Essenza e personalità (seconda parte)

di Mauro Ventola

«Sono morto perché non ho il desiderio,
Non ho il desiderio perché credo di possedere,
Credo di possedere perché non cerco di dare,
Cercando di dare, si vede che non si ha niente,
Vedendo che non si ha niente, si cerca di dare se stessi,
Cercando di dare se stessi si vede che non si è niente,
Vedendo che non si è niente, si desidera divenire,
Desiderando divenire, si inizia a vivere.»

Renè Daumal

 La scoperta dei due Sé

Esistono profonde verità sulla natura dell’esistenza umana comprese da filosofi, mistici e ricercatori d’ogni tempo. Non necessariamente si tratta di verità evidenti. Sono però, certamente, verità profonde. Molto più spesso si tratta di ‘ovvi elusivi’, idee così ovvie da sfuggire ai nostri occhi. È quello che succede con ciò che ci è troppo vicino: ad un certo punto non riusciamo a vederlo, a distinguerlo dallo sfondo di altri elementi. Questo non riguarda solo il campo della visione. Esistono delle verità sul nostro Essere che non possiamo vedere, che persino non riusciamo ad ammettere, perché troppo vicine. Ma di tanto in tanto capita che «ciò che siamo grida così forte rispetto a ciò che diciamo», direbbe il filosofo Ralf W. Emerson, «che non riusciamo a vederlo». Una di queste verità è l’esistenza della molteplicità della nostra natura. Nel nostro stato di esistenza ordinario non siamo ‘uno’, ma scissi, frammentati, divisi in noi stessi. Riconoscere questa iniziale scissione è il primo passo indispensabile per un successivo lavoro di integrazione di sé volto all’integrità dell’Essere. La nostra letteratura è ricca di riferimenti. Scrittori e poeti, spesso meglio di mistici e filosofi, hanno saputo esprimere verità tanto semplici quanto universali e profonde. Robert Louise Stevenson, nel suo libro The Strange Case of Dr. Jeckyll e Mr. Hide ne parla esplicitamente:

«Sia sul piano scientifico che su quello morale, venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m’ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l’uomo non è veracemente uno, ma veracemente due.»

Si tratta di una scoperta che le grandi tradizioni metafisiche di ogni tempo ha condiviso e trasmesso segretamente. Solo negli ultimi vent’anni la Psicologia transpersonale, muovendosi al di là della cornice meccanicistica e deterministica esplorata largamente da Sigmund Freud, ha sottolineato l’idea che il nostro ‘livello d’essere’, in realtà, è costituito da due aspetti fondamentali:

  • Un ‘ego’ o ‘Io personale’, che Sigmund Freud definì come «il centro di tutte le identificazioni del soggetto». Si tratta della sede delle nostre maschere, che contiene i modi di fare e di pensare che abbiamo appreso;
  • Un ‘sé superiore’ o ‘Io reale’, il nostro vero sé, connesso all’energia vitale che ci abita da sempre e alle nostre emozioni più profonde.

 George Gurdjieff, il mistico che ha introdotto in Occidente il sistema di evoluzione umana chiamata «Quarta Via», ne parlava in termini di ‘essenza’ e di ‘personalità’.

«Ricorderemo che l’uomo è costituito da due parti: essenza e personalità. L’essenza è ciò che è suo. La personalità è ‘ciò che non è suo’. ‘Ciò che non è suo’ significa: ciò che gli è venuto dall’esterno, quello che ha appreso, quello che riflette; tutte le tracce di impressioni esteriori rimaste nella memoria e nelle sensazioni, tutte le parole e tutti i movimenti che gli sono stati insegnati, tutti i sentimenti creati dall’imitazione, tutto questo è ‘ciò che non è suo’, tutto questo è la personalità. Il bambino non ha ancora personalità. Egli è ciò che è realmente. Egli è essenza. I suoi desideri, i suoi gusti, ciò che gli piace, che non gli piace, esprimono il suo essere così com’è. Ma allorché interviene ciò che si chiama ‘educazione’, la personalità comincia a crescere. La personalità si forma in parte sotto l’azione di influenze intenzionali, vale a dire dell’educazione, e in parte per l’imitazione involontaria degli adulti da parte del bambino. Nella formazione della personalità, hanno una parte importante anche la ‘resistenza’ del bambino all’ambiente e i suoi sforzi per dissimulare ciò che è ‘suo’, ciò che è ‘reale’. L’essenza è la verità nell’uomo; la personalità è la menzogna.»

