Essenza e personalità (prima parte)

di Bruno Zenone Joshua Cavion *

Allineare essenza e personalità, riconoscere il due nell’uno.

«Nella Normodinamica ogni ostacolo è un ponte. Come una grossa pietra in mezzo al fiume: può essere d’impedimento se ci inciampiamo contro e se pretendiamo di toglierla, ma può essere d’aiuto per passare da una riva all’altra se ci camminiamo sopra. In questo caso più grosso è il sasso, più facilitato sarà il passaggio. Ma il sasso in sé è solo un sasso. A noi subirlo come ostacolo o usarlo come opportunità.»

Paolo Menghi

Vivendo in un mondo come il nostro, gli esseri umani sono stati portati spontaneamente a crearsi degli schemi mentali, delle categorie, con cui codificare il mondo circostante per spiegarselo e raccontarselo, dandogli una determinata forma. La nostra mente si basa su un sistema di ragionamento duale, polare, con cui riusciamo a filtrare le informazioni che i nostri sensi ci trasmettono dall’ambiente circostante dando vita a quello che per noi è il mondo e quindi anche a ciò che noi siamo per noi. Così nasce ogni cosa, assieme al suo contrario: io e l’altro, il vero e il falso, il giusto e lo sbagliato, il caldo e il freddo, l’alto e il basso, il grande e il piccolo, il bello e il brutto. La vita di un essere umano è formata da ambedue queste parti, con cui si deve imparare a rapportare, che deve imparare a conoscere ed utilizzare. La facoltà di saper utilizzare tutto il nostro potenziale risiede, a mio parere, nella capacità di integrare pur, allo stesso tempo, distinguendo queste modalità d’essere.

Questo processo triadico si ritrova in moltissime filosofie orientali e religioni di tutto il mondo; essenzialmente consiste nel riconoscere l’unità delle due parti e quindi l’illusione di questa divisione. Basti pensare al mito della caverna di Platone in cui gli uomini vedono l’ombra di una fiamma credendo che questa sia la sola realtà. Lo stesso Schopenhauer utilizza la metafora del velo per sottolineare l’illusorietà del mondo materiale, riprendendo non a caso la figura vedica di Māyā che rappresentava l’origine del mondo materiale.

Comprendere che la nostra visione è limitata e che si basa su delle convenzioni altrettanto limitate e relative, ci da modo, riconoscendo la loro interezza e quindi la loro illusorietà, di andare oltre questa dualità. Potrebbe ricordare la dialettica hegeliana di tesi, antitesi e sintesi o i tre guna (tamas, rajas e sattva) del Sāṃkhya con cui venivano indicate le tre componenti ultime della Prakṛti. Ma la cosa, in realtà, non è così trascendente e astratta come potrebbe sembrare. Questo scontro tra forze polari è ciò che muove il mondo intero.

Tutto è basato su questo schema duale con il quale dividiamo e interpretiamo il mondo e la nostra realtà. In altre parole, la nostra quotidianità è fatta di questo: ogni nostro pensiero, ogni nostra parola, ogni nostra azione muove a partire da questi schemi. Ciò che muove da questi schemi è ciò che prima è stato definito ciò che non è nostro, la personalità che rappresenterebbe i primi due guna (tamas e rajas). L’interazione polare tra le due parti è come un continuo sfregare, un attrito che genera energia. Questa energia è ciò che ci da vita, è ciò che produce movimento e cambiamento. Ovviamente questo accade anche al nostro interno, in ogni istante, sia a livello strettamente biologico (basti pensare al lavoro del nostro organismo e al nostro ricambio di cellule) che a livello emotivo e mentale. Mi piace vederlo come una continua guerra che ci portiamo dentro ogni giorno.   La pace può essere raggiunta solo accettando l’inevitabilità di questa guerra.

L’energia che ci abita, quindi, è qualcosa che ci è essenziale ma che in un certo senso non siamo abituati a gestire e canalizzare coscientemente.

La psicologia si è concentrata prevalentemente sul cervello come organo principale di analisi, non considerando l’importante rete di collegamenti neuronali che rendono il nostro intestino un altrettanto importante centro di gestione dell’energia, una sorta di «secondo cervello» (Michael D. Gershon, The second brain) o intelligenza emotiva. Tutto lo stress, l’ansia e la tensione non a caso vengono accumulate nella pancia. Inizialmente considerato un sistema periferico marginale, si è poi scoperto che, l’intestino, è dotato di un sistema neuronale autonomo. Pur avendo solo un decimo dei neuroni del cervello lavora in modo autonomo, aiuta a fissare i ricordi legati alle emozioni ed ha un ruolo fondamentale nel segnalare gioia e dolore. Le cellule dell’intestino non a caso producono il 95% della serotonina del nostro corpo. Quindi questo secondo cervello digerisce ed assimila non solo il cibo ma anche informazioni ed emozioni che arrivano dall’esterno. Questi due centri di gestione dell’energia (cervello e intestino) sono in comunicazione tra loro attraverso una serie di collegamenti neuronali. Risulta chiaro che ignorando tutto ciò risulta difficile gestire al meglio le proprie energie.

Come con una fiamma, possiamo illuminare il buio: ci possiamo anche scottare se non sappiamo utilizzarla. Lo stesso vale per l’energia. Quando si parla di energia, ci si riferisce anche e soprattutto a tutte le nostre emozioni: ad esempio, quando ci sentiamo tristi o arrabbiati e sentiamo che tutto questo ci condiziona, è la nostra energia che prende il sopravvento su di noi, «utilizzandoci». Il desiderio stesso è una forma di energia vitale in movimento nella mente. Questa energia, questo attrito, è sia ostacolo che ponte a seconda di come lo guardiamo. A questo punto può essere utile utilizzare il concetto di resilienza in quanto capacità di superare la crisi, o il cambiamento, utilizzando al meglio quello che c’è a disposizione per adattarsi. Utilizzare tutte le proprie energie in un modo cosciente ci darebbe la possibilità di avere molta più energia a disposizione da impiegare per quello che vogliamo realmente fare della nostra vita.

