L’obbligo della riconoscenza

di Valeria Vicari

Pubblichiamo un breve articolo di Valeria Vicari in risposta ad un commento all’articolo “Riconoscimento e riconoscenza” di Vicari e Grifasi.

Commento di Patrizia Taccani

“Restituire per obbligo, o per senso di colpa, o per dovere, è facile […]” scrivono le Autrici. Vorrei solo fare una breve precisazione. E’ facile che avvenga, come si deduce dal seguito della frase.
Non è per nulla facile, invece, a livello emotivo e relazionale, quando la restituzione si colloca nei rapporti intrafamiliari e intergenerazionali. Mi riferisco, in particolare, alla restituzione, all’obbligo della riconoscenza cui molte/i figlie/i sono chiamati quando i loro genitori diventano fragili e dipendenti. Ciò che sembra dover essere restituito a tutti i costi sono le cure ricevute in passato, qualche volta ho ascoltato genitori nominare come cambiale da riscuotere i sacrifici fatti, le rinunce, anche l’investimento economico. Quando ciò avviene (e non è sempre per fortuna) quel prezioso “riconoscimento” reciproco di cui si parla nell’articolo è del tutto assente. Nessuno dei due soggetti – chi cura e chi è curato- sa vedere l’altro per quello che è. Si innescano conflitti, si alimentano rancori, scade a livelli molto bassi la qualità della vita di entrambi.
Le storie familiari che da tanti anni ascolto nei gruppi di automutuo aiuto mi consentono, a volte, di capire dove affondano le radici queste lontananze affettive. E a volte è proprio il percorso che la singola persona fa insieme a tutti gli altri componenti del gruppo a far trovare uno spiraglio che porterà a importanti cambiamenti.
Grazie alle Autrici per le loro riflessioni”.

 

