Una riflessione sulla vacanza, sul desiderio e sull’inibizione

di Bruno Zenone Joshua Cavion *

Desidero cominciare con una breve premessa, scrivo sicuramente perché ciò possa essere utile a qualcuno che legge, ma anche e soprattutto perché è utile a me. Esternare in un dialogo o in un testo i miei pensieri e condividerli è sempre stato per me come renderli più reali e mi permette di dare continuità alle esperienze. Solo che un testo può essere riletto anche dal suo autore.

Questo testo nasce da una domanda che mi ha fatto un amico: “che cosa fa vivere gli uomini?”, e da un mio bisogno di esprimermi per segnare un punto analizzando dove sono e dove sto andando. Quello che scrivo è sempre frutto sia di ciò che ho compreso fin qui, che rappresenta la mia esperienza, che di quello che non ho ancora compreso e mi ostacola. Scrivo ciò di cui sono vittima e ciò di cui sono artefice.

 È arrivata l’estate e, in qualche modo, in questa stagione arrivo sempre predisposto ad un cambiamento, ad una metamorfosi che puntualmente si realizza. Arrivo a comprendere parti di me stesso che prima mi sfuggivano e/o non riuscivo a tollerare, salendo così su un gradino dal quale poi potrò vedere con un’altra prospettiva i vecchi e i nuovi problemi che mi aspettano. Poi finita l’estate il ciclo ricomincia, ma ogni anno avverto qualcosa di diverso, un aumento della complessità della realtà esterna e allo stesso tempo un raffinamento interno che mi permette di integrarla, anche se per questo mi ci vorrà magari tutto l’anno successivo. La mia riflessione parte da un evento che mi è capitato da poco. Quest’anno avrei dovuto concludere i miei esami a fine giugno, ma a causa di una serie di fattori, ho deciso, potendomelo permettere, di rimandare l’esame a settembre e prendermi il tempo necessario per prepararmi come voglio.

Quindi eccomi qua, catapultato direttamente in vacanza!

La vacanza mi ha sempre dato questa sensazione di vuoto in cui non si ha nulla da fare, o meglio, in cui si può fare ciò che si vuole, addirittura perdere il proprio tempo prezioso.

Da piccolo adoravo l’estate  più delle altre stagioni proprio perché si andava in vacanza, niente scuola, niente lavoro, si poteva stare insieme, andare al mare e soprattutto viaggiare. Ricordo che però più l’estate passava più mi annoiava, tutto si normalizzava e quando arrivava il momento di tornare a scuola ero quasi contento. È sempre stata molto ambigua la sensazione di riposo che, alla lunga, percepivo come forzato se non, addirittura, eccessivo. Così mi sono chiesto subito la parola vacanza cosa volesse dire, da cosa avesse origine: “Vacanza: dal latino VACANTIA neutro plurale sostantivo di VACANS, participio presente di VACARE (essere vuoto, sgombro, libero, senza occupazioni). Indica un periodo di riposo; essere vacante, privo di titolare”.

Subito mi ha colpito il fatto che il termine vacanza potesse riguardare anche ruoli e cariche, detti appunto vacanti, quando nessuno li ricopre. Effettivamente quando andiamo in vacanza sia la casa che l’ufficio vengono svuotati. Poi però mi sono soffermato su quel vacare, essere vuoto, libero, come se fosse proprio questa mancanza a dare la possibilità di sperimentare la libertà. In estate in effetti ci sono un sacco di vacanze sia in un senso che nell’altro. Quasi tutti sono portati a fare ciò che vorrebbero e che di solito non possono fare quindi l’estate si distingue per la sua eccezionalità, per la sua natura extra-ordinaria in cui, tramite le vacanze possiamo decidere, in totale autonomia, come impiegare il nostro tempo.

