Destino e scelta

di Antonio Ricci

«Carissima Magdala,

mi fa piacere continuare a ricevere le tue lettere. Sono tanti anni che ci conosciamo e sono contento per quello che stai riuscendo a realizzare con i tuoi amici. È bello vedervi lavorare insieme per costruire. Credo che una scuola per l’infanzia sia la cosa migliore da fare, soprattutto perché consente di occuparsi anche dei genitori. Rispetto alla tua domanda sull’amore, capisco cosa mi chiedi, credo che non riguardi solo te ma ogni singola persona sulla terra. Hai ragione a dire che è più difficile sostenere l’abbondanza d’amore, anche perché, di fatto, siamo più abituati a vivere nella sua mancanza. Se non vuoi inventare amore, se non vuoi sporcarlo credo che l’unica cosa da fare sia impegnarsi per elevare gli altri, malgrado tutti i nostri limiti. Eppure sono convinto che lo sporcherai molte altre volte, anche perché non puoi sperare in una candida esistenza. Non lo hai ancora capito dopo tanti anni?

Non ti arrendi al fatto che l’azione è di per sé qualcosa d’incompleto e insufficiente, e che malgrado ciò bisogna insistere ed accettare il limite. Ogni volta che rischi d’agire, rompi un equilibrio, e ciò produce sofferenza. È inevitabile. Tu hai un’idea di purezza e perfezione che è molto diversa dalla mia. A volte sembra che desideri l’annientamento degli opposti. Per me invece è perfetto ciò che si mantiene vivo, nella coesistenza degli opposti. È perfetto ciò che consente un equilibrio dinamico come nel susseguirsi delle stagioni, dove all’aumentare del freddo diminuisce il caldo. Non c’è perfezione quando l’uno si realizza prevalendo totalmente sull’altro, perché brillerebbe nel proprio scomparire e ciò significherebbe l’estinguersi della vita, così come non è perfetto il mantenimento infinito di un centro statico tra l’una e l’altra forza. Anche in questo caso si estinguerebbe la vita. Se ci sono alternanza e movimento, c’è vita.

Ci sentiamo vivi nella misura in cui ci sentiamo attivi. Quando tutto è fermo e prevale una forza assoluta, essa si consuma e muore. Nella mia idea di perfezione ogni polo ha bisogno del suo corrispettivo opposto per esistere e definirsi.

Ascolta cosa dice a proposito Romano Guardini: «Entrambi i versanti dellopposizione hanno consistenza essenzialmente autonoma e sussiste tra loro un confine reale, qualitativo. Si può passare dalluno allaltro solo per mezzo di un atto specifico, un salto qualitativo. Ma entrambi le parti si danno sempre contemporaneamente: pensabili e possibili solo luna grazie allaltra. Questa è opposizione: due momenti stanno ciascuno in senza poter essere dedotti, trasposti, confusi e tuttavia sono indissolubilmente legati luno allaltro; anzi si possono pensare solo luno nellaltro e luno grazie allaltro».[1]

Le coppie di opposti sono unità. Accade in natura e accade in ogni coscienza. Continuo a parlare di unità di opposti e non di contraddittori. Bene e male sono contraddittori, così come lo sono vuoto e pieno, chiaro e scuro, affermare o negare. Voler «congiungere» queste coppie sarebbe una forzatura e, nella lezione di Guardini, anche una disonestà spirituale. So bene che tutto questo può essere incompatibile con una visione del mondo dove bene a male invece sussistono come opposizione polare, come nello gnosticismo cristiano. Ma bisogna sperimentare in se stessi la confusione che si genera, nell’impossibilità di tracciare, nettamente, un confine tra bene e male. Tale indifferenziazione conduce ad approdi paludosi.

Quando il male e il bene non possono essere pensati fino in fondo, c’è qualcosa che rimane a metà e nessuno riesce più a collocarsi chiaramente, né da una parte, né dall’altra.

Lo sterminio nazista degli ebrei, dei malati mentali, degli handicappati, degli zingari, degli omosessuali, nasceva dalla presunzione di poter varcare questa soglia. A quest’ orrore hanno collaborato persone così dette «per bene», gente che faceva il suo dovere, che si diceva onesta e timorata di Dio. Non è questa l’estrema confusione dei valori, anche di quelli più sacri? Non bisogna andare troppo indietro, basta guardare agli orrori dell’ex Jugoslavia o a quelli del Ruanda. Credi che chi abbia agito tali crimini, sentisse di operare per il male, oppure di avere una missione per conto del bene?

La storia è piena di crimini atroci commessi in nome di Dio. Il motto dei nazisti era «Gott mit uns»; il tribunale dell’Inquisizione bruciava streghe ed eretici per conto del Padre Eterno; la shariah, da «cammino verso la fonte» è diventata legge islamica di Dio, che autorizza a sgozzare chi professa un’altra fede, uccidere donne adultere a sassate e a impiccare omosessuali.

