Separazione e appartenenza: i percorsi dell’individuazione (prima parte)

di Giuseppe Esposito *

La vita dell’uomo è anche il percorso della sua individuazione che coincide anche con il grado di libertà raggiunto e conquistato nel corso della sua esistenza. L’individuazione si gioca costantemente sul bilanciamento e sulla variabilità di due funzioni: capacità e volontà di separazione e di appartenenza. L’equilibrio che l’individuo sarà stato in grado di costruire e strutturare, tra queste due funzioni, farà emergere Io stato di coscienza ed il grado di libertà conquistato, anche se la parola libertà è, per sua natura, esposta a molteplici varietà interpretative. Il percorso complesso dell’individuazione induce a necessari approfondimenti sulle funzioni psico-biologiche di separazione e appartenenza, sulla loro inscindibilità e sul ruolo che esse rivestono nel processo di antropogenesi nell’uomo. La separazione è una funzione caratterizzata e connotata in sé da una paradossalità: l’individuo è da una parte separato dal mondo, dalle cose e dalle persone che lo circondano ma da un’altra parte egli non può mai dirsi veramente separato se lo consideriamo in relazione alla sua esistenza, alla sua storia ed alla sua vita. L’individuo è separato e, nel contempo, non lo è mai del tutto in quanto rimane sempre, a più livelli, impastato ed in un legame relazionale con l’Altro (l’Altro è inteso nel senso ampio di realtà e non solo nella sua accezione di persona). La separazione è una funzione psichica e corporea che determina e struttura sia il processo di evoluzione dell’individuo sia la formazione e la caratterizzazione dei legami. E’, per sua natura, in continua mutazione perché associata agli eventi ed al percorso di vita ed è per sua struttura un qualcosa che non si compie mai del tutto. Ha la funzione di generare distacco e perdita, è un’esperienza a cui l’individuo non può sottrarsi e che è obbligato ad affrontare ed attraversare per poter evolvere.

J. Lacan associa, attraverso un gioco di parole della lingua latina, il significato di separare a “se parere”, associandolo al significato di “generare”. Riferendoci ad una tale interpretazione del termine e del significato attribuitogli da Lacan, possiamo assumerla, in questa radice etimologica, nella sua significanza costruttiva, edificante e di fecondità. La sua fecondità si realizza attraverso l’esperienza di perdita, essendo quest’ultima una funzione causale che ha il compito e la funzione di determinare ed orientare i continui cambiamenti e le trasformazioni nella vita evolutiva della persona. Con l’atto di separazione e con l’esperienza della perdita si dà vita al nuovo incontro, vale a dire a quella funzione esplorativa ed innovativa  che ci consente di poter creare e strutturare, continuamente, nuove connessioni, nuove appartenenze e nuovi legami lungo il nostro percorso evolutivo. Gli studi, le ricerche ed i risultati clinici, da Freud a M. Klein,  Winnicott fino a Bion, ci informano sul ruolo primario che le funzioni di perdita, separazione e incontro rivestono nel determinare lo sviluppo evolutivo dell’individuo e nella caratterizzazione della formazione dei legami, evidenziando come tali funzioni siano fondanti sia dell’identità che dello sviluppo psico-affettivo nel bambino. Ogni nuovo legame si costituisce con e attraverso una perdita. Possiamo dire che per creare legame da una parte, è necessario che ci sia perdita da un’altra parte. Attraverso il nuovo incontro, se ne  creano, si strutturano e se ne sciolgono di vecchi, mentre si creano nuovi legami lungo la scala evolutiva della nostra vita. La separazione da e l’appartenenza a è il risultato e l’effetto di una dialettica flessibile che determina il passaggio ed il transito da una forma all’altra, da uno stadio all’altro. Come afferma C. Pontalti, il transito “…è esistenza di un territorio psichico che si muove sul confine: non si tratta del confine tra due tipi di classificazione, ma di un territorio che ci parla del significato, nella nostra vita umana, del transito, perché transitare è costitutivamente “separarsi da”, ma vuol dire anche andare verso[1]. Transitare implica una direzione, dare un verso. Il transito è un tempo-durata in cui l’individuo ha modo di focalizzare la sua posizione nel nuovo territorio psichico e corporeo che occupa ed in cui è collocato. Da tale posizione può maturare, determinarsi e strutturarsi lo specifico grado di consapevolezza che può orientare l’individuo nella scelta di cosa perdere, da cosa separarsi ed a cosa unirsi ed appartenere. Nella nostra pratica clinica, ma si evince anche da quella esperienziale-educativa, abbiamo modo di osservare che questo tempo di transito può durare anche anni, generando forme di irrigidimento dell’Io con la conseguenza di causare e determinare sofferenza psichica, disagio esistenziale e una stasi sia della consapevolezza che della coscienza. Un percorso psicoterapeutico, come anche alcuni percorsi educativi e formativi, ha tra i suoi scopi quello di accompagnare la persona verso la costruzione di una consapevolezza e di una coscienza tali da poter sostenere e rendere flessibile il transito da un tempo all’altro, da una fase all’altra, favorendo il processo, la costituzione e la conquista di una “ normalità evolutiva libera” che sia in grado di orientare l’individuo, da una condizione di maggiore libertà, nella ricerca dei significati e delle personali risposte e soluzioni da dare alla propria sofferenza, al proprio disagio, alla coazione ripetitiva, alla propria vita.