Abbiamo limitato a questa stagione considerandola un’attività straordinaria la nostra possibilità di esprimerci, di realizzare i nostri desideri, di rilassarci. Così facendo abbiamo creato un sistema estremamente polarizzato che ci fa oscillare tra la vita lavorativa frenetica e quella rilassata di una persona soddisfatta, come se le due vite non fossero conciliabili. Lavoriamo spinti dal desiderio di guadagni materiali, sentiamo di doverci meritare tutto, un lavoro, i soldi, una casa, una vacanza. Sentiamo di doverci meritare perfino la sensazione di essere rilassati, finendo per stigmatizzare il lavoro come negativo e frenetico e la vacanza come positiva e rilassante. Tuttavia questa polarità apparentemente inconciliabile ci crea un forte attrito al quale cerchiamo automaticamente di sottrarci, scappando nelle varie direzioni dove fuggono tutti. Questa fuga automatica può arrivare, senza che ce ne accorgiamo, a caratterizzare tutta o gran parte della nostra vita quotidiana. Un esempio piuttosto semplice è l’abitudine data per scontata che dopo un esame si debba per forza bere per festeggiare. Se l’esame ti va bene bevi perché te lo puoi permettere, te lo sei meritato; mentre se va male bevi ugualmente per dimenticare, perché lo fanno tutti o perché vuoi semplicemente farlo.

Non discuto l’atto di bere in sé, ma mi chiedo se veramente la gente beva solo quando ha voglia di farlo e se questo desiderio appartenga loro davvero. Sembra quasi che non ci sia niente di meglio da fare. Personalmente posso dire che per quanto mi riguarda mi sono trovato più volte nella situazione di aver bevuto senza aver davvero scelto di farlo. Questo è solo un esempio, ma il discorso vale per qualsiasi azione comune che si tratti di bere, fumare, mangiare o fare sesso. Vale per qualsiasi azione che abbia il potere di soddisfarci sottraendoci all’attrito considerato esclusivamente da un punto di vista negativo.

Questa soluzione automatica che ci spinge a risolvere il problema oscillando continuamente da un polo all’altro è figlia di un desiderio altrettanto automatico che ci illude di poter controllare uno schema mentre in realtà ne rimaniamo semplicemente vittima.

È dunque davvero così? Possiamo vivere solo in oscillazione tra questi due poli senza mai fermarci? La risposta è sì. Ma il punto è cosa ne facciamo di questo gioco di opposti in cui ci ritroviamo, dove siamo noi rispetto a ciò che ci accade, dove stiamo andando e dove vogliamo andare.

Una prima possibilità, quella più diffusa inizialmente, è quella di accettare passivamente questa alternanza e subirne esclusivamente le conseguenze, come se non potessimo fare niente di più di quello che già facciamo, come se i desideri fossero pacchetti confezionati da scegliere e niente più, senza accorgerci che però sono proprio questi desideri indotti a controllarci. In altre parole siamo e rimaniamo vittima dell’attrito.

Una seconda possibilità, successiva alla prima, è quella di accorgerci di essere vittima di questo eterno gioco senza tregua, accorgendoci di essere proprio noi le vittime di noi stessi. In questo caso è come se vedessimo il problema senza riuscire ad affrontarlo, come se non avessimo ancora voglia di affrontarlo, ma ci limitassimo a fare considerazioni a distanza. Vediamo il desiderio ma non riusciamo a capirlo, non lo comprendiamo o non lo vogliamo fare. Prendiamo coscienza dell’importanza dell’attrito ma non riusciamo a gestirlo e ad integrarlo.

Una terza possibilità è quella che scaturisce dalle prime due ed è quella che, se ci si impegna con disciplina, costanza e volontà di ferro, ci permette di accogliere l’inevitabilità dell’attrito e di sfruttalo a nostro vantaggio.

Quando capiamo che il desiderio muove ogni nostra azione e impariamo ad orientarlo nella direzione verso cui vogliamo andare è come scoprire un potere che avevamo da sempre, ma che ci era stato tolto o negato come un motore che non era mai stato veramente acceso. Infatti il primo vero desiderio è quello di desiderare veramente.Viviamo in un mondo in cui è più facile fare qualcosa che non vogliamo, che fare ciò che vogliamo realmente. Non sappiamo più quello che vogliamo, non sappiamo più come volere qualcosa, vogliamo solo continuare a volere. Ci siamo dimenticati come si desidera veramente. Questo desiderio automatico, desiderio di altri che controlla e inibisce le azioni degli esseri umani nasce da una volontà che vuole se stessa, che non vuole altro che volere ancora. In quest’ottica dipendente, perennemente insoddisfatta e disorientante le nostre esperienze vengono limitate a priori, conformate alla norma, etichettate e impacchettate perché, tanto, non abbiamo nemmeno idea di che altro potremmo voler fare.

