Separazione e appartenenza: i percorsi dell’individuazione (seconda parte)

di Giuseppe Esposito * 

La perdita è anche l’esperienza intorno alla quale si tende contemporaneamente a ripristinare un bisogno di appartenenza (il non voler perdere), il bisogno di sentire e di avere sicurezza. Il bisogno di calore e di rassicurazione che dà il sentirsi in un insieme, è inscritto nell’essere e dell’essere stati parte dell’Uno Materno, dell’Altro Materno, deriva dall’essersi sentiti in una sola cosa, fatti di una sostanza comune, di una fusione amalgamata, appunto, a cui in qualche modo abbiamo la tendenza a voler ritornare. La separazione invece ci introduce nell’incertezza, nella paura per la caducità che nel futuro ci aspetta, e le famiglie di origine, nonché  i gruppi (soprattutto quelli ideologici) possono diventare e avere anche la valenza di luoghi di nascondimento da quella paura per la caducità. Ad esempio, i gruppi ideologici possono diventare luoghi di appartenenza intesi e voluti come una sorta di tana-rifugio, ideologie-rifugio dove ripararsi, dove trovare scampo, dove far fronte, attraverso un’appartenenza amalgamatica e rassicurante, al timore di dover fronteggiare separazioni che, se affrontate adeguatamente, permetterebbero di poter procedere nel proprio processo di autonomia, di differenziazione e di individuazione. La psicoanalisi ci fa vedere, invece, come la doppiezza di appartenenza separazione sia un paradigma che sta alla base del funzionamento psichico e dell’antropogenesi umana e di cui dobbiamo costantemente tener conto nei processi evolutivi. L’esperienza di perdita genera conflitto perché si perde l’oggetto con cui ci si è identificati ed a cui si è vincolati, eppure con la perdita bisogna continuare a vivere, continuare a vivere con l’assenza dell’oggetto perduto (con un tempo che fu) e ciò può generare un vissuto caratterizzato da un intollerabile doloreche può causare e determinare meccanismi difensivi di rimozione e di negazione della perdita. Il vissuto di intollerabilità e di negazione (rifiuto del dolore causato dal distacco e dalla perdita) genera, come avviene per alcune forme di melanconia, un voler morire insieme al morto, un voler continuare ad essere una sola cosa con l’oggetto perduto, un volere rimanere agganciato e dentro una sorta di godimento fusionale nel legame con l’oggetto perduto. L’oggetto è perduto ma continua a vivere e ad esistere attraverso il particolare e specifico legame che si è strutturato (non voglio perderti). Ma affinché si generi una reale separazione è necessario che ci sia morte, bisogna “uccidere” dentro di sé la connessione con l’oggetto perduto, bisogna che non ci sia evitamento del contatto con la morte.

Bisogna guardarla in faccia e imparare a non fuggire, dicevano i greci, i quali chiamavano uomo mortale colui che sa reggere con dignità la propria sofferenza, e che sa, innanzitutto, di essere mortale. Non bisogna ingenerare dentro di sé l’illusione di poter eludere la morte per favorire invece quel contatto con la naturale finitudine che ci costituisce. Vedere e accettare che c’é morte significa vedere  che, in sostanza, c’é limite nella nostra vita (l’esperienza di perdita ci mette in contatto con questo), che accettiamo e facciamo nostro il principio legato alla funzione (simbolica) della castrazione. In Psicoanalisi, la metafora edipica (e simbolica) vuol significare che è possibile entrare nel processo di costruzione della propria umanizzazione, che è possibile entrare a far parte del consorzio umano, solo se si è in grado di rinunciare ad una parte della propria soddisfazione libidica. Vuol dire che non si può avere tutto, non si può non perdere, non si può sapere tutto, non si può godere di tutto e sempre, non si può avere sempre l’ultima parola ecc. Il concetto di castrazione, derivante dalla metafora edipica coniata da Freud, introduce il concetto di limitazione che ha come sua funzione e compito quella di regolamentare la vita psichica e l’accesso alle norme di convivenza che consentono ad una civiltà di edificarsi e di esistere. Dice F. Lolli, “è l’Edipo Freudiano, è il tabù dell’incesto (e del parricidio), a svolgere questo ruolo dell’interdittore nei confronti della volontà del bambino di occupare un posto esclusivo nel rapporto con il genitore; al bambino, pertanto, viene richiesto di desistere, di recedere dai suoi propositi, di saper affrontare la perdita: la perdita del sogno di avere per sé l’adulto che desidera”. [2]

