La ricerca della semplicità

di Giuseppe Cavion *

Nel mondo non esiste una cosa che non sia un’altra, o la contraria, o nessuna.
A me solo le sorprese semplici mi inquietano.

J. L. Borges – L’ingenuo – La moneta di Ferro

Qualche tempo fa un collega mi chiese “secondo te qual è la differenza tra una cosa complicata ed una complessa?”. Dovete sapere che  io mi occupo quotidianamente di progetti che, impegnando varie persone e intervenendo su strutture  articolate, portano a lavorare nella complessità e dove sorgono spesso problemi complicati. Quelle due parole erano quindi per me scontate ma rimase comunque in me una certa curiosità e così andai a cercarne l’etimologia.

Cercare l’origine delle parole mi fa sentire come un pescatore di perle, mi dà la possibilità di prendere contatto con un mondo apparentemente lontano da cui, spesso, porto alla luce cose indispensabili per meglio capire la mia quotidianità.

Quella volta ad esempio capii la profonda differenza di significato che esiste tra questi due termini in apparenza simili:

Complesso:  dal latino COMPLEXUS p.p. di COMPLÉCTOR significa comprendo, abbraccio;  è composto della particella CUM= insieme e PLÈCTO (dal greco PLÈKO) = intreccio;

Quindi complesso vuol dire composto di più parti legate tra loro e dipendenti una dall’altra

Complicato:  dal latino COMPLICARE significa piegare insieme;  è composto della particella CUM= insieme e PLICARE (dal greco PLÈKEIN) = piegare.

Quindi complicato vuol dire piegato su se stesso, reso meno semplice.

Dopo aver letto queste definizioni mi apparve chiaro come la complessità sia una caratteristica tipica del mondo naturale e del mondo sociale, dove tutto è interconnesso e dove la vera conoscenza  consiste nella comprensione delle relazioni fra le cose, tra gli eventi  o tra le persone. In questa rete infinita ed imponderabile di connessioni ogni cosa può influenzare le altre in modo inaspettato, nel film “sliding doors”, ad esempio, la storia evidenzia come il solo aver perso una metropolitana cambia la vita della protagonista. Alcuni lo definiscono l’”Effetto farfalla”: le cose sono così connesse tra loro che anche il volo di una farfalla può generare una catena di eventi ed avere quindi ripercussioni su fatti che avvengono anche a grandissime distanze.

La complicazione invece è tipica dell’uomo e delle sue opere, a mio avviso questo consegue al tentativo di ricondurre il mondo ad un sistema lineare, ad una sequenza di cause ed effetti perfettamente prevedibili e controllabili. Questo approccio è vincente se si riesce a ritagliare un pezzo del reale isolandolo, teoricamente, dal resto del mondo. Su questo frammento si possono applicare logica deduttiva e regole matematiche, ottenendo dei modelli perfettamente funzionanti. Peccato però che  questi modelli debbano essere ricondotti a quel mondo di relazioni da cui erano stati astratti e questa riconnessione, prima poi, evidenzierà i limiti di quei modelli

A quel punto sarà necessario introdurre qualche struttura di supporto, qualche “piega” in più, che possa sostenere ancora per un po’ i modelli che abbiamo creato. È così che nascono le complicazioni.

Leggendo in modo cronologico la storia della scienza o la storia della filosofia, ci si stupisce di come ogni scoperta, ogni sistema di pensiero, abbia dei fondamenti validi che risultavano incontestabili al momento della loro nascita e di come, altresì, avvenimenti successivi ne abbiano dimostrato i limiti e tutto questo sempre nel rispetto della logica e del raziocinio.

Ci sono da tempo persone del mondo scientifico che cercano una visione sistemica del mondo, ad esempio D. R. Hofstadter, un noto divulgatore scientifico statunitense, che nel suo libro più famoso[1] mette in correlazione cose apparentemente molto lontane tra di loro, come la struttura ripetitiva dei canoni di J. S. Bach, i disegni del famoso grafico olandese M.C. Escher, per arrivare al teorema dell’incompletezza di K.Gödel che è riuscito a rappresentare matematicamente il noto paradosso di Epimenide il quale, cretese egli stesso, ebbe a dire che «i Cretesi sono tutti bugiardi»; le correlazioni e i nessi che vengono proposti da  Hofstadter sono tanto affascinanti quanto inattesi.

