Conversazioni sulla soglia

di Antonio Ricci

Le “conversazioni sulla soglia” sono stralci di dialoghi avuti con alcuni miei studenti o clienti che seguo in consulenza, sono incontri avvenuti in momenti inaspettati e al di fuori del consueto setting di lavoro educativo o di formazione: al termine di un colloquio particolarmente impegnativo; mangiando attorno ad un tavolo; durante uno scambio di saluti o passeggiando nella pausa di gruppi di lavoro. Di solito sono dialoghi molto veloci e diretti, che durano poco.

Tengo sempre a mente una frase, che credo sia di Wittgenstein, che più o meno recita: “le cose più importanti a volte vengono dette sulla soglia”.  Quindi, quando accade non lascio correre, afferrando quel flebile e contraddittorio invito di chi ti lancia distrattamente qualcosa di significativo nel mentre sta andando via, come se la cosa non gli appartenesse e non fosse importante. Io invece colgo l’incongruità e l’ambivalenza di quel: “qui lo dico e qui lo nego”. Forse è solo un tentativo goffo di lasciarsi una via di fuga qualora arrivassero risposte non gradite, stando appunto con un piede sulla soglia; oppure di spuntare le “armi” che un setting prestabilito certamente conferisce, evitando al contrario che si possa replicare; oppure è semplicemente un tentativo maldestro di controllo sulla relazione, dove la chiacchiera tra amici, alla “pari” e fuori dalle stanze di lavoro, mira ad un falso e prematuro abbattimento dei ruoli, generando anche una confusività nella richiesta.

Credo sia comunque una cosa abbastanza diffusa e molti miei colleghi sono convinto sappiano bene di cosa parlo. Si possono fare molte ipotesi sul perché accada: mancanza di coraggio, bisogno di ulteriore attenzione, ricerca di un legame intimistico meno minaccioso, ma ciò che per me conta è quello che sulla soglia si rivela e non giocare al gioco del potere.

La mia libertà è quella di essere ciò che sono ovunque sono, che sia dentro o fuori dal mio studio o nei gruppi di lavoro, prendendo ciò che mi viene dato per il valore che vedo, sapendo di essere sufficientemente in grado sia di definire confini chiari e distanze opportune, sia di uscire dalla protezione del setting e di poter accogliere e affrontare la vita nel mentre accade, nuotando nell’incertezza. In fondo ritengo che questi requisiti, oltre ad essere elementi fondamentali della mia professione educativa, siano anche parte di una mia personale ricerca d’interezza.

Una cosa ho ben chiara: le cose dette sulla soglia spesso mancano di due presupposti importanti affinché una relazione possa dirsi intenzionata e qualificata e quindi educativa: la chiarezza della richiesta e la possibilità, reciprocamente scelta e data, di avere un confronto e di fornire una replica adeguata. Quando questi due requisiti sono, al contrario, garantiti, qualunque momento può essere utile per dire qualcosa di significativo: il legame è stabilito, le funzioni non sono negate o confuse, e quindi il tempo e lo spazio del reciproco incontrarsi e scontrarsi, può seguire anche ritmi più liberi.

Perciò prendo nota di queste “conversazioni sulla soglia” e le trascrivo per mia memoria, aggiungendo riflessioni ed elaborazioni, cercando, per piacere di lettura, di mantenere un linguaggio colloquiale. Qualcuno potrebbe dire che sembrano piuttosto dei monologhi oppure credere che riportino scambi riservati e personali e che qualcuno potrebbe risentirsi.  In realtà, a scanso di equivoci, non sono mai avvenute nella forma che poi gli conferisco, né tantomeno sono riferite ad una specifica persona, anche se credo che in molti possano riconoscersi in alcuni passaggi e nella sostanza del processo evidenziato. Sono quindi frammenti sparsi di dialoghi avuti con molte persone, dai quali prendo spunto per tentare di sistematizzare dei principi educativi e di metodo. Nel tempo ho riempito molti quaderni e prima o poi, forse, ne farò una pubblicazione perché credo rappresentino molto bene, nei contenuti, ciò che realmente accade in una relazione d’aiuto, soprattutto quando i confini del proprio intervento non sono più rigidamente definiti nel tempo e da quattro mura. Per il momento ho il piacere di condividerle con tutti voi, seppure a frammenti, nell’eventualità che possano essere utili a qualcuno.

