Storia di un quadro tra dono e perdono

Hugo Simberg "The wounded Angel"
di Francesco Brunacci *

“Anni di fuga possono averci fatto visitare spazi troppo grandi per essere desiderati dai nostri piccoli cuori, ma anni di fuga possono avere consolidato il nostro spirito in modo che sostenga un cuore che possa amare quegli spazi grandi”  Paolo Menghi –  1996

Fatichiamo spesso a chiudere quello che abbiamo cominciato. Mi è capitato molte volte e credo di non essere immunizzato. Eppure c’è un senso che prescinde da noi. Un disegno non al quale la realtà aderisce, ma che della realtà è specchio.

Vi racconto una storia vera.

Un anno e mezzo fa, su questo stesso blog, Antonio Ricci pubblicò ad illustrare il suo scritto Così siamo fatti, l’immagine di un quadro dove un angelo ferito viene portato in portantina da due ragazzini. Francamente c’erano poche frasi di quello scritto che avrei potuto applicare alla mia condotta, ma una in particolare funziona e ha funzionato come un vettore: “Amiamo ringraziare per tutto ciò che ci è stato donato malgrado noi”.

Le ricerche successive sul quadro furono veloci, inerirono al piano dell’erudizione,[1] ma non voglio parlare di questo. Quell’immagine e quello scritto rimasero per lunghi mesi dentro. Era un dono di cui non comprendevo il significato, ma sentivo che il senso, l’effetto boomerang tra immagini e parole di quella pagina di blog, si replicavano spesso, a catena, aprendo dentro spazi inconsueti.

Perché l’angelo era ferito? Perché quei due ragazzini avevano un’aria così contrita? E l’angelo era una ragazzina travestita o cosa?

Ognuno ha la sua ossessione e quella che adottai fu andare a guardare ogni tanto quel quadro su Internet e a farmi domande. Smisi di cercare la risposta. Mi nutrii di quelle tre facce imbronciate.

In un brano firmato da Laura Boella e Gherardo Colombo sul sito www.dialoghisulluomo.it, gli autori scrivono parole illuminanti.

“Il perdono è uno dei dilemmi più laceranti della morale contemporanea. Viene evocato per offese, torti, malvagità individuali, ma spesso anche in relazione al male commesso in nome di un’idea di civiltà, di un’ideologia totalitaria, di una fede religiosa, e anche in sede legale e processuale. L’etimologia della parola perdono rimanda alla rinuncia, ad esempio al ricorrere al diritto o allo scusare, ma si associa anche al dono, disinteressato, incondizionato: un dono che non dà nulla, ma restituisce tutto. L’essenza del perdono consiste nel restituire la capacità di agire a colui che rischierebbe di restare inchiodato all’azione compiuta, se non gli si offrisse la possibilità di diventare qualcosa di diverso da ciò che ha fatto. Nel perdono c’è l’irriducibilità di ognuno ai suoi fallimenti. Perdonare infatti non vuol dire solo ricostruire una relazione interrotta in seguito a un’offesa: si tratta di riaprire per l’altro i giochi della vita”. [2](2)

“Riaprire per l’altro i giochi della vita”. È un concetto che dà una gioia illimitata. La storia del quadro era là, in me, e questo bastava, anche senza alcuna risposta. Mi trasferii a Firenze. La casa era ammobiliata. Sopra tutto era tappezzata letteralmente di libri. Costruita su più livelli mi costrinse ad un estremo lavoro di memoria e concentrazione, ma per fortuna quando dimenticavo qualcosa e scontento dovevo risalire a prenderla, potevo dare un’occhiata ai libri che magari mi erano sfuggiti nella fretta.

È stato così che un giorno sono stato attratto dalla costoletta gialla di un Garzanti. Tra tutti, lungo una delle scale, ho tirato il libro verso di me. Sulla copertina c’era lo stesso quadro, lo stesso angelo, gli stessi ragazzini. Ho chiesto alla padrona di casa se potessi prenderlo, quando poi ho lasciato la casa: facemmo un baratto. Le diedi un altro libro che era mio e che mi piace davvero. Il dono del blog, quello scritto su chi siamo e quell’immagine, furono dunque replicati. Inconsapevolmente, avevo dato vita a una catena.

Siamo capaci di dimenticare molte cose, eppure alcune memorie ci guidano. Non sapevo chi fosse quell’angelo, ma quel quadro ripuliva, lavava. Quel quadro perdonava.

Cambiata non solo casa ma anche paese, portai con me all’inizio poche cose. Leggevo spesso questa frase di Paolo Menghi.

“Amare qualcuno significa volere il suo bene: cioè la sua evoluzione e la sua elevazione. Amare qualcuno significa fare di tutto per raggiungere questo scopo”. [3]

La lessi anche una sera a Oslo, mentre per la seconda volta nella mia vita vidi il mare che stava per ghiacciarsi. O almeno così mi sembrava. Un’immensa distesa grigia dove se avessimo avuto il coraggio, avremmo potuto camminare. Ero lì per qualche giorno e mi feci attrarre da una mostra sui Simbolisti. La mostra non era un granché, ma il museo era un posto che sapeva accogliere. Per ragioni di comodità logistica, ci tornai il giorno dopo, giusto per mangiare un boccone alla Cafeteria, come la chiamano lì.

Finito di mangiare, mi ricordai che avevo da fare un regalo. Mi allontanai dai miei amici e mi diressi verso lo shop. Quello che volevo costava troppo, ma con la coda dell’occhio scorsi sulle pareti dove erano esposte le cartoline che illustravano le opere del museo, l’angelo ferito. Sapevo che il quadro era esposto a Helsinki quindi chiesi come mai avessero la cartolina di un museo straniero. Mi dissero perché in esposizione temporanea il quadro era lì. A pochi metri da me. Avrei molte versioni del perché quei due ragazzini sono così arrabbiati. Lasciai il museo davvero grato a quanto fosse accaduto.

Quello che percepii davanti al quadro – e non so se sia giusto – è che l’angelo è stato ferito proprio dai due ragazzini. Una fionda, una disaccortezza, una svista. Quello che conta è che però l’angelo dia loro la possibilità di curarlo. Di dirigersi, tutti assieme, verso un riparo. E loro due si vergognano, ma capiscono che l’unica possibilità per superare anche il narcisismo della vergogna sta nell’essere perdonati e perdonarsi attraverso il fare. Solo così saranno uomini.

L’angelo permette di riaprire a ciascuno il gioco della vita.

Capisco ora che la frase di Menghi non è solo rivolta a quanto possiamo offrire all’altro, amando, ma a quanto sia duro amare noi stessi, tanto da fare di tutto per elevarci ed evolvere.

 

(*) Francesco Brunacci, giornalista.

[1] “L’angelo ferito” è un quadro della corrente simbolista; è stato dipinto dal pittore finlandese Hugo Simberg nel 1903 ed è esposto all’Ateneum di Helsinki. Misura 127 cm per 154.

[2] Il grassetto è mio. Laura Boella e Gherardo Colombo tennero questo discorso a Piazza Duomo a Milano, il 25 maggio 2012. Sul sito citato c’è anche il video di quella serata.

[3] P. Menghi, Il filo del sé, Padova, ITI Edizioni, 1994, pag. 236.