Il corpo e la parola

di Antonio Ricci
Mi è stato più volte chiesto in che modo la mia pratica psicopedagogica integri quella delle discipline marziali e della meditazione.
Per rispondere è necessaria una premessa: una vera integrazione di significati e d’esperienze non si forza né s’improvvisa, e non è mai frutto di puri ragionamenti teorici. Inoltre si tratta sempre di processi personali, soggettivi e non generali e ideologici. Nel mio caso quindi è stata una necessità giunta naturalmente, dopo aver coltivato separatamente entrambi gli ambiti per molti anni: da un lato gli studi educativi e psicologici, dall’altro la pratica della meditazione e delle discipline marziali, quest’ultime iniziate da bambino, quindi per puro spirito sportivo e di gioco e dentro una personale esperienza educativa.
Sono percorsi per molti aspetti affini e al contempo profondamente differenti relativamente a scopi e strumenti i quali, se presi nella loro integrità, possono anche trovarsi in contraddizione.
Integrazione intesa quindi come risposta a specifiche domande nate dall’esperienza e con il focus costantemente puntato sulla dimensione educativa e clinica.
Il corpo è intelligente e sa molto di più di quanto siamo in grado di leggere; esso arriva a conoscere più rapidamente ciò che la mente ancora non elabora e la parola ancora non riesce a dire. Dobbiamo lasciarci istruire dal corpo, ascoltarlo attentamente e farlo uscire dal suo silenzio. L’esperienza profonda va portata a sintesi e parola, resa cosciente, così come il corpo va fatto parlare con i suoi linguaggi, spesso difficili da comprendere.
Nella ricerca di cambiamento l’azione corporea in sé non basta, è muta, equivocabile, materia grezza molto pesante e incompleta, così come non basta la parola deconnessa dal corpo, scivola via, è eterea, spettrale, senza ombra e senza radici. Parola e azione insieme generano coscienza, sostengono il cambiamento che è individuazione.
È certamente difficile trarre conoscenza dall’esperienza, tradurla da piani d’azione meccanica, analogica, sensoriale e spesso inconsapevole, a livelli di comprensione e d’azione cognitivi, emotivi e relazionali, eppure senza questo cimento spesso frustrante, non ci sarebbero né evoluzione, né coscienza né cultura ma solo natura, saremmo cioè come gli animali.
Il corpo in azione è la manifestazione concreta di ciò che accade a livelli profondi di coscienza, dove s’addensano i simboli e i segni che conferiscono senso all’agire e significato all’esperienza.
Maurice Blondel, nel suo saggio “L’azione” sintetizza così il rapporto tra corpo e conoscenza: “Nulla si conosce che non sia agito, nulla entra nel nostro animo che non sia sofferto, nessuna educazione del corpo può essere isolata da quella della volontà e dell’intelletto”. 
Siamo contemporaneo mistero a noi stessi e artefici di continuo disvelamento.
 
Premesso ciò, ci sono cinque principi relazionali che applico nella mia professione psicopedagogica le cui radici affondano nella pratica del judo, del kendo e della meditazione: ukemi, sutemi, kuzushi, randori e zanshin.
 
Ne faccio un breve accenno.
受身 – ukemi, letteralmente: attitudine recettiva, passiva. Il cadere.
Dobbiamo accettare la possibilità della caduta e apprendere a farlo. Tra la resistenza e la resa c’è un raffinato processo che valuta e discerne, che si confronta con le forze che incontra, che si chiede come può reindirizzarle e trasformarle. Chi non sa cadere vive nella paura che ciò possa accadere e perciò non rischia mai un fuori equilibrio; saper cadere significa accettare una forza più grande senza opporsi, significa saperla trasformare cedendo senza spezzarsi, e imparando a rialzarsi con il minor danno possibile. C’è un detto paradossale giapponese che la rappresenta bene: “cadere sette volte, rialzarsi otto”, che non va equivocato con un’attitudine ben diversa e molto più comune: “cadere sempre in piedi”. Tra il dire e il fare…
 
捨身 – sutemi: a rischio della propria vita. Il sacrificio.
Usare tutto sé stesso, implicarsi nella relazione e accettare di perdere qualcosa per conquistarne un’altra ad un livello superiore. Lasciare il proprio equilibrio per rompere una ostinata immobilità; rinunciare ad una posizione di potere per rendersi vulnerabili e aprire un varco; rischiare la caduta per cambiare prospettiva. Il vero sacrificio è un dono di sé all’altro per generare incontro e apertura.
 
崩し – kuzushi: distruggere, causare una trasformazione. L’equilibrio.
Studiare con la massima cura le forze che regolano gli equilibri per generarli, gestirli, romperli. Sono relazioni e relazioni di relazioni, sistemi complessi e rapporti tra forze. Equilibri in continuo mutamento, forze che curano e forze che distruggono. Uscire dall’illusione dell’esistenza di un perfetto centro d’equilibrio, indissolubile e permanente, per sperimentare la stabilità nella natura mutevole e dinamica delle polarità.
 
乱取 – randori: mettere ordine nel caos. Lo scambio.
Agire ora. Sapere leggere l’esperienza e la relazione nel mentre accade. Agire nel presente operando continui tentativi d’applicazione di principi, assieme a verifiche di congruità e valutazioni d’opportunità; provare a modificare equilibri statici e ripetitivi per vedere ciò che accade; rischiare nuove definizioni e proporre nuove soluzioni nella relazione, seguendo intuito, intenzione, volontà, senza ricerca di vittoria né attesa di sconfitta. Mettere ordine nel caos istante per istante.
 
残心 – zanshin: lo spirito che non muta. La stabilità nella mutevolezza.
Seguire il fluttuare dell’attenzione ordinaria tra ciò che accade a sé e ciò che accade all’altro sul piano corporeo, emotivo, mentale; lo spostamento del campo di relazione su vari livelli tra sé, l’altro e gli altri; la presenza totale, cercata e generata in un continuum ritmico dove pensiero, parola e azione s’intrecciano e si coniugano, cercando unitarietà e coerenza in rapporto all’altro e al contesto. Attenzione straordinaria.
 
L’attenzione concentrata che riconosce la mutevolezza dei fenomeni, delle emozioni, dei sentimenti e dei pensieri, nella ricerca di uno spirito profondo che partecipa e di una coscienza imperturbabile che osserva e non giudica è meditazione.
Quest’ultimo campo di ricerca è il terreno sul quale crescono tutti i principi fin qui enunciati.