Di solito cominciano con un “posso parlarti un attimo?”, oppure di fronte ad una porta aperta, in piedi, stringendosi la mano, con un “dimenticavo…”.

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CONVERSAZIONI SULLA SOGLIA  – Gennaio 2018

A- Posso parlarti un attimo?

B – Si, dimmi.

A- Non ci capisco più niente, più vado avanti e più mi sembra che vengano fuori cose irrisolte o irrisolvibili. Io voglio solo stare bene, vorrei delle soluzioni veloci e invece più vado avanti e più mi sembra di trovare problemi. Sono stanco e confuso e mi chiedo se abbia ancora senso procedere oltre o fermarmi qui.

B -Te lo chiedi o lo sai già?  Credo che le separazioni siano una cosa molto difficile da affrontare e così, pur di non soffrirle, paradossalmente, vedo spesso le persone distruggere rapporti anche ventennali. C’è chi si procura svaghi tra amanti e amici, tanto per prendere una boccata d’aria, o chi abbandona, ferisce, fugge, aggredisce. In tal modo, apparentemente, ogni cosa sembra più facile, tutto sommato l’odio compatta, dà energie e mantiene un legame, seppur ad una certa distanza. Si ottiene così un duplice e contraddittorio obiettivo: ti lascio senza lasciarti mai andare.

Coltivando nel silenzio una ferita perenne credo si trattenga l’altro e che si blocchi ogni possibile trasformazione. Somiglia più ad una dannazione eterna dove vittima e carnefice, immutabili, rimarranno per sempre fedeli l’uno all’altra, accusandosi reciprocamente dello spreco della vita. Ovviamente nel profondo di ognuno, non potrà mai esserci ulteriore spazio affettivo per chiunque altro.

Siamo certamente tutti molto ignoranti sull’amore ed è vero che è difficile sostare nell’incertezza di ciò che ancora non si compie. Per portare a fondo un processo è necessario accettare il rischio che non si risolva come avremmo voluto, e non sempre è possibile capire quando è il momento di arrendersi e quando invece di resistere. Il matrimonio e le relazioni affettive, se non sono un luogo di crescita, sono una tomba. Dobbiamo tutti imparare ad unirci come a separarci.

A- Interessante, ma in realtà non mi riferivo al mio matrimonio ma alla situazione in generale. E quindi cosa devo fare?

B – Si certo, lo avevo capito, ma a volte parlare di una situazione in generale è parlare di nulla, in realtà nello specifico, sto parlando di separazioni e di relazioni affettive, non del tuo matrimonio. Comunque siamo alle solite, di fronte ad una difficoltà emotiva chiedi un “fare”, vuoi una soluzione rapida e indolore che penso nessuno abbia. Mi sembra sia piuttosto questione di “stare” e di “sentimenti”. Credo che ogni relazione possa essere specchio del nostro funzionamento di fondo. Ad esempio, relativamente alle separazioni in un processo evolutivo, nella mia esperienza professionale ho potuto osservare due diversi atteggiamenti, spesso compresenti e inconciliabili.

In un caso c’è chi riesce a separarsi cosciente di avere raggiunto un suo difficile approdo per il quale ha duramente lavorato e di aver terminato quindi una fase del suo processo d’individuazione. Ci si saluta con tristezza, cordialità, dolore, affetto, amicizia o anche rabbia, ma ognuno infine riesce a lasciare libero l’altro e va per la sua strada. Ciò che ci sarà dopo è tutto da esplorare.

C’è una libertà, un cambiamento nella persona e nel rapporto. C’è tristezza per la separazione e per la perdita di ciò che in quel rapporto è stato nutriente; c’è riconoscenza per ciò che si è avuto, anche se può essere una stima più tardiva; c’è una sana, e a volte appassionata, critica di ciò che invece può non esserci piaciuto; c’è una quieta contentezza per la nuova autonomia raggiunta e per le nuove possibilità di relazione che si offrono. Insomma un bell’approdo per una nuova eventuale partenza

A- Si, è un bel quadretto, ma a me sembra davvero difficile possa realizzarsi, se non impossibile.

