Il respiro dell’uomo: Alexander McQueen

di Francesco Brunacci *

Non è vero che gli Inglesi sono tutti musoni. Ci sono anche quelli napoletani. Allegri e disposti all’altro per natura. Da quando vivo in Inghilterra, vado spesso a Londra per lavoro, ma quel giorno ci andavo per piacere: volevo vedere questa mostra di cui parlano in molti, dedicata – nel museo delle Arti applicate Victoria and Albert – a un grande stilista come Alexander McQueen, morto suicida nel 2010 a soli 41 anni.

Sul pullman che da Oxford mi porta fino in centro a Londra, incontro una donna molto in là con gli anni. Si chiama Anne. Il pullman è pieno e tutti devono fare quello che qui nessuno vuole: sedersi accanto a uno sconosciuto. Ci scegliamo Anne e io. Dopo un po’ mi dice che sta andando a Brighton e sorride sul fatto che in poche ore si possa passare dal sublime al ridicolo.

Non è importante che io sia d’accordo sul considerare Oxford sublime e Brighton ridicola, è importante che Anne mi accolga accanto a sé con tutti i suoi ottant’anni e più, i racconti degli anni in America, un matrimonio nato in Uganda, l’altro finito a pochi passi dalla nostra fermata. Il dono inatteso di questa signora così eccentricamente perbene, mi sembra un viatico utile.

So quanto Alexander McQueen può essere buio e lugubre, so quanto fosse impertinente, sboccato, capace di ogni irriverenza anche dalle parole di Romeo Gigli, con cui ho lavorato e di cui McQueen fu assistente a Milano. Lascio Anne all’altro pullman per Brighton e mi avvio verso il museo grato a questa nuova conoscenza inattesa.

La lunghissima fila già un’ora prima che le porte si aprano, annuncia e riflette quello che mi porto dentro: la bellezza esiste nel dialogo. Anche nel dolore più nero. Anche nelle ferite mai rimarginate.

All’interno della prima sala, la prima notazione è il silenzio. Un silenzio atipico nelle persone che generalmente affollano questo tipo di mostre. Fin dal primo passo verso il mondo di Alexander McQueen, fashionisti e non avvertono la diversità dell’approccio che questa mostra impone, pur con fluidità e una certa dolcezza. Quello che siamo portati a conoscere, a sentire e poi forse a integrare è la ricerca di una bellezza che va al di là di tutti i canoni legati a quelli che sembrano ma non sono affatto semplici vestiti.

È la bellezza che strazia e che forse proprio per questo aiuta a vivere.

Nei giorni precedenti alla visita alla mostra ho letto molte volte la poesia di Paolo Menghi “Bodhisattva”[1]: racconta di una relazione cui si pensa di rado, quella tra rosa e giardiniere. Racconta del dialogo tra il fango lasciato tra dita callose e il profumo della rosa, mi indica quanto possa volere  dire vivere profondamente e responsabilmente il continuare a creare ed ad agire pur se ci sente sporchi, sporcati o feriti. Racconta in altre parole quello che Antonio Ricci affermava su questo stesso blog nell’articolo “Ricerca educativa e meditazione”: “L’azione può procedere anche se feriti, anche se non c’è sollievo immediato, tentando di sottrarre energia al lamento e all’autocommiserazione. Questo è spirito di libertà nella connessione con il mondo. Si sperimentano la partecipazione e la bellezza”.

La poesia “Bodhisattva” mi dice ancora quanto la natura stessa abbia desiderio di espressione, quanto delicatezza e lavoro duro siano complementari e alla fine risultino identici. Questa credo sia l’umanità. Per questo dopo quella mattina sono ritornato ancora a vedere la mostra: perché aiuta a far uscire completamente dal cliché dell’artista maledetto, per aprire un varco straziante sull’opera di un uomo.

