Essere per gli altri partendo da se stessi

di Angela Cervera*

«Ma il  margine più grande è da riservare alla libertà umana, soprattutto se ad essa si riconosce il massimo d’intensità del causa sui, ossia della scelta creante  del proprio io. Allora […] un siffatto tipo di libertà, un rapporto personale che attinga a due nuclei di libertà così intesi sfugge ad ogni deterministico rapporto causale, ma nello stesso tempo ha un’originalità sempre nuova. È un limite inquietante ma meraviglioso.»  Edda Ducci – L’Uomo Umano.

È interessante pensare a come nasce un titolo. Il titolo evoca, fornisce indizi, offre sprazzi di possibilità e nello stesso tempo tende al mistero, lascia una traccia ancora non svelata che si risolve essere un cimento sia per chi legge che per chi scrive. I titoli a volte vengono ancor prima della narrazione e rappresentano per chi scrive qualcosa che pulsa in quel momento nell’anima e segnala la necessità di essere svelato. È quindi l’inizio di un processo, di un’osservazione attenta e minuziosa degli elementi che lo compongono, nel tentativo costante di connettere un’esperienza a un’altra, una riflessione a un’altra e di tenere così il filo dell’agitarsi dei propri pensieri, per capirne il senso.

Essere. La prima parola ci mette a confronto con una miriade di possibilità, un caleidoscopio di rappresentazioni che ci impongono, nel tempo, di distinguere, comprendere e scegliere quale definizione davvero ci appartiene. È un lavoro lungo e faticoso che consiste essenzialmente nel far cadere progressivamente molte idee di sé, molte illusioni su ciò che siamo e che vorremmo essere, mentre  la vita ci offre esperienze e occasioni di riflessione. Si passa molto tempo a raccogliere dati, a misurarli, a costruire classifiche di meglio e peggio, a pensare che prima o poi si arriverà finalmente ad una definizione chiara su chi si è per poterci quindi permettere un’azione coerente con se stessi e nei confronti degli altri.

In realtà non si tratta di un processo lineare, ma qualcosa che si sviluppa attraverso continue evoluzioni e involuzioni, come un fiume che pur scorrendo impetuoso si ferma a volte in anfratti melmosi e putridi. Si comprende così che la domanda riguardo a se stessi non potrà mai avere una risposta definitiva ma che, se davvero lo si vuole, essa può diventare un vero e proprio piano di ricerca.  Si tratta di un primo approdo, che consente di liberarci dell’ansia di ottenere risposte definitive, che permette di restare in contatto con un dolore profondo, qualcosa di morbido e caldo che pulsa in fondo al cuore che rappresenta la nostra vulnerabilità. Quel dolore assume caratteristiche diverse per ognuno ed è ciò che connota e distingue la nostra storia da tutte le altre. Rimanere volontariamente aperti e a quel contatto è un primo passaggio che, se vissuto con lucidità, ci permette di vedere oltre noi stessi, di rivolgerci ad altro. Scoprire dopo anni la presenza ancora così viva di quel dolore, non è, infatti, un segnale di un fallimento, quanto la presa di coscienza della realtà della propria vita. Improvvisamente la questione non è più come si possa eliminarlo, quanto piuttosto cosa farne, come trasformarlo.

Nella scuola Periagogè impariamo che la relazione è lo strumento attraverso cui questa trasformazione è possibile. Parlare di relazione può generare fraintendimenti. Essi si creano grazie ad alcuni luoghi comuni che vedono il termine legato all’amore incondizionato per il prossimo o comunque all’idea della necessità di una incondizionata attitudine alla bontà e alla comprensione altrui. In realtà la questione è molto più complessa perché per parlarne bisogna allontanarsi dalle definizioni di comodo e ritornare all’esperienza. L’esperienza di ognuno ci dice che la relazione è materia difficile perché vede le persone coinvolte in un reciproco tentativo di avvicinamento che li porta ad avanzare su un terreno incerto, insidioso e, soprattutto, imprevedibile. L’avvicinarsi all’altro non è, infatti, mai libero da bisogni, desideri, automatismi e richieste per lo più non chiare e talvolta inconfessate. C’è un discorso analogico che di solito non affiora, ma che rappresenta il vero nucleo del nostro andare verso. Il desiderio di contatto deriva sempre dalla necessità primaria di ciascuno di essere visto. Guardami, riconoscimi, apprezzami e amami sono le parole che affermiamo in ogni ricerca di contatto. Ogni volta portiamo all’altro tutto il nostro vissuto, le nostre ragioni, i nostri sentimenti di rivalsa e ogni volta vorremmo che tutto questo ricevesse il giusto apprezzamento. Può bastare questo per volere e ottenere una relazione? Probabilmente no, anche se è di estrema importanza cominciare a riconoscere le motivazioni che ci portano ad andare verso l’altro. Avere coscienza delle proprie modalità relazionali è un primo passo verso un contatto che non equivalga unicamente alla soddisfazione dei propri bisogni. Dipende se consideriamo l’altro come oggetto o come soggetto nella relazione. Significa spostare il proprio punto di vista da uno sguardo in grado di considerare solo noi stessi ad uno capace di contenere anche l’altro.