B – Infatti è difficile, ma parliamo di relazioni e di persone non di cose. Il fatto che sia difficile non vuol dire che sia impossibile, piuttosto definisce una meta alta: approssimarsi ad essa conferisce umanità e speranza ad ogni rapporto. Sai, amo la filosofia perché sposta l’asse del ragionamento dal nostro ego, rischio di ogni psicologia, a qualcosa che lo trascende. Nietzsche diceva che l’uomo è un cavo teso tra la bestia è l’oltreuomo; Ducci c’invitava a considerare quest’affermazione con spirito critico, ravvisando il rischio strumentale che si potesse considerare l’uomo solo un passaggio e non un fine, come il nazismo ha fatto, e al contempo diceva che quella tensione al superamento parlava di coscienza, di una traiettoria che segnalava potenzialità ancora inesplorate, rischiose e belle, per le quali però bisogna lavorare volendole e rischiandole. Voleva dirci che nessuno, nel campo aperto della coscienza, cambia per sviluppo naturale ma solo lottando, e perciò il rischio di fallire è sempre alto. È difficile, è vero, ma è ciò a cui miro, e quando accade, seppure nella sua incompletezza, sono contento perché ne sento la profonda verità e giustizia.

A- Mha, sarà? A me sembrano teorie e poi sono una persona concreta che vuole fatti. Comunque, quale sarebbe l’altro caso?

B – Quello in cui si scappa quando sorge una crisi, chiudendosi a riccio di fronte alla paura della paura e del dolore, (scusa il giro di parole), lasciando così ogni cosa aperta, dichiarando però che si cerca altro. È come aver chiesto al medico di curare una ferita ma non appena l’analgesico fa effetto si va via. Sono occasioni perdute e al contempo punti di fragilità dei quali occuparsi. Non si è risolto nulla, solo rimandato a più tardi. Nel mio lavoro capita molto spesso ed è normale: Sono difese che vanno viste e rispettate perché segnalano una fragilità ed una paura di fondo. Qualcuno che ha più lavoro alle spalle riesce a starci in questo scomodo conflitto tra chiudere o affrontare entrando, ma non è una cosa scontata e ci vuole molta pazienza. Al contrario, quando la paura domina, la volontà è asservita e la testa non pensa più, e quindi si ha il bisogno di andare il più lontano possibile, da qualche parte, altrove. Emerge un rifiuto automatico e si chiudono tutte le porte. Fa male comunque, ma distoglie da dolori più significativi, profondi e meno controllabili. Come dire: meglio una martellata sul dito che un’angoscia pervasiva senza nome. Di solito, chi giunge a questo punto, non vuole più ascoltare né vedere alcunché ma solo chiudere rapidamente la faccenda

A- E tu che fai?

B – In questo caso, se dopo vari tentativi di trovare un varco, la persona permane ancora nella sua ostinata chiusura e opposizione, con gentilezza faccio un passo indietro e attendo. Bisogna rispettare tale volere e non serve a nulla forzare, oltretutto verrebbe interpretato come un tentativo di trattenere. In realtà è segno che c’è ancora qualcosa da capire, che forse potresti non essere la persona adatta per aiutare l’altro a fare tale passaggio o che non senta di riuscire a farlo con te o di potersi affidare. Perciò bisogna fermarsi. A volte, passato qualche tempo, si riesce a ripartire insieme dal punto in cui si era rimasti ma con una diversa consapevolezza e forza, altre volte invece semplicemente ci si saluta, anche se rimane la netta sensazione che ci sia qualcosa d’incompiuto.

Il mio augurio in questo caso è di “buon proseguimento”: che possa trovare quello che cerca e che riesca a proseguire altrove ciò che ha cominciato qui, perché quello che è stato lasciato incompleto tornerà a bussare alla porta della coscienza e dovrà essere ripreso esattamente al punto in cui si era, anche a distanza di molti anni.

Sono due diversi modi di separarsi, entrambi leciti, ma con una differenza sostanziale tra l’una e l’altra possibilità: in un caso comanda il desiderio e si va verso qualcosa, dopo aver portato a compimento un processo, nell’altro comanda la paura si va via da qualcosa, lasciando aperto un processo prematuramente. Il problema non è andare o restare ma comprendere i motivi dello stare e dell’andare.

A- Sì, capisco, ma a volte mi sembra di vedere nelle persone una sorta di compiacimento nella sofferenza, quasi si sentissero migliori di altri che conducono invece una vita meno contorta, meno dolorosa, più semplice. Credo che alcune persone si complichino la vita con un sacco di masturbazioni mentali e voi “specialisti” a volte amplificate questa cosa. Stanno male o le fate stare male? Io penso che la sofferenza vada lenita e non coltivata e comunque se una persona non ce la fa, perché dovrebbe continuare a stare nel disagio?