Separarsi dal legame è separarsi dal nesso che si è determinato e forgiato in quel sentire in comune. Attraverso la separazione dai nessi si possono determinare nuove appartenenze, nuovi incontri e nuovi legami che faranno emergere una singolarità ed una specificità nella quale sperimentare continuamente la propria capacità di individuarsi. Il processo di soggettivazione ed il cammino dell’individuazione si muovono e si realizzano continuamente lungo l’asse esperienziale di separazione-appartenenza. Secondo la teoria del doppio binario di Grodstein: “Esistono nell’individuo due stati mentali compresenti: uno di separazione e l’altro di tendenza alla fusione. Queste due modalità funzionali coesistono una accanto all’altra per tutta la vita. Il doppio binario descrive il fatto che abbiamo perlomeno due stati di coscienza: uno come essere unico e separato, l’altro come essere comune, un elemento impersonale immerso in modo indifferenziato”.[3]

Dentro di noi convivono sia il bisogno di addensarsi in un indistinto che quello di integrare un sé distinto. Questo modo di funzionare è alla base della costituzione della nostra identità, della psiche e del pensiero. Il bisogno di un indifferenziato si poggia su una base percettiva, dove la sostanza comune produce calore ed il senso di una comunanza affettiva e protettiva, mentre il bisogno di differenziato si poggia su una base percettiva di freddo, di solitudine e di incertezza.                                                                                                           

Differenziazione  e individuazione

P. Menghi, attraverso lo sguardo normodinamico, sistemico-relazionale e riferendosi sia alla biologia che alla fisiologia, tratteggia il processo di differenziazione e di individuazione in questo modo: “L’organismo umano è un sistema nel quale ogni cellula si sviluppa in funzione della sua progressiva individuazione e della sua connessione con le altre cellule. La continuità di questo doppio processo favorisce la nascita di sottoaggregati di cellule con finalità differenti ma sempre funzionali alla vita e all’evoluzione dell’intero organismo. La continuità di questi sottosistemi e la loro contemporanea tendenza sia alla differenziazione che all’appartenenza assicura la crescita evolutiva dell’organismo nei suoi diversi livelli di densità: fisica, eterica, emotiva, mentale e sovra mentale. Così,  man mano che il corpo si raffina, la coscienza aumenta il suo splendore e la luce di essa compenetra la materia”.[4] Mentre il processo di soggettivazione (che qui non approfondiremo nello specifico) definisce la questione soggettiva della persona che si costituisce attraverso un processo di determinazione simbolica nella continua interazione con il mondo e con l’Altro, l’individuazione, invece, è un percorso complesso che implica psichico e corporeo e che si articola, anch’esso, nella continua interazione con l’Altro e con il mondo esterno. E’ un lavoro ed un’azione della psiche e del corpo che si svolge nell’arco dell’intera esistenza e che consente di far emergere la singolarità di quello che in realtà siamo: esseri in grado di vivere emozioni, esseri in grado e capaci di soffrire, di godere, di separarci, di appartenere e di evolvere.

Noi siamo anche il risultato di transiti continui dell’altro dentro di noi ed a cui in qualche modo risultiamo assoggettati. J. P. Sartre diceva che noi siamo anche ciò che gli altri hanno fatto di noi. In assonanza con Sartre, P. Menghi sottolinea come il processo evolutivo dell’individuazione e della soggettività umana sia anche il frutto di questi transiti intersoggettivi e relazionali: “La storia dell’individuo e la storia dei gruppi si somigliano, perché ogni individuo contiene in sé i gruppi degli individui che hanno fatto la sua storia, ed egli cerca nuove relazioni proprio in funzione di questa ricchezza. Il continuo camminare degli uomini traccia sia i sentieri che uniscono le aree di ciascuno che quelli che li separano”.[5]  Bion sottolinea come “l’individuazione sia un processo di condensazione e differenziazione tra il sé ed il non sé, nel corso del quale la mente apre e chiude i propri confini individuali “.[6] La struttura e l’attività psichica si realizzano con le modalità psico-biologiche di allontanamento e avvicinamento all’ indifferenziato, e portano con sé sentimenti di paura e di incertezza, di calore e senso di sicurezza. Attraverso le polarità connessione-individuazione si struttura e viene modulato il nostro rapporto con il mondo. Tali polarità ricalcano e rievocano le modalità più arcaiche e primitive di passività-attività. Per questo motivo possiamo rilevare, nei processi terapeutici ed evolutivi, che se nell’individuo la dialettica tra queste due polarità giunge ad un irrigidimento o addirittura ad una rottura, può verificarsi uno scivolamento verso forme di personalità nevrotiche poco differenziate, e anche ben mascherate e compensate, o a scivolamenti in forme psicopatologiche attraverso lo sviluppo di modalità di dipendenza e di passività (es. depressione) o forte ipervigilanza (es. paranoia), modalità come altre, e l’elenco si allungherebbe, entrambe vissute dal soggetto come non modificabili.