Paolo Menghi dice: “Il desiderio è energia vitale in azione nella psiche, e nasce dalla coscienza di separazione, che nasce dallo struggente ricordo della coscienza di unità: il desiderio è l’ostacolo, il desiderio è il ponte, bisogna vedere se noi ci serviamo di lui o se lui si serve di noi. Desiderio e volere non sono due cose uguali perché la seconda è il prodotto della prima” [1]

Quando leggo queste righe mi viene da pensare all’essere umano come ad un fiume che continua a scorrere, un fiume che in qualche modo ricorda di essere stato mare e che, in qualche modo, è spinto a ridiventarlo. In questo senso i desideri sono le correnti che scorrono nel fiume. Il desiderio automatico può essere considerato quindi come una corrente artificiale che non ci è utile e che, se viene costantemente alimentata, può addirittura far cambiare il corso del fiume. È un desiderio che, non sapendo cosa desiderare, vuole esclusivamente autoalimentarsi rappresentando così un ostacolo per noi che diventiamo suoi servitori. Siamo posseduti, nel vero senso della parola, da questo desiderio di cui diventiamo dipendenti senza accorgercene.

La nuova schiavitù è dunque far diventare il desiderio una dipendenza anziché una fonte di sussistenza e di aiuto, per divenire paradossalmente schiavi di se stessi e della propria libertà. Nel considerare il desiderio come pura soddisfazione materiale utile alla sopravvivenza e allo svago, come  piacere fine a se stesso, si perde anche il valore originario e il significato più intimo del desiderio: “Desiderio: dal latino DESIDERIUM, composto di DE e SIDUS. Movimento della volontà verso cosa che ci manca, voglia grande, appetito”.

“Desiderio inteso come pulsione di natura emozionale che spinge l’essere vivente alla ricerca di quanto possa soddisfare un suo bisogno fisico o spirituale, il desiderio presenta una dimensione sfuggente, difficile da definire e misurare. La stessa etimologia del termine – dal latino de-, e sidus, “stella”, letteralmente, “cessare di contemplare le stelle a scopo augurale”, nel senso di trarne gli auspici e quindi bramare – allude più alla distanza tra il soggetto e l’oggetto di desiderio, e al moto dell’animo che li lega, che alla natura dell’oggetto stesso. Vincolato al registro del piacere e del dolore, ciascun individuo tende ad appagare le esigenze primarie legate alla sopravvivenza e a costruirsi un proprio universo di significati che rimandano alla dialettica natura-cultura.” [2]

Indagando questa parola mi ha colpito come, anche qui, vi sia un allusione alla distanza tra il soggetto e l’oggetto del desiderio e a ciò che li lega, un altro richiamo al fiume, al mare, alla corrente. Il desiderio autentico, non quello che ci possiede ma quello che possediamo, me lo immagino come quella piccola parte di potere che risiede in ogni essere umano, che orienta la sua volontà verso ciò che vuole veramente permettendogli di vivere, di esprimersi, di relazionarsi col mondo e di farne esperienza. E’ la fiamma originaria che ognuno si porta dentro e che accende la nostra volontà di connetterci col tutto.

Gilles Deleuze, uno tra i più importanti filosofi del XX secolo, affermava: “Desiderare è costruire un concatenamento, costruire un insieme, un concatenamento che ingloba sempre più fattori e che è sempre collettivo”.  Deleuze si contrappone alla psicanalisi, che, a suo avviso, non considera la molteplicità del desiderio, sostenendo che il desiderio, in una parola, è costruttivismo. Sostiene che i nostri desideri siano sempre inseriti in un insieme e in un concatenamento di fattori quali: stati di cose, enunciazioni, territori e movimenti di deterritorializzazione. Deleuze sottolinea come ogniqualvolta desideriamo, e quindi agiamo di conseguenza, lo facciamo sempre all’interno di una rete di fattori connessi tra loro che condizionano e orientano il nostro desiderio e la nostra azione. Questi fattori fanno parte di noi e hanno a che fare con la nostra personalità e soprattutto con questa in relazione agli altri. A seconda infatti di chi sono, o di chi penso di essere, dirò determinate cose (enunciati), in determinati modi (stili di enunciazione), andrò in un determinato luogo (territorio) con determinate persone, avrò un certo tipo di  comportamenti ( stati di cose) e andrò in un altro luogo una volta soddisfatto il desiderio (deterritorializzazione).

