A life note

di Bruno Zenone Joshua Cavion *

Ho pensato di scrivere questo articolo dopo aver letto uno di quelli che io chiamo “i miei vaneggi” trovato in un mio quaderno di viaggio. Questo scritto si intitolava “LIFE NOTE”, fin da subito credevo di ricordare esattamente quando l’avevo scritto e mi pareva di ricordare anche il suo contenuto, ma continuando a leggere realizzavo che non era il “vaneggio” che mi aspettavo.

Mentre leggevo mi arrivavano flash, ricordavo il periodo in cui l’avevo scritto, era durante l’ultimo anno di liceo, se ora mi fermo e guardo indietro non è passato poi tanto tempo ma se guardo il me di una volta e me ora ne sembra passato molto di più! Però non è di questo che voglio parlare, quello che mi ha stupito è stato il ritrovare in questo vecchio scritto parti di me che allora non avevo compreso e che magari oggi mi sono più chiare e altre parti che tutt’ora mi riguardano e riguarderanno sicuramente anche il mio futuro prossimo! Per essere più concreti ho trovato temi, principi e obbiettivi che magari una volta per me erano nuovi e che col tempo sono stati archiviati o dati per scontato. Infatti per me è stata una campanella questo scritto, mi ha ricordato che, come dice Paolo Menghi, ”ciò che non muore rinasce ogni giorno, ciò che non cambia, invecchia”. Quindi ho pensato di condividerlo con voi pensando che magari la lettura potesse essere utile, propedeutica o semplicemente piacevole.

Vi riporto il testo come l’ho trovato anche se devo ammettere che è stata dura per me non “correggerlo”, allungarlo e svilupparlo (se proprio devo essere sincero fino in fondo inizialmente era quella l’idea per l’articolo, ma poi ho notato che una cosa del genere senza queste premesse e queste considerazioni sarebbe risultata vecchia e anche un po’ vuota, giusto per pompare un po’ il mio ego. Così invece spero di poter trasmettere il mio “qui ed ora” e quello che il mio scritto mi ha trasmesso).

 LIFE NOTE

Dobbiamo, o meglio, devo abituarmi ad “essere il vero me stesso con me stesso”. Nel senso che alterando il mio stato “normale” con sostanze, comportamenti e atteggiamenti (che a volte ti si appiccicano addosso come gomme da masticare) posso arrivare a perdere e/o dimenticare la concezione del mio “io normale”. Così facendo mi distacco dal vero me stesso e tendo a comportarmi in modo diverso se non equivoco nei miei stessi confronti. Il rischio più grande è proprio quello di non vedere queste “gomme da masticare” che possono rimanerti appiccicate addosso  senza che tu nemmeno te ne accorga. Il punto fondamentale è che togliere queste gomme è difficile e richiede tempo e pazienza costante ogni giorno, soprattutto se queste ci sono da molto tempo. Di conseguenza prima si comincia meglio è! Perché più il tempo passa più dopo sarà difficile toglierle. Mi viene in mente il grasso corporeo che il nostro corpo accumula nella vita che funziona similmente. Quando penso a questo ricorre in me l’immagine di un piano abbandonato che viene ricoperto dall’incessante ciclo della polvere.

Così noto come scrostando e pulendo, anche poco, ma ogni giorno, il mio “vero io” emerga, liberato, purificato poco a poco dalla polvere che da tempo lo seppelliva e che il mondo esterno continua a buttargli addosso ogni giorno. Grazie a questo lavoro riesco a vedere meglio, giorno per giorno, quello che mi succede dentro e fuori e posso così ragionare su quello che prima non vedevo o nemmeno consideravo. E’ difficile perché spesso quello che si trova non è bello e quindi nemmeno piace; non è piacevole guardare dove magari non si vuole guardare, tenderesti più volentieri ad evitare o ignorare la cosa pur sapendo che c’è. Ma se si riesce a tenere la direzione e la volontà di andare avanti con una scelta convinta si riuscirà a vedere come stanno le cose realmente, accettandole così come sono, senza illusioni, proiezioni o distorsioni. Il tutto a primo impatto mette angoscia e può tranquillamente fare paura, ma superata questa fase, si scopre come quello che prima era il “negativo angosciante” può diventare il “negativo stimolante” che spinge a conoscerci, migliorarci e ad amarci. Scopro quindi di poter padroneggiare queste due “pietre focaie” con le quali, sfregandole, posso interagire col mondo e creare “il fuoco”. E’ quindi proprio questo attrito tra negativo e positivo che mi permette di “essere veramente”, solo così potrò sentirmi e definirmi “realmente vivo”,”acceso”. Nel nostro mondo, o meglio, nella nostra società occidentale si tende a preferire le persone spente perché meno complicate e più facili da manovrare, viene fatto di tutto per distorcere e plasmare il senso del reale che circonda l’uomo, siamo letteralmente bombardati, una sorta di “autoalienazione” dell’uomo da se stesso indotta dal contesto in cui questo si trova.