Il cammino verso Dio non credo sia lastricabile di omicidi.

In ognuno c’è un pazzo, un delinquente e un assassino, così come in ognuno c’è un filantropo, un saggio, un mistico. Anche in te Magdala, che ti piaccia o no. Riconoscerlo dentro di sé ci aiuta a non cercarlo in altri, per poi dirci migliori o peggiori. È migliore solo chi ha visto tutta la sua bruttezza e sporcizia e malgrado ciò abbia continuato a costruire. È migliore chi non ha dovuto tagliare via tutto il peggio di sé, per esprimere il meglio di sé. La persona intera tiene al suo interno il meglio e il peggio, e poi sceglie a cosa dare il consenso e a cosa opporsi. Questo è il volere, questa è la coscienza.

Pensa alla tua situazione passata: tu e il tuo ex marito camminavate insieme come un’unità polare, tu quella emotiva, con la testa in cielo; lui quello pratico, con i piedi per terra. L’una aveva bisogno dell’altro per mantenere il proprio equilibrio psichico. Contemplazione e azione, se non sono connesse, possono diventare pericolose: l’una guarda solo all’idea, l’altra all’efficacia. Vita contemplativa e vita attiva si devono congiungere nell’individuo. Quanto può durare e quale sicurezza ci può essere se un pezzo di sé lo abbiamo delegato a qualcun altro.?

Quando vi siete separati, sei stata malissimo. Credo tu possa oggi capire meglio perché. D’accordo sulla fiducia tradita e tutte le ferite inferte e ricevute, il dolore però si generava anche dalla confusività inestricabile delle vostre identità. Chi sono io senza di lui? Chi è lui senza di me? Perché sto così male?

Non sai quante coppie muoiono e rinascono nella ricerca dello stesso identico equilibrio collusivo. Eppure se da quel dolore emerge la volontà di interezza, ecco che può nascere un individuo. Hai tentato di riprenderti ciò avevi lasciato giocare solo a lui, hai cercato di portarti dentro quella forza pratica, anche se greve, nonostante tu temessi d’inaridirti, di perdere quella capacità d’astrazione e di contatto. Ciò che avvenne fu invece un inizio d’integrazione. Potevi così essere aperta e nello stesso tempo concreta, potevi essere reale e fantasiosa. Il tuo spirito critico si è rinforzato, riducendo la tendenza a distorcere la realtà, così come la tua intuizione ha messo radici nella concretezza pratica. Piena attività mentale, nella fantasia e creatività, controbilanciata dalla forza dell’aderenza alla terra, in piena recettività e fruizione del mondo. Ancora questa realtà non si è consolidata in te, e ogni volta che arriva qualche sofferenza più intensa, tendi a scappare in quella parte comoda e pericolosa.

Giona rappresenta per te questa nuova possibilità d’integrazione e consolidamento. Credo che sia maturo il tempo per te di cominciare ad accogliere la rabbia e la delusione delle persone. Nessuno può essere tenuto buono troppo a lungo, non si può ingannare nessuno con false speranze, e tu lo sai per esperienza. L’amore non può essere forzato, viene solo per grazia. Perciò bisogna accettare tutta la propria inadeguatezza.

Comprendo che tu abbia paura di ferire e di essere ferita, credo però che tu abbia anche paura di essere fraintesa, che si sbaglino sul tuo conto e sulle tue intenzioni. Che cosa puoi farci? Accadrà sempre, non puoi impedirlo. Chi non comprende non rispetta e  fraintende. Affinché il tuo volere si affermi e la tua intenzione si chiarisca, devi combattere, questo lo sa chiunque si adoperi per edificare. Alla costruzione si oppongono le forze dell’inconsapevolezza, anche le tue, perciò devi prepararti ad affrontarle, senza essere ingenua.

Una vita senza attrito è impossibile. L’attrito genera dolore ma anche intelligenza, genera forza, genera vita. Senza dolore non c’è coscienza. Nessuno lo desidera, però le persone più aperte e intelligenti sanno quanto sia importante. È bene imparare ad averci a che fare. Chi tende ad eliminare l’attrito si addormenta ma la vita arriverà comunque a svegliarlo, trovandolo impreparato; chi tende ad esasperarlo si consuma e la vita arriverà a fermarlo, trovandolo esausto. Perciò credo sia importante imparare a gestire le proprie forze e scoprire la propria vocazione. L’attrito può essere un amico da accogliere e gestire o un nemico da combattere e subire. Dipende da ciò che vogliamo, se sappiamo arrenderci oppure opporci a ciò che siamo, in quella mescolanza meravigliosa e tremenda, che è ognuno di noi: destino e scelta».[2]

 

[1] R. GUARDINI, Opera omnia I Scritti di metodologia filosofica, Brescia, Morcelliana, 2007, pg. 101.

[2] A.Ricci, Manuale inapplicabile, Archetipi e racconti sull’arte d’apprendere e d’insegnare, Edizioni Periagogè, 2012, pg 109 -113.