B – Anche io sono convinto che la sofferenza vada eliminata, per quanto possibile, ma penso che io e te abbiamo due modi molto diversi di concepire delle soluzioni a proposito. In ogni caso il disagio arriva e non è una scelta. Nella relazione educativa, come in quella psicologica, è proprio questo “non ce la faccio” che solitamente viene affrontato ed è ciò che, dall’altra parte, nel momento della chiusura, non si vuole vedere perché obbligherebbe ad occuparsene. Piuttosto, a volte, si preferisce accusare gli altri di esserne la causa. Credo quindi che manchi una reale domanda su di sé.

Per capire cosa dal profondo di noi stessi veramente ci spinge è necessaria una domanda, senza la quale non può esserci alcuna ricerca di risposte. Quante relazioni in fondo sono solo un’approssimazione verso ciò? Ma ancora non basta e può darsi che tale domanda su di sé, sulle forze interiori profonde che muovono, generano e distruggono relazioni e affetti, mai emergerà.

A- Bhe, per quanto mi riguarda credo di avere tutto quello che desidero, un buon lavoro, un matrimonio d’amore, dei figli che crescono sani, anche se continuo a sentire una profonda insoddisfazione che in effetti a volte mi fa paura. Ma sto bene così. Quindi?

B – Quindi cosa? Se stai bene così che problema c’è? Comunque ho un’idea a proposito della soddisfazione, non so quanto sia vera, ma lo è per me. Sicuramente per molti un buon matrimonio, avere figli, ottenere conforto affettivo o riconoscimento professionale sono obiettivi importanti e sufficienti a conferire significato alla propria esistenza. Nulla di male, anzi forse c’è un appagamento che non è dato conoscere a chi invece in tutto ciò non vede, o non è riuscito a trovare, felicità, risposte e soddisfazione. Ma è anche vero, in questo secondo caso, come forse dicevi prima tu, che non si è migliori solo perché inquieti, non è segno di maggiore profondità, sensibilità o intelligenza; non basta accorgersi della propria insoddisfazione perché sia risolta o che qualcuno la risolva. L’uomo e la donna inquieti sono prima di tutto dei disadattati: in ciò può esserci salvezza oppure dannazione

A- Forse, ma a volte quello che dici non lo comprendo e mi sembra davvero pesante e un po’eccessivo. Ma non c’è un’altra strada meno complicata, più veloce e un po’ più positiva? In fondo non capisco quanto questa possa interessarmi e appartenermi.

B – Mi dispiace, ma non so se esista o meno un’altra strada, purtroppo conosco solo questa, ma so che può pesare molto e che in effetti puoi non sentirla adeguata ai tuoi bisogni.  Penso però tu sappia che non sono qui per compiacerti, ma per parlarti con lealtà e onesta, per ciò che sono capace. In fondo è vero, questa è la mia di strada e la tua quale è? Certamente il peso che comporta il vivere stesso può essere tolto in molti modi: trasformandolo oppure tagliando via qualcosa, tra testa, cuore e gambe. La seconda opzione, nel migliore dei casi, mi sembra però produrre una vita da scemi. Ma questa è solo la mia convinzione, e continuo a chiederti quale sia la tua.

Tra vittima e il carnefice, affermava Menghi, c’è una terza possibilità, l’uomo. Di sicuro non basta dirlo perché si realizzi, servono domande reali e sofferte per muoversi da quella bruttissima sensazione di non vivere e di stagnare.

Le risposte però vanno cercate, e dato che non saranno mai “tutto” che siano almeno “qualcosa”.

Ora ti saluto che devo cominciare a lavorare. A te auguro davvero di capire cosa cerchi perché ho l’impressione a volte che tu non lo sappia davvero e che annaspi cercando qualcuno che tenti di convincerti del contrario, per poi opporti. Comunque se credi io possa esserti d’aiuto per qualcosa, sai dove trovarmi, ma come minimo dovrai concedermi, concedendotelo, un tempo e uno spazio dove potremo parlare di te e di tutto ciò, con la dovuta serietà e calma.

Buon proseguimento.