Ed è qui che si arriva a quello che prima è stato definito come Essenza: ciò che ci permette di essere veramente, oltre alla materia e all’energia di cui siamo fatti. Il sattva, chiamato anche spirito, anima e in molti altri modi, questo concetto ricorre in moltissime tradizioni e culture di tutto il mondo e ci riporta di nuovo alla trinità, al terzo fattore che nasce in quanto integrazione dei primi due. E’ stata anche molto associata alla nostra componente infantile, come se il bambino che siamo stati e che ci portiamo dentro rappresentasse una nostra parte latente non ancora del tutto sconnessa da quell’unità che è la realtà (mi viene in mente il fanciullino di Pascoli o l’ ātman del Rgveda).

Quello che mi preme sottolineare prima di proseguire, è come l’ostacolo dato da questa continua opposizione polare sia necessario e fondamentale per giungere poi all’Essenza, che non può esistere senza i primi due fattori ma esiste proprio in quanto loro sintesi. L’ego è utile per essere al mondo; è funzionale all’esistenza. Proprio per questo motivo non ha senso l’idea di distruggerlo o eliminarlo. L’approccio che mi pare più adatto, invece, è analogo a quello di una madre dolce e comprensiva che accudisce suo figlio, riconoscendosi in lui e riuscendo a prendersi cura di lui in modo da consentirgli di esprimersi al meglio delle sue potenzialità. La scissione è utile in quanto ci protegge rispetto a qualcosa che non siamo ancora in grado di integrare.

La concezione occidentale contrappone la mente al corpo, mentre in quella orientale si tende a vedere molto di più queste due dimensioni come un tutt’uno, parte integrante della stessa cosa (in questo modo si ristabilisce l’asse di collegamento tra i nostri «due cervelli», della pancia e della testa). Questa consapevolezza di interezza è ciò che si potrebbe definire «coscienza di esserci» e definisce una sensazione vissuta in un tempo presente che ci fa sperimentare la realtà ad un livello che va oltre i primi due. Per spiegarlo più concretamente se, per esempio, un lutto provoca in me delle forti emozioni e io riesco a canalizzarle ed utilizzarle al meglio, allora avrò una notevole coscienza di esistere e di “esserci” in quel momento; perché avrò trasceso lo stare «bene» o stare «male» e sarò andato oltre questa distinzione duale e illusoria. Non sto dicendo che non sarò più triste, ma che riuscirò a vivere con quella tristezza in un modo più cosciente ed utile a me. Si potrebbe intendere come un unione tra intelligenza mentale e intelligenza emotiva.

Lavorare sul corpo è il primo passo, lavorare sul respiro, osservarsi nei propri comportamenti e automatismi, ascoltarsi, prendere coscienza del rapporto che si ha con il proprio corpo. Fare tutto ciò in un modo sincero e umile è l’inizio di un cammino di evoluzione che tutti possiamo scegliere di intraprendere.

Nella consapevolezza che tutta la nostra realtà è un’illusione ci possiamo muovere, come in un sogno, orientandoci utilizzando la parte che sentiamo più nostra, quella che riconosciamo come più vera per noi, la nostra Essenza, che ci guida e ci parla attraverso segni che non sempre riusciamo a cogliere.

Quello che va tenuto presente è che noi siamo tutti e tre questi fattori assieme e la consapevolezza di questo ci porta a vedere e a percepire il mondo in un modo differente.
Se tutto in realtà è unito la scissione si crea perché non siamo ancora pronti a comprendere questa unità. Accettando questa scissione si può dare spazio all’esperienza e all’intensità che questa comporta, arrivando infine alla conoscenza. Tutto questo processo è in continuo ed incessante movimento, proprio perché dinamico deve continuare a cambiare… e noi con lui. Tutto sale per ridiscendere. Quindi la nostra vita è un continuo divenire, una lotta che non finisce mai; ogni giorno può darci qualcosa o può togliercelo a seconda di chi pensiamo/sappiamo di essere, di dove siamo e dove stiamo andando.

«L’essere umano non potrà mai essere felice finché per non dormire ed essere reale e presente a se stesso deve star male. Quando avrà imparato a rimanere sveglio e intero, in virtù (prima) e nonostante (poi) l’intensità delle situazioni negative, queste stesse avranno svolto la loro funzione, e diminuiranno considerevolmente. Sarà la volta allora di ottenere gli stessi risultati accogliendo e vivendo in coscienza, intensità e armonia gli stati positivi. Ma la sofferenza non diminuirà oltre un certo limite, perché c’è una seconda lezione da imparare: smettere di dividere la realtà in negativa e positiva. La vita, come l’atomo, è fatta di più e di meno. La persona realizzata li comprende tutti e due allo stesso tempo. E con questa comprensione può far uso cosciente dell’intensità che gli attriti portano con sé. La felicità non nasce dalla negazione della polarità negativa, perché l’infelicità è divisione e la felicità è interezza. C’è chi si accontenta di aver capito il concetto e chi aspira a realizzarlo in ogni su cellula. Il mio impegno è per il secondo tipo di persone. Per il primo mi accontenterò di inventare un altro concetto

Paolo Menghi

*Studente universitario presso la facoltà di Antropologia, religioni e civiltà orientali alla “Alma Mater Studiorum” di Bologna

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