In questo tentativo di rappresentare più compiutamente il reale, pur procedendo su basi scientifiche, Hofstandter afferma: ”I processi del pensiero sul mondo reale sono come un albero, la cui parte visibile sta saldamente sopra il suolo, ma che dipende in modo vitale dalle sue radici invisibili che si estendono sotto il terreno dandogli stabilità e nutrimento (…) Pensare il mondo reale è qualcosa di molto diverso da quello che succede quando moltiplichiamo due numeri”. [2]

Ciò a dire che dobbiamo avere chiarezza dei limiti dei nostri strumenti cognitivi e non dobbiamo assolutilizzarli solo perché funzionano in certi ambiti.

Un esempio è la fisica classica di Newton che viene utilizzata dagli ingegneri di tutto il mondo, ma che nessuno utilizzerebbe in un studio di meccanica quantistica; del resto ogni giorno possiamo dire che il sole sorge anche se sappiamo che è la terra che gira.

L’approccio comune nell’affrontare le cose di tutti i giorni tenta in tutti i modi di far valere le regole a cui siamo più attaccati, tentiamo di costringere la complessità del reale alla nostra esperienza, facendola rientrare negli schemi e nei linguaggi di cui disponiamo.

Nei casi peggiori questo ripiegare il reale, per infilarlo nei cassetti della nostra coscienza, genera visioni frammentarie, alimenta pregiudizi. Pensiamo ad esempio al razzismo di alcuni abitanti del nord Italia: non è forse questo un tentativo avvilente di ritagliarsi la realtà per adeguarla al proprio limitato orizzonte? Ciò nasce dal voler rimuovere l’ansia che nasce dalla incapacità di controllare una certa situazione, considerarla “complicata” e quindi sentirsi autorizzati alla sua semplificazione, recidendo le parti che non ci aggradano.

Ma ciò che è “complesso” non può essere semplificato, banalizzato, pena la perdita della visione di ciò che ci sta veramente di fronte.

Questo modo di ridurre il reale porta ad intervenire in modo miope e, alla lunga, controproducente: se decido che il mio interesse personale deve essere salvaguardato sopra ogni cosa posso, ad esempio, non pagare le tasse, posso decidere di buttare l’immondizia dentro il fiume o nei terreni del mio vicino.

Così come posso costruire una diga per fare una centrale idroelettrica molto utile alla comunità, senza tener conto dell’effetto devastante che il blocco del fiume avrà nel microclima circostante.

Gli esempi a questo riguardo sono infiniti e si estendono anche alla sfera personale, ecco perché ad esempio, appare più semplice risolvere una crisi matrimoniale tramite il divorzio, anziché cercare la radice del problema relazionale sottostante. Anche in questo caso si tenta di  eliminare quello che non rientra nelle nostre attese, con l’illusione di riprendere il pieno controllo della nostra vita.

In verità, una realtà complessa non la si può controllare e questo è tanto più vero quanto più complessa è questa realtà.

Due noti biologi cileni, H. Maturana e F.Varela hanno indagato approfonditamente le modalità cognitive dei sistemi viventi, ivi compreso l’uomo, e sono arrivati ad affermare che “il mondo che ciascuno di noi vede non è il mondo, ma un mondo che generiamo insieme ad altri”. [3]

L’idea di un mondo oggettivo, statico, sempre uguale a se stesso, che l’uomo può far suo tramite le scienze esatte, con l’unico problema di avere un tempo sufficiente per raccogliere tutte le informazioni esistenti,  è l’idea di un mondo che non esiste.

Ciò non significa che non esista un mondo reale, ma che noi esseri umani lo viviamo come “creanti in quanto creati” [4]  di questo mondo. Con questo intendo dire che è il nostro modo di leggere e di interagire con il mondo, di viverlo con gli altri,  che ce lo rende disponibile.