E perché è come una meditazione, scava nel profondo, menziona tutte le ferite di McQueen – il rapporto con il potere, con le Grandi Maison di moda, con la sua omosessualità, con i vari uomini che ha amato, con l’attitudine autodistruttiva e suicidaria, le droghe, le provocazioni esagerate – e ti lascia alla fine tanto rigenerato che agganciato a quello che stai vivendo, nell’immanente. Sala dopo sala – provando ad andare al di là della storiografia delle sue sfilate, dal rumore di modelle e paparazzi, da quello che la grande giornalista di moda Suzi Menkes ha definito “The Circus”  – si assiste alla fatica del giardiniere, alla profonda umanità di un sarto che ha affrontato il suo essere umano provando a creare incessantemente non quella che poteva essere considerata come un’opera d’arte, ma quello che per lui era necessario.

In ogni singolo capo di vestiario presentato, non c’è nessuna ricerca di plauso. Questo mi ha profondamente commosso.

Non la ricercatezza di una piuma cucita alla perfezione su un busto e poi dipinta, quindi tagliata e incollata, non i capelli umani che diventano cappotti, i cilici che diventano cappelli, gli aerografi trasformati in idranti: no. Commuove profondamente il respiro dell’uomo, dietro il suo ago e filo e dietro alle sue forbici. La dedizione ad un’opera che doveva essere conclusa ogni giorno. La capacità di non lasciare nulla abbozzato o demandato. La totale mancanza di autocompiacimento anche nelle scelte più folli come gli “abiti tortura” o i corsetti dalle proporzioni volutamente disumane e per questo imposti in passerella. Nell’ultima strofa della poesia “Bodhisattva” Menghi scrive:

“La rosa è delicata e profuma d’ignoto piacere senza tempo, mentre il giardiniere ha mani sporche e dita callose, ma non piangevi forse ieri tu di tenerezza e d’amore guardandomi zappare?”.

Mi sono chiesto tante volte chi è che piange: non lo so, non lo capisco a fondo. Intuisco un altro/altra, il Tre. Mi sembra di capire che la bellezza della rosa e del giardiniere che “nel desiderio comune si incontrano – nell’amore per tutti – si fondono – nel bisogno di bellezza – si riconoscono identici” permette di allargare il cerchio e di passare dal due al Tre, dal dialogo a due a un altro tipo di comunicazione. Che può essere anche semplice silenzio, ma dialogo incessante con l’altro. Perché disperato, perché ogni volta cercato, costi quel che costi.

Sono rimasto muto fin dalla prima sala, quando una gigantografia in bianco e nero di McQueen – uomo, non quello glamourous delle riviste patinate – si trasforma lentamente in un liquido seppia – potrebbe essere sangue, lacrime, tutte le deiezioni umane – che copre il volto del designer e via via il volto diventa cranio e poi volto completo ancora. Niente è connesso alla creazione marketing del McQueen sado-maso e dark, del creatore del teschio come suo marchio di fabbrica, lo stesso impresso su milioni di sciarpe o T-shirt vendute al chilo in tutto il mondo a poche ore dal suo suicidio. Quello che è palpabile è il ciclo dell’uomo, di tutti noi, un ciclo cui gli artisti veri – da Mantegna a  Francis Bacon – non si sono mai opposti, anzi, ne hanno rilevato la consistenza e la sostanza di fronte al silenzio dell’Universo.

Sala dopo sala, vestiti dopo vestiti, cappelli, copricapi, cinture, le celeberrime scarpe “Armadillo”, diventa immanente la ricerca di un uomo che ha sempre cercato la bellezza. Questo toglie il fiato anche ai più cinici. Persino un video con la tanto chiacchierata Kate Moss, è una pennellata di altissima poesia. La letteratura è piena di racconti sugli artisti abitati dal fuoco sacro. Non sono uno storico di McQueen e non mi interessa neanche provare a fare il suo biografo. Quello che mi preme invece è provare a descrivere ciò che si può integrare del mondo osservando l’opera di quest’uomo.