E’ dunque difficile continuare a “vivere realmente” nel mondo contemporaneo, soprattutto se non si sa nulla della propria “vita automatica” ma, sapendo che è possibile, possiamo ricordarcelo, possiamo usare l’attrito a nostro vantaggio, cercando ogni giorno, poco a poco, di cambiare o creare qualcosa, di migliorare, di conoscere meglio noi stessi e gli altri, in un mondo in cui, ormai, è sempre carnevale.

Come è ovvio, ma è meglio specificarlo, io al tempo avevo avuto solo un’ assaggio dell’esperienza che la mia vita mi sta offrendo e che solo ora sto cominciando ad assaporare veramente. Forse è proprio questo che mi ha stupito il ritrovarmi poco più di un anno dopo in una situazione completamente diversa da un lato, ma molto simile dall’altro. Ritrovarmi a constatare che molte cose che avevo capito non erano state comprese, che la lingua può arrivare spesso prima dell’azione senza magari esserne consapevole, come un intuizione prematura che, se inespressa può sparire, ma se viene impressa, rimane da monito, da promemoria per qualcuno che un giorno magari potrà comprenderla. Ora mi accorgo di quanto lavoro c’è da fare e allo stesso tempo di quello che ho già fatto, vedo come la mente tende sempre a tornare meccanicamente sulla sua via se non viene usata coscientemente e consapevolmente. Sicuramente ciò di cui parlo nello scritto è difficile ed è più facile a dirsi che a farsi però credo che scriverlo mi sia servito da stimolo oltre che da monito, come se avessi voluto esprimere quello che sentivo dentro, un desiderio intimo quasi, e per paura di scordarlo avessi deciso di trasferirlo, di portarlo fuori.

Quello che sto ricordando/reimparando/comprendendo nell’ultimo periodo è l’ennesima prova che positivo e negativo coesistono in ogni cosa reale, è tutto una miscela unita che la nostra mente tende a dividere per categorizzare meglio. Vedere le cose senza escluderne, in una visione d’insieme da la possibilità di vedere entrambe le polarità nello stesso momento e quindi di vederle come un’unica cosa. Allora mi accorgo di tutte le cornici e le altre cose che la mia mente aggiungeva a quello che semplicemente c’era, si applica così uno sfrondamento, un alleggerimento di tutto ciò che appesantiva e deformava la realtà, in quel momento è bellissimo sentirsi stupidi.

Un’altra cosa che questo scritto mi ha “rinfrescato” è il principio del poco ogni giorno, cosa che magari col tempo può essere data per scontata e/o per assimilata ma in questi giorni sto notando come in realtà ricordarsi di queste cose e tenerle allenate (un po’ come i muscoli) cambi notevolmente le cose. E’ come se imparassi ad imparare meglio ogni giorno.

Scrivendo ogni giorno da poco più di due anni sui miei quaderni mi accorgo di quanto più si cresce più il tempo passi in fretta, è bello perché in questi giorni noto anche che sto creando un percorso, se mi volto vedo la scia che ho lasciato e sento che ora sto già creando il mio passato!

Quello che voglio ricordarmi è che esistiamo solo nel presente ed è qui che viviamo la nostra vita! Quindi è “qui ed ora” il nostro dono più grande!

Vorrei concludere l’articolo con una citazione del maestro Oogway di Kung Fu Panda:
“Ieri è storia, domani è mistero, ma oggi è un dono ed è per questo che si chiama presente.”

*Studente universitario presso la facoltà di Antropologia, religioni e civiltà orientali alla “Alma Mater Studiorum” di Bologna