Se la relazione ha quindi inizio in una reciproca richiesta di attenzione cosa permette allora il superamento di questo confronto “io –  io”? Innanzitutto direi la volontà di praticare l’arte del confronto. Sì perché di pratica si tratta: è una pratica che coinvolge il corpo, le emozioni, fino alla sfera spirituale. Come qualsiasi cosa che abbia un valore, la relazione impegna ed educa a una consuetudine, una costanza, che deriva da una precisa volontà di mettersi in situazioni in cui il contatto è possibile. Bisogna farne esperienza, avere la possibilità di osservare le differenze, percepirsi in questa pratica nel tempo e nello spazio, divenendo consapevoli del variare delle persone, delle esigenze, delle forme e dei modi della relazione, mai uguali, appunto, nello spazio e nel tempo. La pratica del confronto consente in questo modo di percepirsi nel tempo come un’unità, ma, nel continuo mutare delle nostre relazioni, anche come individuo che cambia.

Si tratta di garantirsi cioè, nel tempo, il formarsi e il consolidarsi di ciò che Edda Ducci definisce uno spazio personale[1], ovvero un luogo dell’interiorità in cui l’esperienza dell’altro possa risuonare e destare in noi un’eco di dolorosa e struggente familiarità, presupposto di qualsiasi riconoscimento. In questo modo la relazione si eleva e va al di là della mera soluzione dei problemi quotidiani nel tentativo di realizzare un incontro di esperienze. Questo spazio scaturisce dalla precisa volontà della persona di continuare a volere andare verso un processo di sempre maggiore umanazione e garantisce la possibilità di riflettere sull’esperienza che si sta vivendo nel confronto con l’altro.

Ogni relazione rappresenta infatti un’esperienza a sé, che consente l’accesso ad una serie di significati mai prevedibili e sempre nuovi. Si può affermare che una relazione c’è quando c’è un contatto ed è per questo che essa non è mai indolore. Un incontro reale corrisponde sempre alla rinuncia della pretesa che vi sottende. La pretesa che l’altro risponda e interagisca come noi vogliamo. C’è sempre un tu devi con cui inizialmente ci si fronteggia. Ciascuno porta all’altro questa pretesa e il desiderio che questi la riconosca quale degna di considerazione. La vera esperienza è constatare che l’incontro accade da qualche parte al centro, in una situazione terza, in uno spazio nuovo, nello spazio di ciò che è possibile, che non corrisponde quasi mai a ciò che si vorrebbe, ma che è reale. Prendere atto di ciò che è possibile non significa né svilirne la qualità, né indulgere nella superficialità, ma piuttosto significa non essere ingenui.

Ogni contatto è un fin qui, mai un per sempre, garantito e immutabile. Ogni contatto insegna qualcosa che va verificato costantemente nella differenza di ogni relazione. È, come si affermava prima, legato a tempo e spazio e per questo apre ad uno sguardo di comprensione nei confronti del passato, ad una visione reale del presente, offrendo la possibilità di uno sguardo diverso sul futuro. Così ci si allena a coltivare la speranza invece che l’illusione. È l’unico modo che conosco di diventare adulti.

In questo senso vivere acquista il significato di camminare con l’altro a partire dal proprio mondo interiore, senza negare quel naturale bisogno di contatto e la conseguente esigenza di andare via, due tendenze che da sempre si accompagnano. L’accettazione di questa polarità permette al singolo di rinnovare ogni volta la decisione di andare verso e di affrontare il rischio di una parola vera. La disponibilità nei confronti dell’altro va, infatti, continuamente alimentata e rinnovata nel tentativo di garantire e garantirsi un giusto rapporto tra queste due opposte spinte. Nel movimento che ne deriva nasce l’opportunità di un atto creativo, un atto di libertà, in cui è possibile scoprire le proprie potenzialità e rifondare se stessi a partire da un fin qui.

 

*Angela Cervera, insegna lingua e letteratura Inglese presso il Liceo delle Scienze Umane “Martini” di Schio (VI). 

[1] « È necessario intendersi circa il senso ultimo di spazio personale. […] personale differisce totalmente da individuale ed è da intendersi come antitetico a privato e intimistico; […] Se nel soggetto umano l’interiorità coincidesse con un ambito di sola privatizzazione, il soggetto risulterebbe incapace di un rapporto sociale non circoscritto al solo fenomeno e al puro accidentale, e l’educazione dovrebbe impegnarsi unicamente nel processo di adeguazione. Lo spazio personale  viene qui prospettato come conseguenza della specifica intensità ontologica del soggetto […]. DUCCI EDDA, L’Uomo Umano, Roma, Anicia 2008, pp.40-41