dell’autentico e del possibile, reclamano un posto nella narrazione in nome della fantasia e della realtà.

Quale realtà? Quella della coscienza che vive, osserva, narra, impara, si espande e si contrae. Coscienza che si muove e si trasmette. Ogni persona è coscienza che si nutre di esperienza. Ogni persona intreccia la propria vita con quella di coloro che incontra, influenzandosi a vicenda, chi più visibilmente e chi in modo più silenzioso e inconsapevole; chi danneggiando e chi edificando; chi amando e chi uccidendo. Ne nasce una storia di storie che è la storia della coscienza che può essere narrata in infiniti modi.

Coscienza individuale, coscienza relazionale, coscienza collettiva. Ciò che importa è che il racconto continui ad insegnare qualcosa, che si continui ad imparare, che non si smetta di diventare umani. Perché non basta nascere per esserlo, bisogna diventarlo volendolo. La vita intera è il tempo che ci è dato ed ognuno deve fare la propria parte. I ricordi cambiano, si modificano, muoiono e rinascono, non dicono nulla o pretendono di dire troppo; sono servi plagiati o tiranni crudeli, fanno paura, istigano alla violenza o la placano. I ricordi ci rendono reali e umani. Ma per narrare quale storia e per farla narrare da chi?

Io vorrei consegnare le chiavi della mia memoria alla coscienza ed ascoltare il racconto che ha da farmi, in silenzio, attento e stupito come un bambino che ascolta una fiaba, o meravigliato come un uomo antico che ascolta storie d’amore, morte, demoni e dei. La realtà ha infinite forme e per accedervi ci vuole mente e cuore. Ci vuole coscienza. Averne assaporato il potere, la forza  e la dolcezza conferisce un dono speciale: riconoscerne la mancanza. Solo chi ne soffre l’assenza si muove alla sua ricerca e cura tutti i dettagli vigilando ed amando. L’ospite non arriva quando vuoi ma quando vuole: l’unico significato dell’esser pronti sta nell’accoglienza e nell’accettazione di ciò che c’è.

Come narrare quindi un incontro? Non si può fino in fondo, ma ci proviamo sempre, a volte tacendolo, a volte cantandolo a volte offrendolo. Un incontro reale è sempre intimo e trasformativo. Un incontro reale è prezioso e va protetto.

Per essere davvero liberi deve arrivare il giorno in cui “liberare” chi ci ha fatto del male, per non essere più suoi prigionieri; così come, dopo aver profondamente ringraziato chi ci ha fatto del bene, deve giungere il tempo in cui lasciarlo andare. È una necessità di crescita. Una volta pagati i nostri debiti di riconoscenza bisogna liberare tutti, anche chi ci ha amato. Si accetta di esser soli ed è il tempo in cui si può volgere lo sguardo verso dove si vuole e non solo verso dove vogliono rabbia e paura. La gratitudine non può diventare una cambiale, una benda sugli occhi o un ricordo da esibire. La gratitudine deve diventare azione nella gratuità e nella libertà. Solo così il proprio racconto lo si può infine narrare a più voci, dove i protagonisti principali sono molti e sono tutti egualmente degni d’importanza. Un bel racconto.

Ci sono persone che non hanno lasciato alcun segno nella nostra vita ed altre che hanno inciso in profondità, nel bene e nel male. Alcune continuano ad incidere anche se fisicamente assenti: è il segno che l’incontro continua e si trasforma trasformandoci. Nel presente. È quindi l’attualità del proprio rapporto con ognuno ciò che più importa e la capacità di renderlo reale e vivo al presente. In campo umano si può trasformare solo ciò che è vivo, cristallizzare equivale a uccidere.

Questa è la mia speranza e la mia preghiera: se qualcosa ancora fa male che io possa guarire, se mi nutre che io possa sostenerla, per il resto così sia.

Continuo a dialogare con Paolo Menghi sul valore della libertà e della coscienza, ma non mi chiedo cosa avrebbe detto, pretesa impossibile e anche arrogante, piuttosto cosa io ho da dirgli a parole e nei fatti in totale onestà. Cerco di dire la mia parola. Perciò mi considero fortunato ad averlo incontrato. Perciò credo che la sua impronta di ricerca  in campo umano sia ancora molto profonda e interessante da indagare,  il suo insegnamento un campo fertile che continua a dare moltissimi frutti e a stimolare domande e riflessioni originali. L’orientamento del suo metodo è solo uno strumento efficace, non il migliore,  utile per chi opera nel mondo dell’educativo e della psicologia e un ottimo supporto per chi vuole indagare il campo della coscienza libero da dogmi e da definizioni filosofiche e religiose precostituite. Un pensiero fra molti che chiede però di essere appreso e praticato nell’unione concreta di idea e vita, cosa che a volte scoraggia. Ma che alternativa c’è?