La realtà di cui facciamo esperienza non può prescindere da noi stessi.

Se la complessità del nostro mondo è funzione anche solo del numero delle relazioni che noi generiamo con gli altri,  se ne può dedurre facilmente che ogni ipotesi di controllarlo è perlomeno ingenua. Va però chiarito che la capacità di convivenza con una situazione così complessa non è legata alla capacità di controllarla e che, anzi, questa mancanza di controllo apre un flusso vitale insostituibile.

Nessun navigatore quando va in mare si illude di controllarlo, ma non per questo rinuncia al suo viaggio; mi torna alla memoria la canzone di Ivano Fossati che si intitola Navigantie dove lui assimila la vita ad una navigazione e in cui si dice che si deve essere “preparati a cadere e a tutto quello che s’impara, innamorati della sera, innamorati della luna conoscitori della notte senza averne paura, innamorati di quel fiore che non vuole mai dire: ecco, è tutto finito e bisogna partire”.

Sono convinto che per comprendere il nostro mondo e per dargli la sua massima estensione abbiamo necessità di più linguaggi; Gregory Bateson era un antropologo che tentava di riunificare mente e natura, in un suo libro ha riportato una frase della famosa danzatrice Isadora Duncan: “Se potessi dire che cosa significa, non avrei bisogno di danzarlo” [5]. Questo è l’esempio di un diverso linguaggio, l’artista che si integra con ciò che egli crea, senza cercare di semplificarlo.

Nello stesso libro Bateson afferma: ”il dilemma dell’artista è di un genere particolare: egli, per esplicare le componenti tecniche del suo mestiere deve esercitarsi. Ma l’esercizio ha un duplice effetto: da una parte rende l’artista più abile nell’esecuzione di ciò che tenta di fare; e dall’altra, per il fenomeno della formazione dell’abitudine, lo rende meno consapevole di come lo faccia”. [6]

Può apparire strano ma è attraverso una mancanza di controllo, ottenuta con ore ed ore di esercizio, che si entra in un ambito creativo, in una partecipazione diretta del mondo. Ogni tentativo di razionalizzazione, di ”spiegazione”, porterebbe ad una perdita di contatto con questo mondo, il rendersi “attivamente passivi” consente di aderire a quello che c’è alla base della complessità del reale ovvero di entrare in contatto con la “semplicità”. Ricorrendo ancora una volta all’etimologia della parola:  Semplice –  dal latino SIMPLEX  è composto della particella SIM= senza e PLEX (dal greco PLÈK) = piega; quindi senza pieghe, di immediata e completa evidenza.

Chi apprezza le cose semplici può spesso apparire stucchevole o naïf  se lo fa ostentando sicurezza, certezza di dire qualcosa che sia incontestabile, tanto falsa appare la sua affermazione quanto la sua tranquillità di essere nel giusto.

Ecco perché penso che una  inquietudine, uno spaesamento, sono testimonianza di una vera sintonia con la semplicità, perché la semplicità è la strada che porta alla realtà con tutto quello che questo comporta.


(*)
Giuseppe Cavion lavora in banca come responsabile organizzazione crediti.
Fa parte dell’equipe insegnanti e del coordinamento tecnico-scientifico di Periagogè.
E’ istruttore responsabile del Dojo ASD Kairòs – 3° Dan di Kendo.


[1]  D. R. Hofstadter – “Gödel,Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante”  gli Adelphi 1990

[2]  D. R. Hofstadter – “Gödel,Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante”  gli Adelphi 1990, pag .615

[3]  H. Maturana, F. Varela – “L’albero della conoscenza” Garzanti 1987, p. 190

[4] Nishida Kitaro –“Il corpo e la conoscenza- l’intuizione attiva e l’eredità di Cartesio” Cafoscarina 2001- pag. 38

[5] Gregory Bateson – “Verso un’ecologia della mente” Adelphi 1989 pag.171

[6] Gregory Bateson – “Verso un’ecologia della mente” Adelphi 1989 pag.172