“Ogni concatenamento ha i suoi enunciati e il suo stile. Al bar con gli amici si parla in un modo… poi ci sono i territori. Anche in una stanza si sceglie un territorio, ovvero il posto dove mi sento più a mio agio. E poi ci sono dei processi che dobbiamo chiamare di deterritorializzazione, cioè il modo in cui si esce dal territorio. Direi che un concatenamento comprende quattro dimensioni: stati di cosa, enunciazioni, territori e movimenti di deterritorializzazione. E lì scorre il desiderio.[3]

Controllando questi fattori, quindi, è possibile condizionare l’azione degli esseri umani, contribuendo a creare personalità stereotipate che corrispondono all’etichetta e che si muovono di conseguenza convinte di essere libere. Il risultato è una umanità standardizzata, impersonale e frammentaria che non conosce se stessa. Risulta evidente come la maggior parte degli esseri umani, per non dire tutti, sia costantemente inibita.

Mi sono chiesto, anche per questa parola, da dove prendesse origine e quale fosse il suo significato originario: “Inibire: dal latino INHIBERE composto di IN negativo e HABERE avere, tenere. Tenere perché non progredisca, perché non faccia o desista dal fare, ovvero disporre perché altri non abbia”. Essere inibiti consiste dunque nell’essere fermati, trattenuti rispetto al naturale corso delle cose, nell’essere privati di ciò che è più nostro, di quello che ci muove e di ciò che ci tiene fermi.Tutto sembra teso a far sì che siano questi falsi desideri inibitori a dirci chi siamo, a definirci senza che ce ne accorgiamo come se non avessimo nemmeno voce in capitolo. Ma conoscere se stessi non è cosa tanto facile e bella come si può credere.

Sembra quindi che il modo per condizionare più facilmente questi fattori, e quindi i desideri, risieda nell’inventare e proporre stili di vita e modi di essere preconfezionati e idealizzati, che possano essere presi a modello, per condurre gli esseri umani su strade già note, verso direzioni predeterminate più facili da percorrere e da vendere. Come se non ce ne fossero altre da scoprire e come se non ce ne fosse nemmeno bisogno. Se il desiderio è veramente ciò che fa vivere l’essere umano, chi controlla il desiderio controlla la vita dell’essere umano.

Come afferma Paolo Menghi: “(…) In un pianeta retto dal due, attrito e sofferenza sono inevitabili. Di lì si possono imboccare due strade: quella del lamento e della dipendenza, e quella della creazione e dell’arte(…)” [4]

Il desiderio automatico è ciò che ci conduce alla prima di queste vie, il desiderio autentico alla seconda.

Se intendiamo la vacanza come un periodo di tempo vuoto, sgombro, libero, nel quale possiamo desiderare e quindi creare i concatenamenti che desideriamo, significa che lo consideriamo come l’unico periodo dell’anno nel quale ci dedichiamo concretamente a realizzare i nostri desideri, in cui ci concediamo di ottenere ciò che ci manca o che pensiamo ci manchi. Questo fatto mi ha molto inquietato. Perché dovremmo relegare a tre mesi su dodici la possibilità di fare ciò che veramente vogliamo fare? Non sarebbe meglio cominciare a ritagliarci ogni giorno lo spazio e il tempo necessario a noi? O almeno cominciare ad agire in quella direzione per far sì che questo accada? Dovremmo solo cominciare a realizzare un piccolo desiderio, uno vero, ogni giorno, anziché perderci tra svago e frenesia come se non ci fosse altra scelta; tenendo presente la direzione che abbiamo scelto per realizzare ciò di cui sentiamo un vero, intimo, bisogno. Il fatto è che pensiamo di conoscerci e in realtà non ci conosciamo abbastanza e forse nemmeno ci piace tanto l’idea. Ma se non ci conosciamo come possiamo distinguere i desideri autentici da quelli automatici? Come facciamo a sapere ciò che ci manca veramente?

