Genitori e figli a confronto

di Antonello Colombo, Tea Minniti e Ilaria Pennacchio.

Pubblichiamo due brevi opinioni, di un genitore e di due ragazze, che hanno partecipato al percorso  annuale  “Nell’attesa le cose accadono” conclusosi a maggio 2014. L’iniziativa gestita dall’associazione “Casa delle Maschere” di Ragusa, voluta da Francesca Valeria Cascone e supervisionata da Antonio Ricci, nasce da un’idea di Antonello Colombo con l’intenzione di favorire il confronto e il dialogo tra genitori e figli attraverso la visione di film.

Nell’attesa le cose accadono soprattutto se assieme alla fiducia ci sono anche impegno e ascolto.

La redazione

Noi semi, noi terreno, noi opportunità.

di Tea Minniti e Ilaria Pennacchio. 

Gli incontri svolti durante quest’anno hanno creato opportunità di confronto e riflessione in cui generazioni diverse si sono potute arricchire delle reciproche esperienze e punti di vista, accogliendo diversità, difficoltà e spigolosità. A tutti i partecipanti è stato fornito uno strumento prezioso per creare un clima di dialogo, a partire dagli spunti dei film, difficilmente raggiungibile all’interno del contesto familiare. Il clima fluido ci ha dato modo di ascoltare in maniera più serena e obiettiva le diverse opinioni eludendo infruttuose reattività su tematiche che non si affrontano quotidianamente e l’ambiente in cui sono emerse ha reso più leggero e fruibile ogni argomento trattato. Tuttavia l’acquisizione di questo straordinario metodo di confronto non è stata immediata nonostante il contesto protetto nel quale ci trovavamo a discutere, a volte la presenza dei nostri genitori ci ha messe in difficoltà portandoci a riflettere su come, paradossalmente, sia più semplice esporsi ed aprirsi con persone alle quali non si è legati.

Le opinioni che sono emerse negli incontri erano inevitabilmente connesse alla persona e al suo modo di vivere. In alcuni momenti ciò che ci frenava dall’esprimere le nostre opinioni era il timore che queste potessero apparire come una critica nei confronti dei nostri genitori, un’esposizione che appariva inizialmente troppo grande e che abbiamo affrontato con discreto successo, anche se non con poche paure.

L’unione di emozioni e riflessioni riguardo il percorso svolto durante l’anno, toccandoci profondamente, ci ha aperto ad un cambiamento che per riflesso ha interessato tutte le persone che ci stanno attorno, donandoci la consapevolezza di poter, anche noi, modificare contesti apparentemente difficili.  Il timore di esprimerci in presenza dei nostri genitori ha messo in luce alcuni automatismi che è stato difficile riconoscere ed accogliere: la reazione a tale consapevolezza è stata l’opposizione alla consapevolezza stessa, ma nel momento in cui siamo riuscite ad accoglierla, e quindi ad apportare un cambiamento, si presentava un nuovo problema nell’accettare il mutamento nella relazione con i nostri genitori. Per il riconoscimento, l’accettazione e il cambiamento è stato necessario del tempo, nonostante il primo bisogno fosse quello di risolvere tutto e subito, il non darsi dei limiti di tempo non ha significato rimandare il problema, ma ha permesso di affrontarlo con i nostri tempi e gli strumenti finora acquisiti.

Il messaggio di speranza, la possibilità di cambiamento, è sicuramente indirizzato ai figli ma accompagna i genitori nel riconoscerli adulti. Le proiezioni e le successive discussioni, ricche di scambi e nuovi spunti  sono state un impulso per tutti ad attuare quel cambiamento che vogliamo vedere attorno, per diventare noi stessi motori, cuori pulsanti del cambiamento, iniziando dal nostro. Noi semi, noi terreno, noi opportunità. Ci sentiamo profondamente grate al mondo adulto per aver prima creato le occasioni e successivamente accolto tutto ciò che nel cammino è venuto, divenendo esso stesso la manifestazione della riuscita di questa esperienza formativa.

 

Impariamo ad ascoltare 

di Antonello Colombo

Dialogare con i nostri figli, con altri adolescenti, con altri genitori, e conversare sui temi legati all’incontro con l’altro, alle relazioni tra persone, al rapporto educativo o anche più semplicemente su temi di carattere generale, poteva rappresentare un momento di crescita sia per noi adulti che per gli adolescenti. Sicuramente ciò è accaduto per noi genitori e, dal riscontro avuto, qualcosa di significativo è accaduto anche per i nostri figli.

Quello di cercare un confronto nuovo, reale, innanzi tutto con i miei figli, nel tentativo di svincolarlo dalle dinamiche e dai condizionamenti del mio vissuto e del mio essere ancora figlio, era l’obiettivo di partenza  di questo percorso. Questo il mio desiderio iniziale, nato dalla spinta di una consapevolezza acquisita, sul quale man mano si inserivano significati e riflessioni nuove, collegate alla istanze ed alle esigenze che scaturivano dalla visione dei film. A partire dalla consapevolezza che esiste una reale possibilità del cambiamento: basta volerlo. Si tratta in fondo di aprirsi a ciò che la vita di tutti i giorni ci rimanda, senza fraintendimenti e senza aspettative.