La frustrazione, innanzi tutto, di un ragazzino inglese non certo bellissimo, omosessuale al di là di ogni outing massmediologico, dotato anche di una voce sgradevole. La rabbia, nelle sue famose forbici, di cui tutte le sue sarte e lavoranti hanno avuto il terrore. Lo strazio proveniente dalla difficoltà di vivere e affermare la propria diversità. Il coraggio. L’autodistruttività. Il ritmo e il tono di una risata che negli archivi risuona come quella di Amadeus nel celebre film di Milos Forman. L’insonnia e la bulimia permanenti. L’infinito e inappagabile bisogno d’amore. La relazione fusionale con sua madre (si è ucciso a pochi giorni dai suoi funerali). E la capacità di comprendere quale fosse la sua strada e viverla senza mezzi termini, fino in fondo.

Quello che si tocca lungo le sale della mostra sono le sue notti. Non c’è poesia, né romanticismo, né sentimentalismo: solo la necessità di creare fin nel profondo e portare a compimento l’opera a ogni costo. Questo è ciò che mi commuove e credo commuoverebbe tutti quelli che provano a capire cosa ci stiamo a fare su questa terra. Per questo avrei potuto essere un ingegnere, un carpentiere, un pilota, credo sarei uscito dalla mostra ugualmente grato alla vita.

Anni fa nella sua introduzione a “Zone di silenzio” [2]di Paolo Menghi, Federica Cervini ha scritto.

“ È la voglia di vivere che si strazia con il dolore di esistere, che da sempre ispira l’arte”.

Questa frase e soprattutto il verbo “straziare” mi ha guidato nel percorrere le sale del Victoria and Albert Museum di Londra.

Straziare significa cedere completamente all’incerto della ferocia e bellezza che la vita ci offre. Straziare significa non immolarsi a niente, ma connettersi a quanto di fisico e sanguigno può e deve permanere nelle nostre scelte. Straziante è quello che si sente quando tutti i tuoi sogni si spaccano e non ti rimane altro che rabbia e paura. Straziante è quando devi prenderti fisicamente a cazzotti sulla testa per capire chi sei e dove sei. Mi viene in mente mia nonna materna. Quando qualcosa non andava bene, giù cazzotti sulla sua bella testa e i capelli a crocchia: per poi concludere, scarmigliata, “Povera coccia mia!”.

Le parole di “Bodhisattva”, in questa profusione di ricerca quasi intollerabile alla vista – McQueen ha usato dalle conchiglie alle piume amazzoniche, dai denti di coccodrillo alle unghie – mi hanno sostenuto e illuminato la strada. Nella prosa che quasi sempre accompagna le sue poesie, Menghi scrive: “C’è una bellezza stupenda negli occhi di chi cerca e non ci si può sottrarre a questa meraviglia, perché quegli occhi chiedono l’anima. Nessuno consapevolmente può resistere a questa attrazione.”[3]

Non so bene cosa, ma sono certo che Alexander McQueen abbia cercato e alla fine fallito.

Questo strazia. Strazia noi che vorremmo creare e non sempre ci riusciamo, noi che vorremmo essere protetti da una bellezza permanente, una bellezza che nell’illusione ci salverebbe dall’orrore che a volte la vita ci porta a vivere. Noi che chiediamo scusa a fatica, che a fatica riconosciamo il male imposto agli altri, che vorremmo la pace prima ancora di avere intrapreso la guerra.

 

“Savage Beauty”,  la mostra dedicata ad Alexander McQueen, fino al 2 agosto, al Vittoria and Albert Museum di Londra.

* Francesco Brunacci, giornalista.

 

[1] PAOLO MENGHI, Il filo del Sé, Padova, ed. ITI, 1994, pg.169.

[2] PAOLO MENGHI, Zone di Silenzio, Roma, ed. Mandala Scuola di Normodinamica, 1997, pg. VIII.

[3] PAOLO MENGHI, Il filo del Sé, ed. cit.,  pg.170.