Gentile Patrizia,

la ringrazio per la sua risposta che apre uno sguardo molto qualificato sulla famiglia, ambiente molto delicato al quale riferirci e anche il più concreto. È  frequente la condizione di malessere che nasce dall’aspettativa di un figlio di ottenere riconoscimento dai genitori, aspettativa spesso frustrata e appesantita dall’inversione dei ruoli di accudimento, e dalle leve ricattatorie e conflittuali che appunto lei segnala. Proprio di recente con Antonio Ricci, direttore della nostra scuola e psicopedagogista, abbiamo riflettuto all’interno di un contesto di supervisione sul tema dell’autonomia nella relazione, analizzando anche le possibili traiettorie patologiche dei sistemi familiari scarsamente differenziati. Penso sia utile condividere alcuni passaggi, tratti da miei appunti, che credo tocchino le riflessioni da lei aperte e che mi hanno aiutato a mia volta ad inquadrare meglio la complessa tematica delle lealtà familiari: “Le sottili ed invisibili forze che regolano le lealtà familiari risentono del livello di differenziazione degli individui adulti, dei genitori quindi, nella loro espressione sana o disfunzionale. Il compito dei genitori dovrebbe essere quello di aiutare i figli a crescere in autonomia fornendo loro, oltre all’accudimento fisico, anche comprensione, sicurezza e amore per accompagnarli ad uno svincolo che dovrebbe vedere tutti coinvolti. Infatti non sono solo i figli a doversi preparare ad “uscire di casa” ma anche i genitori a “lasciarli andare”, nel riconoscimento reciproco di un importante cambiamento nella struttura familiare e relazionale.  A mio avviso la famiglia assolve il suo compito nel momento in cui, da luogo privilegiato di affetti e sicurezza, diventa porta aperta sul mondo, esperito quindi come meritevole di essere esplorato e vissuto. Quando invece la prospettiva di uno svincolo diventa sinonimo di tradimento è chiaro che la famiglia ha fallito il suo compito perché diventa fine a se stessa, cioè una prigione. In questo caso i figli sono appendici dei genitori, tenuti al guinzaglio con il ricatto della riconoscenza e della lealtà al clan familiare che viene messa sopra di ogni cosa; assistiamo alla sofferenza di figli, che probabilmente rimarranno tali per sempre, privati della loro capacità critica, controllati con i sensi di colpa, incapaci di differenziarsi quindi di liberarsi da funzioni molto rigide e da definizioni su loro stessi ferme ad età della vita molto precoci. Nel nostro lavoro con le famiglie  assistiamo a volte al sacrificio di un figlio, più spesso di una figlia, la quale viene chiamata a rinunciare alla propria vita affettiva e relazionale per accudire i genitori anziani o malati, senza alcuna vera possibilità di scelta, cosa che inoltre garantirà al resto dei fratelli di svolgere la loro vita lontano da tali incombenze. Sembrano essere tristi destini senza alcuna via d’uscita, che raramente vengono riconosciuti dal resto dei membri familiari. Cosa sia più giusto fare di fronte alla necessità di chi è oramai vecchio e bisognoso di cure è difficile dirlo ma di sicuro esiste un’enorme differenza tra una scelta e un obbligo fondato su di una pretesa. Trattenere i figli per paura della vecchiaia e della solitudine, ben prima che tali condizioni si presentino,  forse è un sintomo che andrebbe affrontato con più coraggio anche dal punto di vista sociale. La famiglia non può essere detta sana in automatico e per definizione, piuttosto deve sforzarsi intenzionalmente di diventarlo. Il matrimonio è solo un punto d’inizio. Occuparsi dei genitori anziani è un atto d’amore e un modo per riconsegnare quanto ci è stato dato, ma l’amore prevede la gratuità: ciò che ci è stato dato come figli non può essere una cambiale da esigere al momento opportuno, e  se ciò accade è gravissimo. Come genitori abbiamo la responsabilità di non far ricadere sui nostri figli la scelta di averli fatti nascere; come figli non possiamo incolpare i genitori di cosa liberamente abbiamo scelto di fare di ciò che ci è stato dato, cioè della nostra vita. Una persona sana e differenziata sa accettare la propria solitudine e sa dipendere scegliendo liberamente con chi legarsi e da chi separarsi; una persona differenziata sceglie come pagare i suoi debiti di riconoscenza e come condonare o riscuotere i propri crediti, che siano d’amore o di odio. Sono regimi di lealtà che richiedono un’attenta valutazione per la loro profondità e forza condizionante. Se la famiglia teme in modo eccessivo i cambiamenti ed impedisce la crescita dei suoi membri,  allora diventa luogo di sofferenza e genera malattia psichica e mentale. La solidarietà e l’amore non possono essere estorti e sicuramente se li abbiamo ricevuti a sufficienza non avremo problemi a riconsegnarli, ma anche nel caso in cui questo non sia accaduto c’è sempre un’ultima possibilità: diventare umani, scegliendo il perdono, strada che però non può essere percorsa ingenuamente e senza l’aiuto di qualcuno”.

Nella mia stessa esperienza personale questo argomento è di importanza fondamentale  e solo grazie a uno “spostamento” ho potuto modificare lo schema del mio vissuto:

  • spostare il punto di osservazione mi ha permesso di cogliere e leggere segnali che ricevevo dai miei genitori, ma che erano diversi da quelli che avevo configurato come significativi;
  • spostare il fulcro della mia vita di adulto dalla condizione di figlio a quella di individuo con desideri, bisogni, necessità, sogni, difetti, che per prima dovevo/potevo riconoscere, mi ha permesso di cambiare l’attitudine oltre che lo sguardo. Nel momento in cui ho cercato e costruito altrove le basi per la mia vita, in quel processo che Ricci ha chiamato di differenziazione, il rapporto con i miei genitori è cambiato, finalmente alleggerito dalle leve di reciproca dipendenza. A quel punto, tra l’altro, il mio sguardo per loro ha potuto talvolta scoprire la tenerezza e la comprensione.

Oggi scegliere di dedicare tempo ai miei genitori è diventata un’occasione privilegiata, perché ho la fortuna di averli ancora, e di poter continuare a cogliere nel rapporto con loro elementi preziosi per comprendere me stessa.

Rispetto a tutto questo credo diventi chiaro il senso della mia riconoscenza a chi mi ha accompagnato nel mio percorso di ricerca, all’interno del quale ho potuto iniziare a vedermi, riconoscermi, accogliermi e che mi ha fatto scoprire la possibilità di cambiare attitudine anziché aspettare che cambiassero le richieste degli altri nei miei confronti.