Frammenti di un insegnamento sconosciuto, George Gurdjieff

 Essenza e personalità

La distinzione tra essenza e personalità, tra ‘io reale’ e ‘io fittizio’, è al centro di ogni antico e moderno sistema di sviluppo di sé e di comprensione dell’uomo. È al tempo stesso una delle distinzioni centrali di quell’insieme di conoscenze chiamato da Aldous Huxley Filosofia Perenne. Huxley si riferiva ad una serie di idee di validità autoevidente e universale condivise da ogni insegnamento spirituale mai esistito. Cosa sono l’essenza e la personalità? Personalità viene dal latino ‘persona’, parola che indicava la maschera che gli attori indossavano durante le recite. Fu definita da Carl G. Jung come quell’insieme di nozioni e comportamenti acquisiti come meccanismo di adattamento sociale. In altre parole, la personalità riguarda tutto ciò che non è propriamente nostro. Anche in relazione all’essenza la comprensione l’etimologia ci viene incontro. Questa parola viene dal latino essens, participio presente di «esse», che sta per essere. L’essenza è il vero sé, l’io autentico della persona, la sua natura più profonda. L’essenza e la personalità, spiega il prof. Claudio Naranjo, psichiatra cileno e allievo diretto di Fritz Perls, non devono essere intese come due ‘parti’, ma come due ‘modi di funzionare’. Per dirla con i filosofi esistenzialisti, essenza e personalità sono due modi di «essere-nel-mondo».

«La distinzione più ampia, nel corpo della psicologia della Quarta Via, che cerco di sintetizzare, è quella fra ‘essenza’ e ‘personalità’, fra essere reale e essere condizionato con cui in genere ci identifichiamo … Mentre Gurdjieff parla di personalità, Ichazo parlava di Io, più in linea con l’uso recente … La distinzione è analoga a quella proposta da Winnicott tra ‘vero sé’ e ‘falso sé’, anche se parlare di essenza, di anima, di vero sé o di Atman può essere fuorviante, perché sono tutti termini che lasciano intendere qualcosa di fisso e di identificabile. Pertanto, anziché parlare dell’essenza come di una cosa concreta, dovremmo pensarla come un processo, un ‘modo di funzionare’, privo di egoismo, chiaro e libero, della totalità integrata dell’essere umano.»

Character and Neurosis: An Integrative View, Claudio Naranjo

I filosofi e i mistici del Novecento hanno sottolineato con integrità, autenticità e passione che l’evoluzione interiore dell’uomo in modo integrale ed armonico non può che essere perseguita allineando ed armonizzando queste due modalità esistenziali. Se non riusciamo a farlo, se l’essenza predomina troppo o è la personalità a farlo, il prezzo è una sensazione di ‘carenza ontologica’. Nella persona diventa presente una sensazione di nostalgia esistenziale. Emerge la profonda sensazione che «qualcosa manca», ad un livello talvolta inesprimibile sul piano del linguaggio. La persona ontologicamente insoddisfatta (insoddisfatta dal punto di vista dell’Essere), spesso non può e non riesce a definire la ‘sorgente’ della sua sensazione di mancanza. Uno degli Intenti di questo articolo è quindi la dichiarazione di un nuovo reame di possibilità: la possibilità che ogni essere umano possieda una ‘essenza’, una propria natura profonda, e che la sua personalità debba essere allineata ad essa. In questo nuovo reame di possibilità non esistono spiegazioni o giustificazioni. Non essendo una forma, ma una esperienza, non è possibile conoscere l’essenza in modo diretto. Abbiamo trasceso il dominio della dualità, persino quello che comprende il binomio verità/falsità. L’essenza non è una questione di verità, ma di bellezza. Quando ci riconnettiamo ad essa, non abbiamo bisogno di sapere perché esiste. La Vita, è una questione estetica: la domanda è circa la bellezza.

Per approfondire:

Ouspensky, P. D, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio, Roma.
Paolo Menghi, Figli dell’Istante, Istituto Mandala, Roma.
Korzybski, Alfred, The Manhood of Humanity, Forgotten Books.