Cantarella sostiene che dentro “l’esperienza di continuità-discontinuità, similitudine-differenza, vicinanza-lontananza… ed attraverso l’attuarsi del paradigma sulla capacità di coltivare e mantenere la connessione pur nella separatezza...”,[7] si fonda lo sviluppo dell’individuo e si caratterizza la nostra esistenza in una forma individuata. A tal proposito, Ambrosiano e Gaburri affermano che la nostra esistenza rimane sempre e comunque vincolata ad una “..condizione singolare-comune. L’individualità e la separatezza non cancellano la dipendenza-amalgama che ci costituisce come impastati dagli altri; in una parte di noi restiamo sempre indifferenziati ed anonimi”.[8] L’incontro si realizza attraverso un’interruzione, attraverso una perdita. Tale esperienza determina specifiche modalità di funzionamento della mente, che viene messa nelle condizioni di  affrontare il limite e di entrare in contatto con la complessità e l’intollerabilità del Reale. E’ nel percorso dell’individuazione (potremmo definirlo anche come la forma creativa della costituzione di noi stessi) che si costituisce e si sviluppa una propria azione di vita che possiamo definire come una “vita singolare“, in cui ci si può riconoscere come il frutto di un attraversamento di continue perdite e appartenenze nonché dei limiti con cui queste ci mettono in contatto, permettendoci così di attraversare e conquistare, giorno dopo giorno, ora dopo ora, una vita individuata, una vita in grado di poter integrare e connettere passività e attività, separazione e appartenenza, caldo e freddo. Permettendoci così di stare in un vivere in cui possiamo sentire e riconoscerci, contemporaneamente, come persone fatte di un essere di solitudine, fatte di un essere parte di un insieme e come persone fatte di un essere impersonale. La nostra capacità di individuarci trova la sua forza di realizzazione in quanto coincide con la conquista di una coscienza in grado di tollerare che siamo per larga parte anche esseri di casualitàdipendenti dal nostro corredo naturale e dal nostro patrimonio biologico che per gran parte risponde anche alle leggi dell’inconscio e dell’Altro. Attraverso il percorso di individuazione, l’individuo diventa se stesso, unico nel nome, nel vissuto personale e nella sua singolarità psichica e umana, in grado di differenziarsi, di autodeterminarsi e di formarsi una coscienza che gli possa permettere di far fronte agli scivolamenti, alle derive distruttive e dissipative, alle coazioni ripetitive ed alle fusioni amalgamanti. Attraverso il percorso di individuazione si ha l’opportunità di essere protagonisti del proprio singolare percorso di vita, di una vita che si compie nei suoi tentativi  utilizzando i propri intenti e le proprie peculiari capacità costruttive e creative.

*Giuseppe Esposito, Psicologo Clinico – Psicoterapeuta (S.S.N.), Direttore Associazione Anìstemi Connessioni, Napoli, Responsabile Area Clinica Periagogé.

[1] P. Menghi, “Mandala”, Ed. Mandala, Roma, 1993.

[2] P. Menghi, (2009) Trasformare la mente, Ed. Astrolabio, Roma

[3] W. Bion (2005), Seminari Tavistock. Ed. Borla, Roma (2007)

[4] G. Cantarella (2012), Donne nei gruppi terapeutici, Franco Angeli, Milano

J. Lacan, Il seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi.(1964),