Ma cosa spinge una persona ad intraprendere un percorso di cura, di evoluzione e di conoscenza di sé? E’ questa una domanda-guida che accompagna spesso, con modi, fini e presupposti differenti, il lavoro dello psicoterapeuta, dello psicoanalista, dell’educatore e di chi si occupa di cura, di evoluzione delle persone e dei sistemi umani. Possiamo dire che ciò che spinge è l’urgenza e la necessità di cambiare, la voglia di uscire da una condizione esistenziale vissuta come ristretta, che si ripete in maniera dolorosa ed infelice, è una spinta  che preme per divenire altra forma. Nella richiesta psicoterapeutica (ricordiamo che una richiesta terapeutica, oltre ad essere una richiesta sanitaria, è anche una domanda di conoscenza di sé nel suo significato più ampio),  per poter accedere all’istituto della cura si rende necessario, da parte dell’individuo, la messa in atto di primi atti separatori (quanto meno sul piano della presa d’atto e della intenzionalità) che abbiano il fine di mettere una distanza tra sé e ciò che viene vissuto e ritenuto nocivo, mortifero, non utile, involutivo e imbrigliato dalla coazione ripetitiva. Un percorso psicoterapeutico, ad alta valenza evolutiva, deve poter favorire sia processi di separazione da istanze involutive che processi di appartenenza a istanze evolutive nuove. Gli atti separatori sono generatori di lutto, perché il lutto è una conseguenza dell’esperienza di perdita, e attraverso la perdita si fa esperienza di una fine, è entrare in contatto con la morte, con il vuoto, con il non senso, con la mancanza ad essere che ci costituisce. Ma nel lutto non c’è solo perdita e mancanza ma anche esperienza di possibile apertura per un nuovo, fatto di nuove forme,c’è il crepuscolo per la costruzione di un possibile nuovo mondo soggettivo. Nel lutto si è messi di fronte ad un nuovo che albeggia ed a cui si può  accedere attraverso l’elaborazione dei nuovi significati che emergono, insieme a ciò che deve essere  lasciato perché perduto per sempre. Nell’elaborazione della perdita si libera uno spazio interno fatto di un nuovo apprendimento che rende possibile l’accesso, se colto, ad un nuovo comprendere e quindi  l’accesso per una possibile nuova consapevolezza di sé. Freud diceva che viviamo la nostra vita attraversando lutti continui e permanenti, il che vuol dire che il percorso di costruzione ed il processo in cui si dispiega e prende forma la nostra individuazione, è lastricato da perdite e da atti di separazione che non vorremmo vivere ma che siamo obbligati necessariamente a vivere, ad affrontare e ad elaborare se vogliamo procedere nella nostra evoluzione. Se ciò non avviene, la pena è una fissazione di stadio che produce una rigidità dell’Io e che a sua volta può anche trasformarsi ed evolvere in una deriva psicopatologica. Ma, come ci dice la psicoanalisi, il percorso dell’individuazione è però, nel contempo, anche un processo caratterizzato dalla nostra tendenza a voler rimanere uniti, al voler continuare ad essere e ad appartenere ad un insieme, a far parte, al sentirsi parte e dentro una forma amalgamata, come in una sorta di brodo primordiale indifferenziato. (fine prima parte)

 

*Giuseppe Esposito
Psicologo Clinico – Psicoterapeuta (S.S.N.), Direttore Associazione Anìstemi Connessioni (Napoli), Responsabile Area Clinica Periagogé


[1] C. Pontalti La separazione nella clinica dei soggetti borderline, in Il Concetto di separazione nella teoria e nella pratica psicoanalitica, Annali “G. Lemoine” Ed. Poiesis