Se anche la Fede è “liquida”

Pubblichiamo un articolo di Enzo Bianchi apparso sulla Repubblica del 20 aprile 2013 che affronta in maniera “originale” il tema del dialogo e del confronto “credenti” e “non credenti”.
Crediamo sia un contributo interessante perché da un lato, a partire dalla citazione di Umberto Galimberti in apertura cerca di identificare i limiti di una fede che si ritenga portatrice di verità e “per giunta assoluta”. Dall’altro cerca di entrare nel merito di cosa significhi la definizione di “non credente” diventata ormai priva di significato in un uso stereotipato del termine.

Riprendendo il concetto di “liquidità” portato all’attenzione da Zygmunt Bauman con la sua definizione di Società liquida, Enzo Bianchi parla della possibilità che anche la Fede possa essere “liquida” e entra nel merito di cosa possa voler dire essere non-credenti, in una complessità “liquida” di motivazioni che non possono prescindere dal credere come costitutivo dell’esistenza al pari della ragione o del linguaggio.

Parla infatti di “altrimenti credenti”, definendo il non credere come possibilità che attraversa anche chi crede.
E forse solo, nel bisogno dell’uomo di credere e cercare la verità può stare il superamento di barriere ed esclusioni (reciproche) a partire dal “credere all’amore, credere che è possibile essere amati e donare amore agli altri”, in un confronto che vede al centro l’Uomo nella ricerca del suo miglioramento che non può che avvenire attraverso l’incontro con l’altro, senza nessuna preclusione ed esclusione.

Se anche la Fede è “liquida.
di Enzo Bianchi *

«È necessario che chiunque abiti una fede
non pensi di possedere la verità,
e per giunta assoluta».

Questo scriveva il 24 aprile 2010 Umberto Galimberti. Concordo con queste parole: è assolutamente insensato pensare di possedere la verità. Per l’autentica fede cristiana, infatti, quella consegnataci dalle Scritture e dalla grande Tradizione, la verità è una persona, Gesù Cristo (cf. Gv 14,6), colui che ha narrato Dio (exeghésato: Gv 1,18): è una verità che sempre ci precede; una verità che, se mai, ci possiede, ci chiama fuori da noi stessi aprendoci al dialogo con tutti gli uomini e le donne in ricerca. Anche i credenti si avvicinano dunque alla verità in un modo sempre limitato, relativo, provvisorio, in attesa che la verità stessa si manifesti pienamente con la venuta gloriosa del Signore. E nel frattempo, nell’oggi, come cercare insieme la verità, credenti e non credenti? Spesso si parla sbrigativamente di “non credenti”, ma in realtà dovremmo essere più cauti. Ci sono certamente uomini e donne che affermano di non credere in Dio, ma non per questo è negata loro la possibilità di cercare la verità e di avere quella fiducia-fede, senza la quale non è possibile alcun cammino di umanizzazione. Potremmo dirli “altrimenti credenti”. Tra queste persone ci sono atei i quali professano che Dio non esiste; ci sono agnostici che confessano di non sapere, di non poter affermare né negare l’esistenza di Dio; ci sono indifferenti; ci sono infine i nichilisti per i quali il nulla si impone a tal punto che non si vedono elementi in grado di motivare gli uomini. Insomma, la realtà dei cosiddetti “non credenti” è variegata, non sempre chiara, sovente “liquida”.

Spesso la tentazione dei credenti è ancora quella di condannare i non credenti, giudicandoli in modo manicheo: stanno fuori della chiesa e, non avendo Dio come fondamento della loro vita, sono incapaci di etica.

«Senza la fede in Dio tutto è permesso», si ripete citando quella che in Fëdor Dostoevskij in realtà è una domanda senza risposta. In verità la frontiera tra credenti e non credenti non è una frontiera netta, né sicura. Non c’è la fede da una parte e l’assenza di fede dall’altra, perché il credere è costitutivo dell’esistenza allo stesso titolo della ragione o del linguaggio. Detto questo, chiediamoci: quante volte dobbiamo constatare una maggior vicinanza con “altrimenti credenti”, piuttosto che con credenti che ci troviamo accanto nell’assemblea cristiana? Le frontiere talora passano non tra chi ha fede in Dio e chi non ce l’ha, ma tra chi ha una fede umile e chi ha una fede arrogante; tra chi crede nell’umanità e chi di essa dispera; tra chi parla di Dio come se l’avesse salutato un minuto prima e chi lo confessa senza troppa sicurezza e senza garanzie; tra chi pensa di possedere la verità e chi si sente sempre pellegrino verso di essa.

Dobbiamo però farci anche un’altra domanda: l’incredulità in Dio che molti dichiarano non è forse presente anche in chi si dice credente? In verità fede e incredulità abitano simultaneamente nel cuore del credente, lo attraversano, sicché una frontiera passa anche dentro di lui: quella stessa frontiera che si vorrebbe come linea di separazione tra gli uomini, in modo da scacciare dal credente il problema di avere in sé l’incredulità come propria inquilina. Fede e ricerca non si escludono a vicenda. L’incertezza, anche il dubbio possono coabitare con la fede. Fede e incredulità si intersecano nelle nostre profondità, e vengono giorni, soprattutto nell’anzianità, in cui si spera di essere credenti e si prega per non essere privati della fede. Come dunque un non credente in Dio potrà credere? Dove vuole approdare questo bisogno di credere e di cercare la verità che riposa in ogni uomo? Qui le parole difettano, ad alcuni possono anche sembrare usurate, eppure sono parole che continuano a essere presenti sulla bocca degli uomini con convinzione e necessità: non ne abbiamo altre. E allora possiamo affermare che per tutti occorre credere all’amore, credere che è possibile essere amati e donare amore agli altri.

Enzo Bianchi – scheda biografica