Mi torna in mente Noam Chomsky e le sue regole del controllo sociale e noto come esse siano perfettamente applicabili alla mia riflessione. Descriverò quelle che mi sono sembrate più attinenti. Chomsky ha osservato come distogliendo l’attenzione dai problemi reali e importanti sia possibile convogliarla in altre direzioni. Ciò vuol dire che sottoponendo la gente ad un bombardamento di informazioni insignificanti la si rende ignorante e inconsapevole e questa è quella che Chomsky chiama strategia della distrazione. Se si sfrutta bene l’emotività è possibile provocare corto circuiti nell’analisi razionale e nel senso critico delle persone. Inoltre è possibile infondere, attraverso il condizionamento inconscio, idee, desideri, paure, timori, comportamenti, in modo da spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti stimolandoli ad essere favorevoli alla mediocrità. Se si aggiunge poi la convinzione indotta che l’individuo è l’unico responsabile delle sue disgrazie questi proverà un sentimento di disistima ed entrerà, con molta probabilità, in uno stato di repressione di cui uno dei principali effetti è l’inibizione dell’azione. Infine basti pensare che il sistema gode di una conoscenza avanzata dell’essere umano a livello psicofisico. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un controllo ed un potere sulla gente ben più ampio di quello che la gente esercita su se stessa.

È incredibile notare come la capacità di condizionare il desiderio, la volontà e, di conseguenza, l’azione siano la chiave di volta di questa nuova, invisibile schiavitù che viene spacciata come libertà. Per uscire da questa grande inibizione l’unica via è l’azione: bisogna agire cercando di non sprecare un attimo della propria vita. Non è cosa facile essere liberi. La libertà va voluta, con tutto il proprio essere. La libertà va cercata, difesa, sostenuta. Per essere liberi bisogna desiderarlo veramente ed essere pronti a dar tutto ciò che si ha.

Quest’estate, voglio quindi cominciare ad occupare la mia vacanza con ciò di cui sento veramente il bisogno e spero di imparare ad occupare anche i vuoti delle mie giornate  future, non con ciò che è più a portata di mano, ma con quello che voglio veramente, che desidero, sfruttando quell’attrito, così da non sentire più quella sensazione di amaro in bocca per aver sprecato o utilizzato male il tempo. Allo stesso modo mi auguro di riuscire a portare spazio nella mia quotidianità laddove non ce n’è a sufficienza, concedendomi di rilassarmi anche in uno spazio nuovo o insolito. Questo è il mio desiderio.

Spero e auguro a tutti voi di riuscire a trovare un po’ di  vuoto in ogni giornata dal quale poter attingere per esprimere un vero desiderio. Il potere più grande sta nelle cose più piccole e semplici, la grandezza sta nella piccolezza. Questo potere ci sfugge, ci passa sotto al naso, tra le dita, durante le azioni di tutti i giorni, senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Il potere è tutto ciò che ci fa muovere.

Una delle cose più difficili e meravigliose che può fare l’essere umano è accorgersi della sua condizione inibita ma anche delle sue potenzialità, coltivandole, conoscendosi e conoscendo gli altri sempre più a fondo, sfruttando appieno il proprio passaggio in questo mondo.

 “Stiamo usando parole per rischiare l’ignoto, e poi tornare indietro. Là da dove siamo venuti” [5]

*Studente universitario presso la facoltà di Antropologia, religioni e civiltà orientali alla “Alma Mater Studiorum” di Bologna

[1] P. Menghi, Figli dell’istante.

[2] L. Anepeta, A. Graziottin, B. Callieri, Desiderio,Universo del corpo.

[3] G. Deleuze, Abecedario – D come desiderio.

[4] P. Menghi, Figli dell’istante.

[5] P. Menghi, Figli dell’istante, Camminare insieme.