Riflessioni dopo il Cammino di Assisi.

di Elisa Macci *

L’estate appena trascorsa ha segnato un momento di passaggio nella mia vita.
Mi trovavo nel mezzo di un processo, avevo scelto di intraprendere una strada, di lasciar andare qualcosa e non ero ancora giunta a quella che era la conclusione di questa fase.
Mi sentivo sospesa, internamente e concretamente. Avevo lavorato a lungo per lasciar andare la paura di perdere qualcosa e stavo iniziando ad imparare a guardare avanti, senza voltarmi indietro, con la consapevolezza raggiunta che tra ciò che lasci, il passato e ciò che ti poni davanti, il futuro, c’è il presente, c’è l’unico momento che ti è dato di vivere pienamente. Lì si può stare con tutte le proprie difficoltà e risorse. Per sancire questo momento ho scelto di partire in cammino, un cammino che si sviluppa tra colline, boschi, paesi e luoghi spirituali di origine francescana.

Ho camminato per 12 giorni consecutivi, percorrendo una media di 25 km al giorno, partendo da Dovadola, un paese in provincia di Forlì per arrivare, passando per la Toscana, in Umbria, ad Assisi, attraversando paesi e santuari lungo il Cammino di Assisi.

Un percorso semplice, per la tipologia del viaggio e impegnativo, per l’intensità dell’esperienza, dei luoghi e per la poca affluenza delle persone.
E cos’è che ad un certo punto ti fa dire “parto, vado!”, quale spinta è che ti fa mettere in cammino e ti fa fare un’esperienza…
Un’esperienza che, alla fine di un anno di lavoro, impegnativo, difficile, non ha per nulla il sapore di una vacanza o del riposo tanto desiderato.
Invece sono tornata rigenerata, aperta, con uno sguardo nuovo su di me e sul mondo.
E questo è proprio quello che succede quando “ti metti in cammino”, quando accetti che le tue idee e le tue credenze su chi sei, su cosa hai capito finalmente, dopo tanti anni, vengano nuovamente abbattute. E’ necessario accettare che qualcosa cada, che si apra una nuova domanda, più profonda, più vera, che fa si che la vita non sia un traguardo da raggiungere, ma un processo.

Bisogna accettare che il te stesso di quel momento venga abbattuto.

In cammino tutto ciò è stato molto evidente.
Arriva un momento nel quale il terreno si muove e si perde il controllo e può nascere la domanda, che succede?
La sensazione è proprio quella, si alza polvere, la terra sotto i piedi si muove e forse proprio allora qualcosa di nuovo può essere scorto. A volte si apre una domanda ancora confusa, ancora non chiara e del resto quando la domanda è chiara e pulita spesso è già accompagnata da una risposta.

E se tutto ciò fino un certa fase ha generato panico e timore dentro di me ora può essere accolto, con gioia e con la sicurezza di un tentativo sincero, il tentativo di spingermi più in profondità e più vicino a me stessa e alla vita.

E’ possibile non spaventarsi più!
Non spaventarsi del cambiamento, della tempesta, della quiete, della domanda…perché ho visto che c’è un vuoto, c’è uno spazio di presenza dove queste cose trovano posto e passano e si possono guardare da vicino e da lontano.

E allora le domande “chi sono?” e “cosa voglio?”

Difficili.
Spesso riteniamo di volere ciò che il nostro io desidera, ma esiste una volontà più ampia alla quale ci si può accordare in armonia, nel presente. E poi un’altra domanda….

E come si fa nella propria temporanea esistenza a far si che la propria volontà sia in armonia con una volontà universale, che non è qualcosa di astratto, ma qualcosa che si presenta e manifesta ad ogni istante. Come si fa?

In cammino ciò è più semplice, è più alla mia portata. Il silenzio aiuta. L’apertura aiuta. La sensazione del tempo presente aiuta. In cammino non ci sono aspettative.
Devi dosare le tue energie, devi stare sveglio e attento per non perderti, per non rischiare di dover tornare indietro, hai la chiarezza di una direzione, di voler arrivare alla meta, di quel giorno, semplice, concreta. La direzione è chiara.
Godi della bellezza di ciò che incontri, ti alleni ad accogliere e a lasciar andare e ad apprezzare tutto ciò che c’è.
Ed ogni meta diventa una tappa, non c’è più la sensazione di inizio e fine, sei parte di una continuità.

E nella mia esperienza, anche l’arrivo non è stato caricato e impregnato di emotività, c’era il cuore nel senso più ampio della sua definizione. E’ stato un’altra tappa, semplice, naturale, bella.
Con la stessa splendida tristezza di lasciare andare definitivamente qualcosa, per….

Ogni cosa che incontri va bene, eppure ne sei profondamente toccato, piangi e ridi, ma non c’è bisogno di mostrarlo.
La fatica dei primi giorni si trasforma. Il peso che sentivi di portare diventa meno intenso. Nei momenti di fatica l’unica cosa che puoi fare è non resistere, smettere di resistere, lasciarti andare e affidarti.

Diventare ciò che si sta facendo. Ogni tanto mi dicevo “diventa il camminare”.

Ricordo un giorno in cui ho pensato “ ok, va bene, se cadi cadi, se crolli dalla stanchezza crolli dalla stanchezza” e c’era una morbidezza.

“Vai, con fiducia”.

Il mio ritmo è cambiato completamente, i miei piedi sapevano esattamente dove poggiarsi e come muoversi.
Seguire il proprio ritmo è auspicabile ma richiede la propria responsabilità.
Ma per fortuna quando il limite si impone, non puoi fare altro, perché ci sei tu, lì, in cammino.
E non c’è bisogno di correre per inseguire qualcuno o di appesantirsi per forza per aspettare qualcun altro…
E quando hai avuto il coraggio di camminare al tuo ritmo poi puoi finalmente scegliere di accordarti con ciò che hai a fianco e con chi incontri e con chi cammina con te, non perché non vuoi prenderti la responsabilità di chi sei, non perché non puoi camminare da solo, ma perché vuoi finalmente incontrare qualcuno.

E quando la direzione scelta nella propria vita è comune la gioia di condividere è immensa!

* Elisa Macci, psicomotricista, collabora con l’equipe pedagogica di Periagogè.

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