Il lavoro di approfondimento rispetto al proprio vissuto, alla propria storia familiare e personale, tutto quel processo indirizzato all’analisi di sé ed alla costruzione della Persona, oggi mi vincola ad una responsabilità nuova, diversa. Accade che situazioni opprimenti e dolorose possano diventare intollerabili e insostenibili. Questa coscienza spinge ad un reale contributo personale verso la propria vita e quella degli altri. Si comincia a chiedersi quale idea e quale pensiero vogliamo portare nel mondo, cosa vogliamo realizzare per noi e per gli altri. In che misura possiamo sostenere, nell’esperienza quotidiana, ciò che affermiamo e che desideriamo. Il tempo trascorso ha permesso di fare maturare in me la capacità di sostenere, nella solitudine, un piccolo reale cambiamento per giungere ad un impegno concreto, verso di sé e del mondo.

Avviare un processo di cambiamento richiede la conoscenza profonda delle proprie paure, delle proprie risorse, delle proprie angosce, della rabbia, dell’ansia, delle proprie debolezze e delle proprie forze. E’ necessario darsi tempo per approdare ad un cambiamento profondo. Ma diviene essenziale in questo percorso l’assoluta sincerità con se stessi e l’interezza nella ricerca, in modo semplice ed onesto, senza fraintendimenti, e senza niente di superfluo. Diviene sostanziale, in tal caso, superare la paura di trovarsi di fronte a precise responsabilità e, pertanto, all’esigenza di dover agire. La possibilità di ascoltare altri genitori e di condividere con loro ansie, paure, desideri, ha permesso di riconoscere momenti di vita quotidiana e di confronto con i ragazzi che ci riguardano in modo solidale: agganci e connessioni a partire dalla paura del giudizio, dall’angoscia dell’opposizione, dalla possibilità di incontrare l’attrito che nasceva da ciò che ci rimandava il film. Anche la tensione dell’esposizione su questioni così complesse andava stemperandosi nel confronto con gli altri interventi poiché era evidente che si trattava di una condizione comune.

La risonanza non arrivava dal film ma dalle considerazioni di ciascuno su ciò che rinviava il film. Ascoltare le riflessioni dei ragazzi ha permesso a noi adulti di cominciare a farci una sequenza di domande, a partire da come ci poniamo rispetto al loro punto di vista: quale confronto cerco con i figli? In che modo mi pongo rispetto ai loro desideri, alle loro aspettative, alla loro vita? Le domande sbocciate già in partenza erano tante ma si sono ampliate man mano che il percorso evolveva: cosa vogliamo per i nostri figli? Ma anche, cosa voglio per me, per la mia vita? Come ho influenzato l’infanzia dei miei figli e cosa ho trasferito loro della mia infanzia? Ma anche, come la mia infanzia abbia influenzato la mia vita? Ed ancora: cosa sono riuscito ad insegnare ai miei figli e quali valori sono riuscito a trasmettere?, Quali interrogativi mi pongo rispetto alle loro esigenze e quali insegnamenti accolgo dalle loro esperienze?

Tra i molteplici interrogativi scaturiti durante il percorso, alcuni apparivano ricorrenti da parte di noi adulti: quanto siamo abituati a stare dentro le domande nelle relazioni affettive, poiché solitamente siamo appagati di fermarci alle risposte, dando per scontato la domanda e pretendendo subito il riscontro, il “prodotto” che soddisfa l’adulto. E quanto riusciamo ad accogliere l’impazienza di osservare le difficoltà dei nostri figli? Quanto accettiamo e tolleriamo la frustrazione di non poter controllare, di non capire, di non avere risposte nell’immediato? E cosa facciamo per evitare che questa frustrazione diventi invadente, superflua e molesta. E quindi, quanto siamo in grado di sostenere i figli senza essere invasivi? Come lasciamo andare i figli nella vita di tutti i giorni?

Domande aperte, spesso difficili da accogliere, da accettare, da digerire, ma domande che diventano essenziali per chi vuole smettere di separare idea e vita e ricerca interezza e autenticità. Ciò comporta responsabilità ed impegno perché obbliga ad agire in coerenza con le proprie parole e ad uscire dal proprio nascondimento. Si tratta, come riporta Antonio Ricci sul Blog “Manuale inapplicabile”, di approdare ad “uno spazio vuoto, incerto, a volte confuso….., uno stato di ascolto vigile e d’accoglienza il cui fare sta proprio nell’attesa e nell’accettazione che un processo creativo è ancora in corso, fuori dal proprio controllo”[1].

Ricercare un processo che sveli una graduale semplificazione delle cose, una semplicità essenziale, un togliere ciò che non serve. Una condizione di consapevole attenzione che presuppone la volontà di occuparsi di ciò che accade attorno a noi e prendersi cura di sé e dell’altro nella propria ricerca di senso. Stare in una condizione di accoglienza e di apertura, riconoscere le proprie possibilità e ad accettare i propri limiti, quelli veri, reali, non quelli che ci poniamo per paura del giudizio degli altri.

[1] A. Ricci – Corporeità, atto riflessivo ed esperienza. Blog “Manuale Inapplicabile”, 28/06/2014.